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Non ebbe bisogno di recarsi al cinema, Stanislaw Lem, per non riconoscersi nel film che Steven Soderbergh ha tratto dal suo romanzo, peraltro remake del precedente e indiscutibilmente più riuscito adattamento di Andrej Tarkovskij. Gli bastò leggere qualche recensione in cui il film veniva descritto nei termini di una love story ambientata negli spazi siderali per dissociarsi: «Se l’argomento di Solaris fosse davvero stato quello dell’amore di un uomo per una donna — e che si tratti di Terra o di spazio non ha alcuna importanza — non lo avrei di certo intitolato Solaris». Ma a onor del vero la vicenda in sé non è priva di un suo risvolto romantico. Anzi, si potrebbe perfino dire che sono proprio le conseguenze dei risvolti romantici a dare un senso narrativo all’argomento del libro, altrimenti costretto a rivelarsi qualcosa di troppo noioso se non illeggibile. Con questo romanzo scritto quarant’anni fa, Lem pretese infatti di fare terra bruciata della convezione fantascientifica per cui gli alieni hanno sempre qualcosa di umanoide, non tanto nelle apparenze fisiche quanto nelle finalità ovvero nel fatto che le loro azioni, per quanto strane, tendono comunque a uno scopo, tipo colonizzare la Terra o distruggere l’universo.

Secondo Lem qualcosa che sia davvero alieno dovrebbe infatti comportarsi perseguendo fini per noi incomprensibili, perché «dove non c’è gente, lì non ci sono motivazioni accessibili per l’essere umano». Portando questa considerazione alle estreme conseguenze, l’autore si è immaginato non un pianeta di alieni, bensì un pianeta alieno tout court, per l’esattezza un immenso oceano dotato di una imperscrutabile forma di coscienza. Questa brillante idea presenta un ostacolo tutt’altro che secondario: come è possibile scrivere un romanzo autenticamente alieno ovvero un racconto che, in linea di principio, escluda qualunque straccio di logica narrativa umanamente sensata? Qui entra in gioco il risvolto romantico. Avendo probabilmente perso ogni speranza di trovare una soluzione alienamente accettabile, Lem si è visto costretto a optare per qualcosa di fin troppo umano. Ecco dunque che, per ragioni destinate a rimanere ignote, forse un esperimento, forse addirittura un regalo, l’oceano di Solaris visita le menti degli umani mentre questi dormono affinché possa fargli trovare, al risveglio, la materializzazione perfetta di una persona appartenente al loro passato. Ecco dunque che Kris Kelvin, protagonista e io narrante del romanzo, si ritrova con una copia della donna che un tempo amava e del cui suicidio si sente responsabile. Se a questo si aggiunge che anche la copia finirà col togliersi la vita «non volendo essere uno strumento» dell’oceano, Stanislaw Lem ha un bel dire che non intendeva scrivere una storia d’amore; tant’è che egli stesso ammette come il romanzo si chiuda «in modo tragico e romantico». Ancor più significativa, poi, è un’altra ammissione dell’autore, quella di «avere avuto qualche difficoltà con il finale».

La verità è che il nucleo di Solaris ruota intorno a una considerazione astratta e speculativa: non ci sono incontri ravvicinati di alcun tipo che tengano con un vero alieno; qualunque «contatto» è impossibile. Tutto il resto, tutto ciò che non rientra in questa astrazione, suona inevitabilmente come un corpo estraneo, un’intrusione indebita nel magma perfetto della pura speculazione. Ingabbiato nel sogno impossibile di dare forma narrativa al più ipotetico dei trattati epistemologici concepibili, Lem ha scritto un romanzo schizofrenico, diviso tra la costrizione imprescindibile di raccontare qualcosa e l’ambizione teoretica di mostrare vanità e falsità della letteratura fantascientifica convenzionale. Ha ragione Bruce Sterling quando, in un’acuta introduzione pubblicata ne L’invincibile, commenta che «Lem dimostra poco interesse nella fiction di per sé» e che sia diventato uno scrittore di fantascienza solo perché vede in questo genere «una forma documentata di esperimento del pensiero: una rivelazione cognitiva». Non per nulla la passione di Stanislaw Lem per la letteratura è nata dai testi medici del padre; non per nulla i suoi scritti giovanili non erano propriamente storie ma «un’elaborata serie di immaginari documenti contraffatti: certificati, passaporti, diplomi… dimostrazioni in codice e crittogrammi»; un’inclinazione che si è poi compiutamente perpetuata anche nella maturità attraverso bizzarre raccolte quali Magnitudini immaginarie — collezione di introduzioni a libri che mai scritti — ma di cui si trovano chiari segnali anche in Solaris e, nella fattispecie, in quei capitoli in cui l’autore non fa che elencare ipotesi, testi e nomi di studiosi inesistenti. Va quasi da sé che la forma in cui Lem raggiunge i risultati più felici è quella del racconto o meglio la raccolta di una serie di testi brevi riconducibili a un denominatore comune, ed è il caso di Cyberiade, dove si dà conto dell’operato, non sempre perfetto, di una coppia di robot costruttori di robot. Anche qui a farla da padrona è la vocazione per il paradosso logico, perché nella loro egotistica e quasi onnipotente autosufficienza i robot riescono a costruire macchine che funzionano in modo inaspettato, vale a dire non meccanico.

Lem è uno scrittore che ritiene proficua una seria disamina della Teoria generale dei draghi perché una conclusione come «Tutti sanno che i draghi non esistono» può bastare al laico o al profano, «ma non è sufficiente per una mente scientifica». È, in buona sostanza, uno scrittore di pure idee e, in quanto tale, nonostante la grande sufficienza con cui guardava alla fantascienza americana, era fatale che l’incontro con l’opera di Philip K. Dick dovesse disorientarlo. La celebre definizione con cui Lem riconobbe in Dick una figura a parte, «un visionario tra i ciarlatani», rimane però controversa. Il fatto che il rapporto tra i due sia naufragato malamente, al di là delle paranoie di Dick che scambiò lo scrittore polacco per una spia comunista, dovrebbe indurre a qualche riflessione, perché se è vero che una fantascienza pura è essenzialmente letteratura di idee, è altrettanto vero che le idee di Dick scaturiscono spesso da difficoltà di adattamento affatto pratiche e banali come pagare una bolletta. L’autentico visionario è quindi proprio Lem, che ha sempre preteso fare filosofia della scienza raccontando. Dal canto suo, Dick era invece totalmente alle prese con il problema molto più narrativo del tempo, un problema che è il perno del suo capolavoro, Ubik, e di romanzi quali Martian time-slip e Time out of joint. In altri termini, ciò su cui si dovrebbe riflettere è l’opinione, ormai corriva, che fa di Dick il maestro della realtà che non è mai reale. Perché, sotto questo aspetto il mondo di Lem è di gran lunga più dickiano, e quanto poco sia narrativo il suo mondo è sotto gli occhi di tutti. Il che, come scrive Sterling, lascia irrisolta una questione centrale: «Cos’è dunque la fantascienza? Cosa ci sta a fare?»

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