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A suo tempo, Tony O’Neill è stato un musicista. Lo è stato prima di scoprirsi scrittore. Lo è stato finché la tossicodipendenza non gli ha lasciato spazio per altro, diventando la sua principale se non unica occupazione. Lo è stato sullo scemare degli anni 90 in qualità di tastierista per Kenickie e Marc Almond. Lo è stato anche all’alba del terzo millennio quando si unì alle schiere di The Brian Jonestown Massacre, un sodalizio che però non durò a lungo. A detta dello stesso O’Neill, fu licenziato per consumo eccessivo di droghe. Il che, considerate le inclinazioni della band, è un po’ come essere cacciati per priapismo dal set di una produzione porno. Per Tony essere tossico rappresentava una sfida, una specie di gara in cui primeggiare: “Volevo essere il migliore dei junkie. E mi ci sono messo d’impegno per diventarlo”. Il tunnel di abbrutimento in cui si ficcò ha gli odori e i colori di un luogo preciso, Los Angeles, che Tony scoprì giovanissimo, intorno ai diciotto anni, mentre era in tour con una band. Andò a una festa, conobbe una ragazza e provò per la prima volta gli effetti dei cristalli di metanfetamina. Trascorse tre notti insonni, dopodiché si ritrovò ammogliato e con la consapevolezza che non sarebbe più tornato a casa, nella vecchia Inghilterra. La nuova vita assunse presto i tratti dell’ordalia. Tony sfiorò a più riprese la distruzione completa. Da eroinomane perso, visse a lungo dove capitava. Ha abitato in rispettabili caseggiati nei periodi migliori e dormito in automobili in quelli peggiori. Quando invece galleggiava tra la sopravvivenza e il baratro definitivo dimorava in pensioni d’infimo grado. Puttane e magnaccia erano i suoi vicini abituali. Scarafaggi grandi come gatti, i suoi conviventi. Un mondo e un’umanità che hanno finito per diventare l’oggetto prediletto dei suoi libri, quando, dalla droga, è passato alla letteratura. Dapprima è arrivata un’autobiografia incentrata sull’esperienza di tossico. Quindi un romanzo vero e proprio, Down and Out on Murder Mile, che a quella stessa esperienza attingeva comunque a piene mani.

Discorso analogo, seppure in misura minore, vale anche per il più recente Sick City, sapientemente tradotto da Gaja Cenciarelli per i tipi di Playground. Jeffrey è un marchettaro venuto dal Regno Unito. Randal, il rampollo degenerato e ripudiato di un’importante dinastia di produttori cinematografici. Tossici entrambi, Jeffrey e Randal sono convinti di avere in mano la carta che li affrancherà dall’esistenza miserevole in cui sono invischiati: un porno amatoriale in cui compaiono divi scomparsi di Hollywood, tra cui anche una certa Sharon Tate che si concede in una gang bang. L’idea, s’intende, è vendere la pellicola a suon di milioni. S’intende pure che la strana coppia è votata al fallimento perché troppo poco attrezzata e troppo tossica per gestire l’affare senza mettersi in guai seri. Il romanzo è un frenetico susseguirsi di scene estreme, violente, a metà tra un film di Tarantino e Qualcuno volò sul nido del cuculo. Buona parte dell’azione si svolge infatti in una sorta di clinica degli orrori, un centro di riabilitazione gestito da un santone palesemente ispirato al dottor Drew Pinksy, protagonista di un reality show della televisione americana in cui viene mostrato come si recuperano alla vita sana celebrità dedite all’abuso di alcol e altre sostanze. Lo stile di O’Neill, ruvido ed essenziale, memore del primo Bret Easton Ellis, non eccelle in originalità, ma è pur vero che la natura di determinate storie impone che le si racconti senza fronzoli, badando al sodo, alla velocità con cui si precipita in un abisso.

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