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Natale è ormai prossimo e non è detto che sarà la festa più bella dell’anno. Non per tutti quantomeno. È risaputo, infatti, che a Natale i depressi rantolano nella depressione e chi è solo annega nella solitudine. Ci sono poi persone che odiano il Natale dal profondo del cuore, sebbene apparentemente non ne abbiano motivo. Anche a coloro i quali sembrano non avere nulla di cui lamentarsi – nulla che impedisca di provare a essere felici smettendo di torturarsi nell’animo – può accadere di ritrovarsi stretti in una morsa di angoscia e, come niente fosse, a compiere gesti dettati da un’improvvisa quanto incomprensibile mancanza di autocontrollo: atti che possono rovinare l’esistenza trascinandola prima in un baratro e poi all’inferno. E tutto questo perché? Per qualcosa di storto che hanno dentro di sé? Forse sì, ma anche perché è Natale. Soprattutto perché è Natale. Ecco una bella storia al riguardo, così bella da diventare un romanzo che il «Time Magazine» ha inserito tra i cento migliori mai scritti in lingua inglese. John O’Hara, il suo narratore, un americano passato a miglior vita da più di tre decenni ormai, l’ha chiamata Appuntamento a Samarra. Lo strano titolo è un richiamo a una vecchia parabola, quella del servo di un mercante di Baghdad che cerca di sottrarsi alla Morte riparando in un’altra città, Samarra per l’appunto, dove scoprirà che era proprio quello il luogo in cui la Morte gli aveva dato appuntamento.

Vista la considerevole quantità di americani che in tempi non lontani ha incontrato la morte in Iraq, magari proprio a Samarra, cittadina di duecentomila abitanti a un centinaio di chilometri da Baghdad, questa bella storia del secolo scorso potrebbe riacquistare una sua strana e perversa attualità. Per quanto non ce ne sarebbe davvero alcun bisogno. Una storia è comunque una storia e se è bella la sua capacità di parlare al cuore delle persone resta immutata nel tempo. Ovviamente, «bella» deve intendersi in senso lato visto che tratta di un giovane uomo che nel giro di un paio di giorni compie una serie di impulsive e insensate prodezze che lo condurranno all’autodistruzione. Siamo nell’America del Proibizionismo. È la notte di Natale del 1930, primo anno della grande Depressione. La storia ha inizio in un circolo dove l’élite di una piccola città di provincia della Pennsylvania sta tenendo una festa. Sembra una riunione come tante altre. Tutto procede senza eventi degni di nota, a parte la spallina di un vestito che scivola scoprendo per un istante il seno di una delle ragazze invitate, seno che la maggioranza dei presenti ha comunque già avuto modo di ammirare e toccare in altre e più intime occasioni. Seduto a uno dei tanti tavoli, Harry Reily si appresta però a raccontare una delle sue insopportabili barzellette. Di fronte a lui, il giovane Julian English, come sua abitudine, ha alzato il gomito oltre il dovuto e fissa Reily con lo sguardo un po’ appannato ma attento. Il fatto è che Julian odia Reily. Non che costui gliene abbia dato reale motivo. Anzi, una volta gli ha prestato addirittura ventimila dollari. Ciò nondimeno Julian lo detesta e fantastica di gettargli il bicchiere di whisky in faccia, pur sapendo che non avrà mai il coraggio di farlo davvero, perché Reaily sarà anche sgradevole ma occupa un posto di rilievo nella scale sociale. In altre parole, è la tipica persona che sarebbe meglio non inimicarsi.

