Lì, alle Terme di Diocleziano, avevo acquistato, appena quindicenne, Così parlò Zarathustra di Nietzsche e poco dopo La nascita della tragedia, in una scialba edizione Newton Compton da poche lire che ancora conservo. Letture fondamentali suggerite da un insegnante del liceo che non ne poteva più di sentirmi straparlare del fatto che gli artisti non dovevano più aspirare alla creazione di opere nuove in un mondo dove tutto era nuovo e perciò niente lo era più davvero. Bisognava essere più modesti, dicevo; concepire opere deposito in cui raccogliere lo scibile artistico di un tempo ormai esausto, in attesa del giorno in cui un superartista, un rifondatore dell’arte avrebbe saputo che fare di tutto quel materiale. Dovresti leggere Nietzsche, si era intromeso un giorno il professore. Chi è mo ‘sto Nicce? domandai con molto sospetto. Un filosofo. Tedesco. Mmhh. E perché dovrei leggerlo? Tu leggilo. Il sorriso sornione con cui il professore aveva chiosato quella risposta laconica mi portò ai chioschi delle Terme di Diocleziano, che da allora sono diventati per me i chioschi di Nietzsche. Allo stesso modo, sebbene sia ormai impossibile per me ricostruire cosa potesse ricavare da simili letture un quindicenne privo di formazione filosofica, lo svoltare in via Torino, in quel tratto di strada spesso oppresso da una luce dura e cupa, col muro senza finestre, quegli archi ciechi che nascondono l’interno del Teatro dell’Opera, mi porta con la mente al famoso giorno del cavallo. Più di una volta, in fondo a via Torino, mi sono apparse le sagome del cocchiere che frusta e prende calci il suo animale e quella di un uomo chiaramente non in sé che corre in quella direazione per abbracciare e baciare la povera creatura. Fosse dunque solo per questo – perché ormai associavo quella strada alla follia di Nietzsche e più in generale all’idea del tracollo mentale, del baratro spaventoso che può aprirsi nel pensiero o, per meglio dire, nell’eccesso di pensiero – non c’era luogo più logico di quello per il più violento dei miei attacchi di panico. Peccato però che quel giorno fossi convinto di morire, non di avere avuto un problema psichico.

Ma del resto, c’è poi una gran differenza tra il morire e il perdere il senno? Un tempo non vi era praticamente differenza alcuna. I matti venivano sepolti nei manicomi e dichiarare matta una persona era il modo migliore per sbarazzarsene, per ucciderla senza macchiarsi di omicidio. Oggi la situazione è senz’altro migliore da quel punto di vista, ma per i singoli individui non è cambiata più di tanto. Ancora oggi, perdere la ragione vuol dire perdere una parte di sé, quella consapevole, la parte che sa di vivere, ragion per cui: maggiore è la perdita di quella parte, meno si sa di essere vivi, e non avere più una simile consapevolezza non è in fondo come esser morti? Sul piano strettamente biologico, no. Ma noi sapiens – e forse anche altre specie viventi – abbiamo smesso da millenni di essere semplici organismi biologici. Siamo tutti, in un modo o nell’altro, senzienti. Il giorno di Natale del 1888, una settimana prima di abbracciare il cavallo della follia, Nietzsche commentava così una serie di scritti anteriori che aveva riunito sotto il titolo Nietzsche contra Wagner. Documenti processuali di uno psicologo: “Letti l’uno appresso all’altro, [questi scritti] non lasceranno alcun dubbio né su Richard Wagner né su me: noi siamo antipodi.” Qualche mese prima, in maggio, aveva scritto anche una lettera – Il caso Wagner – dello stesso tenore. Ora, al di là delle colpe musicali, anzi dei tradimenti artistici imputati al compositore, vi è un nocciolo nelle considerazioni accalorate e spesso iperboliche del filosofo, un nocciolo che discende proprio dal disagio psichico e il suo legame, la sua affinità, con la morte. Nietzsche lo condensa così, in un’immagine a dir poco icastica, Wagner est une névrose. Che egli vedesse o fosse arrivato a vedere nel suo antipodo una malattia anziché un malato, dunque non un nevrotico ma una nevrosi, negandogli di fatto di essere un uomo, la dice lunga. Il passo più significativo del Caso Wagner, dalla mia personalissima prospettiva, è quello in cui Nietzsche afferma che “il Lohengrin contiene una solenne messa al bando di ogni indagine e di ogni domanda. Wagner rappresenta in tal modo il concetto cristiano tu devi e non puoi fare a meno di credere.” Per comprendere meglio il senso è bene rifarsi a una possibile definizione di vita contenuta nella Gaia scienza, precisamente nel IV libro: “la vita potrebbe essere un esperimento di chi è volto alla conoscenza.” Credere e dover credere sono divisi da una frattura in apparenza minima o comunque secondaria, ma che è in realtà un abisso. In via Torino, davanti al Teatro dell’Opera, sprofondato nel più violento dei miei attacchi di panico, ero più che certo – come ho già detto – di essere in punto di morte. Credere di dover morire e però cosa ben diversa se non antipode del dover credere di morire. Per sbagliato che fosse, il creder di dover morire si basava infatti su un’analisi di ciò che percepivo in quei momenti. I sensi mi stavano ingannando, ma avevo comunque maturato la mia convinzione errata, da individuo che vuole sapere, volto alla conoscenza, alla comprensione di ciò che percepisce, che siano fenomeni interni o esterni alla persona. Ero, in poche parole, vivo secondo la definizione che di vita sembra dare Nietzsche e – perché no? – anche un mio amico, che quando mi sente parlare dei miei attacchi di panico in termini di attacchi di morte, obietta con perentorietà quasi irritante: “No, sono attacchi di vita.”

[stralcio di un testo scritto per l’ottavo numero del Calibano – la rivista del Teatro dell’Opera – dedicato a quel medioevo inventato nell’Ottocento e che ha permeato la fantasia di molti, a cominciare da Wagner, il cui Lohengrin va ora in scena a Roma per la prima volta in lingua tedesca.]