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Si rac­conta che prima di diven­tare famosa Oprah Win­frey avesse una cita­zione attac­cata allo spec­chio, una frase da lei attri­buita a Jesse Jack­son: «Se posso pen­sarlo, e se il mio cuore ci crede, signi­fica che posso farlo». A cosa pen­sasse il reve­rendo Jack­son è sto­ria nota. Pen­sava di cor­rere per la Casa Bianca e dovette cre­derci con tutto il cuore, ma non riu­scì mai nell’intento mal­grado abbia par­te­ci­pato per ben due volte alle pri­ma­rie del par­tito demo­cra­tico. Il suo fal­li­mento è stato però com­pen­sato dal suc­cesso della con­dut­trice tele­vi­siva. Il jet pri­vato di Oprah, il suo patri­mo­nio miliar­da­rio, l’impero d’immagine che que­sta donna del Mis­sis­sippi ha costruito con la sola forza della per­so­na­lità, dimo­strano che il prin­ci­pio di con­ce­pire un obiet­tivo e cre­derci fino in fondo è valido. Valido nella misura in cui può essere valido per un ame­ri­cano, ovvio. Il che è come dire: valido come può esserlo un sogno o una bella favola. In effetti, è anche qual­cosa di più. Nella ver­sione ovvia­mente agio­gra­fica e poco atten­di­bile che Oprah dà della sua infan­zia, in prin­ci­pio c’era una bam­bina dalla pelle neris­sima e così povera che nes­suno dei suoi vestiti era com­prato in un nego­zio. Per ani­mali dome­stici aveva un paio di sca­ra­faggi allog­giati in un barat­tolo. Illu­mi­nata dalla lugu­bre luce di inizi tanto infe­lici e sco­rag­gianti, la sto­ria di Oprah non è più sol­tanto la bella favola. Mat­ta­trice indi­scussa della tele­vi­sione. Amba­scia­trice della let­tura presso il grande pub­blico. La donna che dà del tu a chiun­que, Pre­si­dente incluso, è la dimo­stra­zione che ascen­dere dalla stalle alle stelle è ancora pos­si­bile.

Oprah in una foto del 1976

Oprah in una foto del 1976

La para­bola straor­di­na­ria di Oprah è inol­tre un dito pun­tato con­tro le per­sone che usano i pro­dotti sca­denti che lei recla­mizza ma che mai si sogne­rebbe di acqui­stare. Fa sen­tire in colpa le per­sone che non pos­sono chia­mare «amico» John Tra­volta. Quale opi­nione potrà mai avere di sé la per­sona che non pos­siede nem­meno una casa, quando Oprah, la bam­bina che gio­cava con gli sca­ra­faggi, ne ha addi­rit­tura nove? Insomma, l’esistenza di Oprah non sol­tanto dimo­stra che il sogno ame­ri­cano esi­ste; priva di ogni scu­sante coloro che non ci hanno cre­duto, che non ce l’hanno fatta. L’assunto che restare un per­dente è dovuto soprat­tutto a una man­canza di fidu­cia in sé stessi, a una scarsa deter­mi­na­zione nel con­qui­sta della pro­pria feli­cità, è da sem­pre un tratto distin­tivo del pen­siero ame­ri­cano, se non il tratto per eccel­lenza, quello dal quale tutti gli altri discendono. Per quanto possa appa­rire falsa o reto­rica agli occhi di noi euro­pei, que­sta con­vin­zione ha costi­tuito il punto di forza della nazione, una risorsa morale cui attin­gere nei momenti deci­sivi. Non per nulla l’espressione «Sogno Ame­ri­cano» divenne popo­lare durante la Grande Depres­sione, a par­tire dal 1931, gra­zie allo sto­rico James Tru­slow Adams che la usò non lesi­nando sull’enfasi, in un libro dal titolo che era tutto un pro­gramma, Epic of Ame­rica. Pec­cato però che da qual­che decen­nio a que­sta parte il mito evi­denzi crepe impor­tanti. I Fran­tumi dell’America, vin­ci­tore del Natio­nal Book Award per la sag­gi­stica, rac­conta que­sto declino ormai tren­ten­nale intrec­ciando i per­corsi di varie persone. Alcune di esse non sono che brevi ritratti, meda­glioni di cele­brità, quali appunto Oprah Win­frey, stelle che fanno da fon­dale a cin­que sto­rie più oscure o per­lo­meno non illu­mi­nate dai riflet­tori. Il figlio impren­di­tore di un col­ti­va­tore di tabacco caduto in disgra­zia. La figlia di un eroi­no­mane afroa­me­ri­cano cre­sciuta nella deso­la­zione della Rust Belt dein­du­stria­liz­zata. Un col­la­bo­ra­tore di John Biden che smar­ri­sce pre­sto i suoi begli ideali. Il ricco fon­da­tore di Pay­Pal. Per finire, non una per­sona ma un luogo della Flo­rida: Tampa, cen­tro nodale di una furiosa spe­cu­la­zione immo­bi­liare e di quanto sca­turì dal quel furore ovvero il feno­meno del Tea Party.

