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Falling man. Uomo che cade. Potrebbe essere il titolo di un’opera d’arte oppure la didascalia di una foto. Nell’omonimo romanzo di Don DeLillo è entrambe le cose. Per capire perché è necessario partire da un antefatto. Il 12 settembre 2001, a pagina 7 del New York Times comparve una foto scattata la mattina del giorno prima al World Trade Center. Mostrava un uomo che precipita nel vuoto. Dietro di lui, le due torri che di lì a poco sarebbero crollate. L’immagine scatenò un’ondata di protesta. Fu giudicata un intollerabile atto di sciacallaggio. Quell’uomo stava per schiantarsi al suolo. Si era gettato per sfuggire alle fiamme, era stato costretto a scegliere tra due diversi modi di morire. Dare in pasto al mondo una simile tragedia era vergognoso, pura pornografia giornalistica. Questa, perlomeno, fu la reazione del momento. Anche gli altri quotidiani che pubblicarono l’immagine furono subissati di insulti. Non fu più riproposta. Sparì dalla carta stampata ma rimase comunque impressa nella memoria collettiva. Il fatto che l’identità dell’uomo fosse ignota pesava come un macigno. Un giornalista cercò di dargli un nome. Fece ingrandire la foto. Scoprì che l’uomo era di carnagione scura, aveva il pizzetto e indossava una specie di casacca. Pensò fosse un ispanico che lavorava al Windows of the World, il ristorante in cima alla torre nord. Si mise allora sulle tracce di un certo Hernandez, si recò al suo funerale, mostrò la foto a una delle figlie. «Quel pezzo di merda non è mio padre» disse la ragazza infuriata e intimò al giornalista di andarsene. Fu appurato che effettivamente non si trattava di Hernandez. In seguito, si è creduto di poter identificare l’uomo della foto in un altro dipendente del Windows of the World, Jonathan Briley di quarantatre anni. Ancora oggi il nome di Briley è il più accreditato, ma niente e nessuno possono fornire una prova definitiva. Il solo nome certo è The Falling Man, titolo di un lungo e brillante articolo nel quale è raccontata la storia della foto. Pubblicato nel 2003 sulla rivista «Esquire», l’articolo offrì al cineasta Henry Singer lo spunto per un documentario che vide la luce tre anni dopo, 9/11: The Falling Man.

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Secondo alcune stime più di duecento persone caddero o si gettarono dalle finestre dei piani più alti delle due torri. Le hanno chiamate jumpers, i saltatori. Duecento individui che hanno cercato scampo saltando nel vuoto. Qualcuno di loro, in un estremo tentativo di salvarsi, pensò di usare una tovaglia come paracadute. La gente che si trovava giù in strada vide le tovaglie strapparsi mentre i corpi, precipitando, acquistavano velocità. In molti fotografarono e filmarono. Per qualche minuto, nell’immediatezza degli eventi, anche le televisioni mostrarono i saltatori. Nessuna di queste immagini ha però avuto l’impatto simbolico di Falling Man. È stato detto che Falling Man è il milite ignoto di quel giorno di guerra senza soldati che fu l’11 settembre. Ma perché proprio Falling Man? Cosa ha di tanto speciale? Le ragioni per cui i sentimenti delle masse finiscono per cristallizzarsi in una precisa immagine sono in parte inesplicabili. In parte, però, sono anche fin troppo chiare. Innanzi tutto la fonte: chi o cosa ha fatto sì che un frammento di storia si conservi nel tempo. Falling Man fu scattata da Richard Drew, lo stesso fotografo che nel 1968 immortalò Bob Kennedy un attimo dopo che gli avevano sparato alla testa. Nella stessa circostanza immortalò pure la moglie Hethel che implorava i fotografi di non fare fotografie. All’epoca Drew era un ragazzino di ventun anni. Ne avrebbe avuti più di cinquanta quando, tre decenni dopo, la storia irruppe un’altra volta nella sua vita. Una fortuna che ti può capitare se fai il giornalista. La mattina dell’11 settembre Richard Drew si trovava a New York per fotografare una sfilata di abiti premaman. Il suo editor lo chiamò sul cellulare per dirgli di schizzare all’istante al World Trade Center. Un 747 si era appena schiantato contro una delle due torri. Giunto sul posto vide che gli aerei impazziti erano due, come le torri. In un batter d’occhio, era passato dai corpi di giovani donne incinte ai corpi di sventurati che si spiaccicavano al suolo dopo un volo di cento piani. Dalla vita alla morte, così. E che morte. Drew si mise comunque al lavoro. Era lì per quello, del resto. Le persone che fanno il suo mestiere non perdono tempo a pensare. Per loro una foto non è che un rettangolo da riempire in una frazione di secondo. Più importante dell’autore dell’immagine, però, è la sua natura. La gente che vide la foto sui giornali e si indignò non poteva sapere chi l’aveva scattata e perché si trovasse a Manhattan quel giorno. Solo col tempo alcuni sono giunti ad apprezzare l’inquietante simbolismo delle coincidenze messe insieme dal destino. Sul momento, la gente vide soltanto un’immagine. O per meglio dire: qualcosa che sembrava soltanto un’immagine. Perché quella scattata da Drew non era una semplice foto. C’era la brutale tragicità del soggetto. Ma c’era anche il fatto che è una foto di surreale bellezza. Falling Man non sembra il ritratto di una persona che, in preda a panico e disperazione, si lancia incontro alla morte. L’uomo precipita con l’elegante compostezza di un tuffatore olimpionico. Il corpo è in posizione verticale, in perfetto asse con la struttura di acciaio alle sue spalle che luccica al sole del mattino. Procede a testa in giù. Le braccia non sono protese in avanti nell’istintivo quanto inutile tentativo di proteggersi. E neppure si agitano. Sono distese e attaccate ai fianchi come se all’ignoto saltatore interessi soltanto favorire l’azione della forza di gravità. Sembra la posizione di un uomo che ha grande dimestichezza col vuoto. Si direbbe che costui non faccia altro da una vita: saltare dai grattacieli.