E qui lo scrittore O’Hara si esibisce in un colpo da vero maestro. Abbandona ai propri pensieri il personaggio di Julian, sul quale poco o nulla ci è stato detto finora, e comincia a vagare per la festa descrivendo balli e chiacchiere e introducendo altri personaggi, finché uno di questi annuncia: «Julian English ha gettato un bicchiere di whisky in faccia a Harry Reily. Roba da pazzi!» E lo è davvero, roba da pazzi, perché Julian è un giovane trentenne di buona famiglia sposato con Caroline Walker, ragazza bella e appassionata che la mattina dopo rimprovera il marito per lo stupido gesto. Quella in cui vivono è una piccola città e quando tutti sapranno, nulla impedirà a Harry di restituire a Julian pan per focaccia. Ma non è finita. Quella stessa sera si tiene un’altra festa alla Diligenza, lussuoso albergo dove si paga più di mezzo dollaro al bicchiere. Julian, che ha tentato senza successo di scusarsi con Reily, comincia a sentirsi malvisto dalla comunità. Fatalmente eccede di nuovo con l’alcol e si prende qualche libertà di troppo con la donna del gangster locale, il tutto sotto gli occhi dello scagnozzo del boss e dell’amata Caroline. A questo punto il destino di Julian è segnato. In circostanze normali magari si sarebbe trovato rimedio. Ma, come abbiamo detto, è Natale e Julian seguita a bere. Due fattori che precludono ogni via di uscita. I cupi e indefiniti risentimenti che covano nel profondo del giovane riaffiorano tutti insieme impedendogli di ragionare. Julian subisce una brusca mutazione, si fa sempre più rabbioso distaccandosi dal corpo sociale finché non gli rimane che un gesto estremo per uscirne, semmai «uscirne» fosse il termine adatto. La modalità repentina e in parte inesplicabile di questa discesa agli inferi conferisce alla vicenda un che di soprannaturale ed è proprio nella sua atmosfera sinistra, quasi da horror psicologico, che risiede gran parte del fascino di Appuntamento a Samarra. Purtroppo l’autore non sarà destinato a ripetersi. John O’Hara scriverà centinaia di racconti e molti altri romanzi, alcuni dei quali fortunati best seller, ma le vette toccate con il racconto del disgraziato Natale di Julian English rimarranno sempre lontane.

Pubblicato nel 1934, Apputamento a Samarra ebbe un successo immediato ma fu accusato di oscenità malgrado l’editore avesse tagliato alcune scene troppo esplicite sul piano sessuale. O’Hara lo scrisse in pochi mesi, quando era ancora ventottenne e abitava in una squallida cameretta a New York sbarcando il lunario alla meno peggio, facendo i mestieri più disparati, frequentando i locali clandestini e la café society. Quale scenario della tragedia, O’Hara scelse Gibbsville, immaginaria cittadina della Pennsylvania che avrebbe continuato a usare in molte opere future, facendo un po’ quel che Faulkner fece con la mitica Yoknapatawpha del Mississipi. È probabile che il nome della città derivi da Wolcott Gibbs, direttore del «New Yorker» con il quale O’Hara collaborò lungamente. Nessun dubbio invece sul fatto che attraverso Gibsville lo scrittore intendesse rappresentare in tutti i suoi aspetti più ipocriti e deteriori Pottsville, il piccolo centro della Pennsylvania in cui nacque nel 1905. Analogamente, non è sbagliato riconoscere nel protagonista di Appuntamento a Samarra alcuni tratti dell’uomo John O’Hara: ossessione per la precarietà finanziaria, rapporto conflittuale con la figura paterna, fallimento matrimoniale e, per finire, carattere scostante e smodata propensione al bere. Fu proprio grazie a questi due ultimi, spiccati lati della sua personalità, che John O’Hara si complicò la carriera più del dovuto. Se oggi il suo nome è pressoché ignorato lo si deve in buona parte al carattere difficile che lo indusse a fare di tutto per essere odiato perfino dagli stessi amici e al di là dei suoi reali difetti, che peraltro non erano pochi. L’epitaffio che lasciò scritto per la sua lapide restituisce una chiara misura del suo sfrenato egocentrismo: «Meglio di chiunque altro, ha raccontato la verità sulla sua epoca, la prima metà del ventesimo secolo».

In certo senso è così. Fu a partire dal National Book Award vinto nel 1955 con il romanzo Ten North Frederick che i riconoscimenti critici per la sua opera iniziarono a conoscere un inesorabile declino. Da allora in avanti quel che egli scrisse venne regolarmente bollato come l’insipido e indulgente ritratto di un mondo di pochi eletti le cui principali preoccupazioni erano le auto costose o l’appartenenza a un circolo. E certamente non giovavano alla sua reputazione letteraria nemmeno le ambizioni da arrampicatore sociale che O’Hara coltivava o l’assoluta mancanza di ritegno con cui promuoveva il proprio lavoro arrivando addirittura al punto di autocandidarsi per il Nobel. Non di rado dietro i lati peggiori di un uomo si nasconde la vergogna per il proprio passato. È per l’appunto il caso di John O’Hara che considerava la posizione sociale della sua famiglia d’origine, e il fatto di non essersi laureato all’Ivy League, alla stregua di tare sociali. «Qualcuno dovrebbe indire una colletta per mandare O’Hara a Yale» commentò una volta Hemingway offrendo una caustica immagine dell’esasperata voglia di rivalsa che animava il suo collega. Lo stesso Hemingway disse però anche altro. «Se volete leggere un libro scritto da un autore che sa esattamente di cosa sta parlando e ne parla meravigliosamente bene, leggete Appuntamento a Samarra».

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