È un arazzo del disfa­ci­mento quello ordito da George Pac­ker, firma di punta del «New Yor­ker» che nel 2005 aveva dato alle stampe The Assas­sins’ Gate, inchie­sta ad ampio spet­tro sulla disa­strosa occu­pa­zione dell’Iraq da parte dall’amministrazione Bush. Per certi versi que­sto nuovo libro può defi­nirsi un pre­quel, una risa­lita alle ori­gini del declino. Pac­kar pre­mette che nes­suno può indi­vi­duare con cer­tezza il momento ini­ziale, per­ché «come ogni grande cam­bia­mento, anche que­sto ini­ziò innu­me­re­voli volte, in innu­me­re­voli modi, fin­ché a un certo punto il paese — sem­pre lo stesso paese — varcò una deter­mi­nata soglia sto­rica e diventò irri­me­dia­bil­mente diverso». A que­sta con­si­de­ra­zione dell’autore va aggiunto che l’eventualità di una grave crisi, di una minac­cia cata­stro­fica se non apo­ca­lit­tica è sem­pre stata parte inte­grante del rac­conto nazio­nale. La potremmo defi­nire la forza oscura di cui il paese ha biso­gno per dimo­strare a se stesso di cosa è capace, quale avver­sità è pronto ad affron­tare per la rea­liz­za­zione e la difesa del suo Sogno. Del resto, non fosse per l’abisso delle stalle, che senso avrebbe la sca­lata alle stelle? Molte di que­ste minacce sono state soprat­tutto imma­gi­na­rie, spet­tri da sban­die­rare in nome dell’unità nazio­nale, ma non sono man­cati i momenti di auten­tica dram­ma­ti­cità. Tra que­sti il più fune­sto del Nove­cento è stato cer­ta­mente la Grande Depres­sione ed è pro­prio un testo fon­da­men­tale di quell’epoca che Pac­ker ha scelto quale modello nar­ra­tivo per il suo rac­conto: U.S.A. di John Dos Pas­sos. Da quella tri­lo­gia scritta nei dif­fi­cili ’30 I fran­tumi dell’America mutuano il con­ti­nuo alter­nare di campi lun­ghi e sguardi rav­vi­ci­nati, l’incessante sovrap­po­si­zione di piani e tempi diversi, il fre­ne­tico e appa­ren­te­mente scoor­di­nato sus­se­guirsi di fram­menti di sto­rie, fram­menti che a tratti diven­tano sem­plici sem­plici frasi, imma­gini ica­sti­che nelle quali si intra­vede un ordito di qual­che tipo, un livello sot­ter­ra­neo dal quale è pos­si­bile estrarre un filo rosso.

George Packer nell'icona del New Yorker

George Packer nell’icona del New Yorker

Nel mezzo del suo viag­gio, Pac­ker mostra in ter­mini ine­qui­vo­ca­bili che all’origine del dis­se­sto ame­ri­cano ci sono i soldi facili e la con­se­guente e vor­ti­cosa spa­ri­zione di ogni idea­li­smo poli­tico. Lo fa attra­verso le parole di Jeff Con­naughton, con­si­gliere dell’amministrazione Clin­ton ven­du­tosi alle ragioni del lob­bi­smo. E non senza pro­fitto: «Quando piov­vero van­taggi su Wall Street così come su Washing­ton, quando diventò pos­si­bile fare milioni di dol­lari sul bot­tino azien­dale — io ne ne sono un esem­pio vivente, nes­suno ha mai sen­tito par­lare di me eppure sono uscito da Washing­ton con milioni di dol­lari in tasca -, quando il prezzo di certi com­por­ta­menti dimi­nuì, quando comin­cia­rono a ero­dersi e a scom­pa­rire le norme che se non altro fre­na­vano le per­sone dall’essere sfron­tate nel loro modo di gua­da­gnare, la cul­tura cambiò». È quella che Con­naughton chiama la «teo­ria uni­ver­sale», teo­ria che dovrebbe spie­gare cosa è diven­tato il denaro nella vita ame­ri­cana a par­tire dagli anni ’80: il segno di un’intera epoca, di un declino. Allo sgre­to­larsi delle regole che face­vano fun­zio­nare le vec­chie isti­tu­zioni, la nazione di un tempo è andata in fran­tumi, lasciando un vuoto riem­pito dal capi­tale orga­niz­zato, «la forza di default della vita ame­ri­cana». Il mito vuole che crolli di tale spe­cie non por­tino sol­tanto disa­stri. I disa­stri rin­no­vano. Non si dice forse che biso­gna vivere i momenti di crisi come occa­sioni da cogliere al volo? L’America è il paese della libertà e per­tanto Pac­ker non manca di osser­vare che l’occasione offerta dal crollo è stata per l’appunto «una libertà che non si era mai vista prima»; ma in un mondo troppo libero, nel gioco tipi­ca­mente ame­ri­cano del vin­cere o per­dere, «i vin­ci­tori vin­cono come non mai, levan­dosi in alto come enormi diri­gi­bili, men­tre i per­denti pre­ci­pi­tano a lungo prima di toc­care terra, e a volte non la toc­cano mai». Il vero prezzo da pagare non è tut­ta­via il fal­li­mento in sé bensì la soli­tu­dine nella quale ognuno gioca le pro­prie carte. E poco importa allora che la par­tenza sia uno sca­lino di pri­vi­le­gio o uno sca­ra­fag­gio chiuso in un barat­tolo. Nell’era della libertà sfre­nata soprat­tutto una cosa va tenuta a mente: che nes­suno si pre­oc­cu­perà mai di te all’infuori di te.

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