9/11: 'The Falling Man,' an image that we will never forget - Oneindia News

Ma è una coincidenza anche questa. Le immagini mentono. La frazione di secondo con cui Richard Drew ha riempito il rettangolo della foto non è la verità. Un attimo dopo avrebbe colto l’uomo nella stessa posa scomposta e disperata degli altri saltatori. Nondimeno l’immagine è lì, con la sua surreale bellezza. Ovviamente, la maggioranza di coloro che videro la foto sui giornali e si indignarono non ragionò affatto sulla sua qualità estetica. La bellezza è però dotata di poteri subliminali, riesce a farsi coglierne anche da chi – a cominciare dalla massa indistinta della gente – sembra sprovvisto del senso del bello. Pur senza esserne consapevoli, molti fra coloro che inviarono lettere di protesta ai giornali si sentirono oltremodo offesi proprio dalla minimalista eleganza della foto. Non ci si era limitati a mostrare il vuoto innominabile della morte, si era arrivati al punto assai più oltraggioso di mostrarlo come qualcosa di bello. Nel romanzo di DeLillo c’è l’11 settembre e c’è un Falling Man. «Un uomo penzolava, sopra la strada, a testa in giù. Era vestito come un uomo d’affari. Aveva un gamba piegata e le braccia distese lungo i fianchi». Non è pero lo stesso saltatore della foto. L’uomo indossa un’imbracatura di sicurezza che lo tiene sospeso nel vuoto. È un uomo che finge di cadere. Questo Falling Man è un artista che dopo l’attentato si cimenta nella provocatoria performance di mimare la foto di Richard Drew. Nelle strade la gente si infuria come si è infuriata per la foto. «Il traffico era quasi bloccato adesso. C’era gente che inveiva contro lui, indignata dallo spettacolo, una burattinata della disperazione umana». L’arte contemporanea fa spesso la sua parossistica figura nei romanzi di DeLillo. Del resto, è un tratto tipico della New York postmoderna. In Falling Man si sovrappone all’evento più traumatico della storia della città e dell’intera America. Si direbbe che lo scrittore voglia mostrarci la qualità estetica dell’11 settembre. Ma lo fa a modo suo, quasi di sfuggita. Le apparizioni dell’artista che penzola dagli edifici sono fugaci, punteggiano la trama di un romanzo che racconta altre cose, prima fra tutte il fallimentare tentativo da parte di un uomo e una donna di ricomporre la perduta unità del nucleo famigliare.

