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È un libro duro, crudele, di una crudeltà folle. O forse soltanto folle. Il titolo dice molto, quasi tutto, e vale la pena trascriverlo per intero, nella sua insensata lunghezza: Mia madre musicista è morta di malattia maligna a mezzanotte tra martedì e mercoledì nella metà di maggio mille977 nel mortifero Memorial di Manhattan. Ci dice, per cominciare, che è il libro di un figlio al cospetto del trauma più ineluttabile che un figlio possa conoscere, la scomparsa della propria madre. Ci dice poi qualcosa in merito al luogo e al tempo in cui il trauma si è consumato, la New York degli anni 70. E ci dice infine qualcosa circa la personalità del figlio, una personalità che si annuncia quantomeno ossessiva. Un titolo più nudo, che so, Mia madre è morta, non avrebbe già detto tutto quel che di vero ed essenziale c’era da dire? Per questo figlio, evidentemente no. Questo figlio voleva dire anche altro. Non gli bastava dire «madre», doveva aggiungere «musicista» e una sfilza di altre informazioni ancor più secondarie. I particolari sembrano interessarlo assai più del nocciolo delle cose. Se poi leggessimo il titolo in francese, ovvero nella lingua in cui è stato originariamente scritto, la sensazione di trovarci di fronte a uno strano esemplare di figlio si tramuterebbe in certezza. Segnatamente, ci colpirebbe la parte finale, che recita così: au mouroir Memorial à Manhattan. Un’allitterazione quasi impronunciabile che dà al tutto il sapore morboso di una lugubre filastrocca. Ma apriamo il libro. A fare gli onori di casa è una citazione. In teoria, nulla di strano; esordire con una citazione è usanza assai consolidata tra gli scrittori, e non soltanto tra essi. Non altrettanto comune è però che, nell’infinità di pensieri disponibili, un autore scelga (ed è questo il caso) di citarne un suo. Ma andiamo avanti.

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Nella prima pagina, il figlio considera che valeva comunque la pena di cercare di fare un libro sulla morte della madre (scrive testualmente così), non fosse perché lei, la madre, «aveva lasciato una serie di annotazioni sul decorso della propria malattia». A questa considerazione, già di per sé inquietante, ne fa seguito una che non può non lasciarci sgomenti. Il figlio trova infatti di grande interesse che l’insieme delle informazioni concernenti tempo, luogo e causa della morte si traducano in un’allitterazione altamente improbabile qualora questo stesso insieme venga esposto in francese o in un’altra lingua romanza. Un’improbabilità pari — considera sempre il figlio — alla vincita alla lotteria che, anni dopo, gli avrebbe consentito di campare di rendita. Sì, perché Louis Wolfson è da sempre un giocatore e a questa passione non ha mai derogato. Anche nei giorni in cui la madre si spegneva nel mortifero Memorial di Manhattan non mancava di recarsi all’ippodromo per investire in scommesse l’assegno d’invalidità che percepiva in quanto «schizofrenico dall’infanzia». E con ciò appare sempre più chiara quale sia la natura del figlio, dell’uomo che scrisse questo libro in francese solo perché il suono dell’inglese gli dava sui nervi. E forse dovrebbe anche intuirsi la natura sconcertante del suo libro, uscito per la prima volta in Francia nel 1984, nell’entusiasmo unanime degli intellettuali di allora, Michel Foucault su tutti. Una natura che è oltre la letteratura. La natura di un luogo in cui le parole perdono il senso condiviso per restare soltanto pure spine, pura ed estrema espressione del gelo di vivere, del dolore di non saper provare dolore.

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