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Correva l’anno 1968, con le sue meraviglie e i suoi lati oscuri, quando, sui muri di Parigi, apparve un graffito. Diceva: «Sous les pavés, la plage!». Gli studenti manifestavano. Urlavano la loro rabbia giovane. Lanciavano pietre contro il sistema, accidentalmente personificato dagli uomini delle forze dell’ordine. Il procacciamento di munizioni imponeva di divellere l’acciottolato sotto cui riposava uno strato di sabbia. Forse perché era maggio, la vista di quel terriccio finissimo evocò a qualcuno panorami alternativi ai grigi inverni cittadini, una striscia di spiaggia su cui distendersi immobili come un blocco di porfido, a bagnarsi di sole, sonnecchiando, col rumore del mare nelle orecchie. Si racconta che questo qualcuno fosse una contestatrice di riguardo, Marguerite Duras, la quale, seppur non più giovanissima, non disdegnava le barricate. Che sia stata davvero lei a confezionare il celebre slogan è tuttavia irrilevante. In un certo senso, sarebbe perfino preferibile che il vero autore restasse anonimo, uno tra tanti, uno il cui destino sia per i posteri fonte d’interrogativi. Sarà davvero migrato in una spiaggia lontana in cerca di sé o di una esistenza diversa? O sarà invece rientrato nei ranghi, una volta trascorsi i focosi giorni dell’immaginazione al potere, invecchiando alla maniera borghese: di giorno al lavoro, la sera in casa, appresso ai figli, alla moglie, magari anche all’amante, alle bollette da pagare? E un’aura di interrogativi avvolge anche colui che, di recente, ha deciso di resuscitare quelle parole: Sotto il pavé, la spiaggia! Lo slogan appare infatti in forma di epigrafe nel nuovo romanzo di Thomas Pynchon, colorandosi di significati ulteriori, giacché la spiaggia c’è davvero, perlomeno in forma di scenario. E che spiaggia. Il mitico litorale di Los Angeles e dintorni, dove risuona costante il batacchiare delle tavole da surf e il tramonto tinge d’arancio la distesa del mare.

Ma c’è anche un’altra ragione per cui il richiamo sessantottino assume un senso nuovo. Alla luce della ponderosa produzione tipica dello scrittore, Inherent Vice appare sorprendentemente leggiadro, e non tanto per il numero in fondo contenuto delle pagine, quanto perché la sua lettura non richiede sforzi titanici. Ovviamente, si tratta pur sempre di Pynchon, con tutto ciò che questo comporta, ma è comunque un Pynchon assai godibile e semplificato. Un Pynchon per l’estate, insomma. Mettendola alla «parigina», si potrebbe concludere che sotto pesanti mattoni come Mason & Dixon o il più recente Contro il giorno covava una lettura da spiaggia. Chi avrebbe mai detto che il grande recluso della lettura americana potesse trastullarsi in un noir alla Raymond Chandler? In effetti, per i più avveduti non c’è molto di cui stupirsi. Le erratiche trame tessute dal nostro si sono sempre aggrovigliate attorno a misteri sui quali cercavano di far luce eserciti di curiosi personaggi spesso scarsamente attrezzati allo scopo. In questo caso, però, si tratta di un mistero in piena regola. O meglio: in pieno genere. Niente astrusità postmoderne quali l’insondabile legame che unisce i pruriti sessuali di un sottufficiale alleato all’avvicinarsi dei micidiali razzi V-2 sui tetti di Londra o sedicenti sistemi di comunicazione alternativi alle poste federali le cui origini si perdono nel lontano Medioevo.

Stavolta il tutto è assai più convenzionale, quantomeno nelle premesse. Lo stesso dicasi per il giovane eroe della situazione, che di professione fa proprio il solutore di misteri: l’investigatore privato. Una sera bussa alla porta una sua vecchia fiamma, tale Shasta, che gli rivela l’esistenza di un complotto teso al rapimento del suo nuovo amante, un costruttore miliardario di nome Mickey Wolfmann. L’investigatore ha ancora un debole per la ragazza e non fa in tempo a raccapezzarsi che si ritrova arrestato per l’omicidio di una delle guardie del corpo del costruttore, il quale è intanto sparito come pure sparita è Shasta. Premesse convenzionali, si era detto, tipiche di un romanzo in perfetto stile noir, non fosse che il prosieguo delle indagini è aiutato e al contempo ostacolato da un’inopinata serie di coincidenze e improbabili deragliamenti. Il mistero si allarga a macchia di leopardo. L’investigatore inciampa così in collezioni di cravatte con donnine discinte dipinte a mano, in falsi biglietti da venti dollari con il ritratto di Richard Nixon, in un’associazione di dentisti assassini nota come Zanna d’Oro, che è però anche il nome di una barca con un tortuoso passato alle spalle nonché di un sedicente cartello indocinese per il traffico di eroina. E che dire dello stesso investigatore, che viene rilasciato all’istante dalla polizia a patto di fornire informazioni sulla comunità di hippy e surfisti che infestano le amene spiagge californiane? Larry Sportello detto Doc, questo il suo nome. A pensare male si direbbe che le tre iniziali hanno un suono sospetto, Lsd. E manco a farlo apposta, dopo poche pagine appena, il lettore scopre che sulla porta del suo ufficio campeggia la seguente insegna «lds, investigation, lsd». Nonostante venga spiegato che il lisergico acronimo sta per «Location, Surveillance, Detection», il disegno che l’accompagna – un gigantesco bulbo oculare iniettato di sangue – ha tutta l’aria di una parodia psichedelica del logo della prima grande agenzia investigativa americana, la mitica Pinkerton, dove il motto «Noi non dormiamo mai» faceva il paio con l’immagine di un occhio aperto.