Gerhard Richter, Settembre, 2009

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L’eresia che nell’11 settembre ci sia qualcosa di bello attraversa il romanzo come un disturbante motivo di sottofondo. Falling Man è appeso alla simmetria di quel giorno, all’assurda ieraticità della foto di Drew. C’erano due torri, quel giorno una il doppio dell’altra. E due aerei, uno per ognuna delle due torri. E poi due schianti, uno replicato dopo l’altro affinché il grande occhio tecnologico dell’umanità avesse il tempo di prepararsi a filmarlo, fotografarlo, riprodurlo. L’evento e il suo doppio. La civiltà del reality show costretta ad assistere a un qualcosa che è al contempo reality e show. Questo «qualcosa» è stato chiamato in molti modi ma chi si sognerebbe – chi oserebbe – definirlo opera d’arte? Eppure è anche questo. Al fine di raggiungere il proprio obiettivo – arrivare con un sol colpo al cuore un’intera comunità – il terrorista deve valutare anche gli aspetti estetici e spettacolari della sua azione. In questo senso, l’11 settembre è un capolavoro. Per noi, ciò è ovviamente inaccettabile. Innominabile, perfino. E infatti Don DeLillo evita di nominare espressamente l’11 settembre. Per quella data usa una formula allusiva, «il giorno degli aerei». E a proposito di nomi, c’è un fatto che merita di essere di menzionato. DeLillo ha dichiarato che quando rifletteva su quale titolo dare al romanzo ignorava che la foto in questione fosse già nota a tutti come Falling Man. Non abbiamo motivo di dubitare della sua sincerità. Ma se le cose stanno così non possiamo fare a meno di chiederci se egli sappia cos’è Internet. Digitando «9/11» e «Falling Man» nella stringa di Google il primo risultato che si ottiene è proprio il famoso articolo dell’«Esquire». Inutile aggiungere che Falling Man ha anche una sua pagina su Wikipedia, che venne ovviamente aggiornata all’uscita del romanzo DeLillo.

Underworld - Don DeLillo (citazioni)


Che DeLillo frequentasse poco la rete o non avesse contratto certi tic del nuovo tempo – come per l’appunto digitare su Google qualunque cosa ci passi per la testa – non era certo una colpa. Ma è proprio questo che traspare dalle sue frasi mirabili e cesellate: uno sguardo più affine alla totemica centralità del televisore, di cui fu supremo cantore, che non all’attuale cacofonia informatica. «Non era più una strada ma un mondo, un tempo e uno spazio di cenere che cadeva in un’oscurità prossima alla notte. Lui camminava verso nord tra macerie e fango e c’era gente che lo superava correndo, tenendo asciugamani contro il viso o giacche sopra la testa. Avevano fazzoletti premuti contro la bocca». Questa scena sembra non tanto qualcosa di già visto quanto di già letto, non ricorda tanto i convulsi attimi seguiti al crollo delle torri quanto altri libri. È una scena che DeLillo avrebbe potuto descrivere prima dell’11 settembre, e in effetti l’ha già scritta più di una volta. I suoi romanzi pullulano di terroristi, paranoie e assembramenti, partire di baseball e matrimoni di massa dal sapore apocalittico. Con opere come Mao II, Libra e Rumore bianco, DeLillo ha precorso i tempi o meglio ha scarnificato a tal punto il presente da farlo sembrare futuro. Con la copertina del suo romanzo più rappresentativo, Underworld, è stato un vero e proprio profeta di sventura. Le Torri Gemelle si stagliavano su uno sfondo spettrale. La loro cima spariva tra nuvole che sembrano cenere. Di fronte a esse la croce di una chiesa evocava il profilo di una lapide. Di lato nel cielo, un uccello volteggiava minaccioso. Per uno strano gioco di prospettiva sembrava troppo grande rispetto alle torri, troppo grande per essere un innocuo uccello. Non c’era bisogno che DeLillo raccontasse il giorno degli aerei. Nessuno lo aveva fatto meglio di lui prima che quel giorno arrivasse. Quanto al dopo, malgrado Falling Man sia la migliore tra le sue ultime prove, la sensazione è che il profeta appartenga a un tempo andato. L’America di oggi attende ancora qualcuno che ne scriva la storia.