Doc Sportello fa invece l’esatto contrario: i suoi appostamenti si risolvono immancabilmente in «grandi sonni» indotti dalla quantità industriale di canne che si fuma. Stando a quanto gli è stato rivelato nel corso di un bad trip, causato da un acido assunto a sua insaputa, tre miliardi di anni prima Sportello viveva su un pianeta situato in sistema stellare all’altro capo dell’universo. In seguito all’esperimento di un gruppo di preti-scienziati era finito col ritrovarsi all’angolo di una strada, in località Gordita Beach, dove la sua vista fu catturata da «quella che pareva essere un’infinità processione di giovani donne in bikini». Parafrasando un celebre libro di Huxley che ispirò a Jim Morrison e compagni il nome della loro band – presente tra l’altro nel romanzo di Pynchon con uno dei suoi hit più significativi, People are strange (When you are stranger) – si potrebbe concludere che Doc sia uno sportello della percezione. Inherent Vice è per l’appunto una porta aperta su un tempo e un luogo precisi, una spiaggia della Storia, la California degli anni Sessanta, «piccola parentesi di luce» condannata purtroppo a essere inghiottita dalla restaurazione. Il sistema, votato all’avidità, non ammetteva infatti che la gente ragionasse di testa propria, magari fantasticando intorno a rivoluzioni e possibilità di altri mondi. È un classico motivo pynchoniano, se non il motivo per eccellenza: manipoli di sbandati sognatori da un lato, tenebrose eminenze votate alla repressione dall’altro. L’ennesimo ritorno sul luogo del delitto, dunque? Non proprio.

Stavolta le erratiche trame che conducono i cattivi ad avere sistematicamente la meglio sui buoni non sono che un condimento, un motivo di fondo al quale finanche l’autore sembra aver smesso di credere. Ci sono perché fanno parte del cliché, perché è scontato debbano esserci, tanto in Pynchon che in un noir. Svolgono un ruolo decorativo e non presuppongono nessuna visione del mondo, perché nessuna autentica paranoia pervade questo romanzo se non quella scaturita dall’abuso di stupefacenti. Finanche la famigerata entropia – da sempre colonna portante della filosofia pynchonia – assume toni più tenui. Mutuata dal gergo marittimo, l’espressione «inherent vice» indica l’estrema e intrinseca fragilità per cui certa merce esce fatalmente danneggiata da un trasporto. Qui il «vizio» diventa una metafora dell’inevitabile destino cui erano condannati gli anni Sessanta. Preziosa e delicata come un cristallo di Boemia, l’era psichedelica non poteva durare a lungo in un mondo di elefantiache brutture. Inherent vice è il romanzo di quello che non poteva essere e che non è stato. Ma a differenza di Vineland, che trattava la stessa questione da un’altra prospettiva, non c’è amarezza né nostalgia ma piuttosto una sorta di entropia idilliaca. L’odio per i repubblicani e la polizia si risolve in schermaglie da commedia televisiva o inseguimenti da cartone animato. Gli hippy stanno agli sbirri come Bip Bip sta a Willy il Coyote, con la sola differenza che il geococcyx californianus – questo il nome scientifico del velocissimo volatile da molti scambiato per uno struzzo – ha sempre la meglio sul suo cacciatore, il quale, proprio in virtù dei reiterati fallimenti, risulta irresistibilmente simpatico. La passione di Pynchon per i cartoni animati è nota, ma mai come in questo caso i suoi personaggi erano stati tanto bidimensionali. Perché abbia passato il segno Pynchon lo spiega indirettamente a metà del libro, quando gli occhi di Sportello cadono sulla sezione otto del capitolo «Situazioni interpersonali» del Manuale delle procedure della Zanna d’Oro: «Trattare con un hippy è in genere facile. La sua natura infantile risponde quasi sempre in termini positivi a droghe, sesso e/o rock & roll, sebbene l’ordine in cui queste risorse debbono essere dispiegate dipende dalla specifica condizione del momento».

Prima di essere noir, Inherent vice è pertanto bambinesco. Infantile come può esserlo un hippy, è l’elegiaco canto d’amore a un paese dei balocchi, la Manhattan Beach degli anni Sessanta dove lo scrittore visse in gioventù attendendo al suo capolavoro, L’arcobaleno della gravità . E piuttosto che ricordare quel tempo e quei luoghi alla maniera degli scrittori in là con gli anni che si profondono in lamentazioni sui guasti della vecchiaia, Pynchon ha preferito ricrearli alla maniera sua: droghe che scorrono come la Coca-Cola nei McDonald, ragazze tutte bellissime e in minigonna, e musica rock ovunque. Ha chiuso tutto ciò in una bolla di sapone e lo ha raccontato un attimo prima della fine, alla vigila del processo contro Charles Manson, che notoriamente marcò la fine di quella stagione. Del resto, il «vizio insito» di una bolla è che non può non scoppiare. Ma proprio per questo ne ha fatto un cartone animato: perché, almeno nel romanzo, lo scoppio sia innocuo e lo si possa rileggere e poi ancora rileggere, divertendosi. E così, come il pavè nasconde la sabbia, da sotto la patina fintamente noir di queste pagine risale un altro motivo: una tenerezza da bambini, la voglia di illudersi che basti seguitare a raccontare una cosa affinché questa duri per sempre. Un po’ come dire: è durato il volgere di un mattino, ma è stato bello. Ci rivediamo di sicuro in un’altra vita. Pardon, in un’altra spiaggia.

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