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Peter Halley «Cross Roads» 2002

Malgrado sia molto diffuso, il romanzo di ambientazione carceraria assume spesso le sembianze di un sottogenere, di una appendice, una estensione delle tante vesti possibili di altre forme letterarie quali il romanzo criminale o il libro di memorie. A renderlo sfuggente non è tanto la varietà di modi e motivi in cui si manifesta quanto il fatto che il carcere, prima ancora di essere un luogo dell’azione, si presenta come premessa, motivo scatenante della scrittura. Si scrive in un certo modo, e si sceglie un determinato argomento, proprio perché si è o si è stati carcerati o si è patita una qualche forma di prigionia. Non per nulla, i romanzi carcerari sono quasi tutti invisibili, essendo nati in una prigionia che non lascia tracce evidenti nella storia. Che un esempio di questo tipo sia il Don Chisciotte, un libro da molti considerato come il primo vero romanzo della storia occidentale, è forse un elemento da non sottovalature. Come pure non secondaria è la coincidenza per cui certa narrativa di intrattenimento sia chiamata letteratura di evasione. Da Cervantes a Wilde, passando per il marchese de Sade e Dostoevkij, fino all’estremo di Kafka, dove non è ben chiaro se l’incarcerazione sia da intendersi più come un infierire del destino o un’aspirazione inconfessata, la cella è rimasta un approdo, benché sgradito, che lo scrittore si trova ad affrontare venendone cambiato profondamente e, a volte, traendone ispirazione. Nella letteratura del Novecento, in particolare in quella statunitense, si è andato invece affermando un romanzo carcerario di tipo nuovo, non più partorito dallo scrittore in gabbia, ma dal criminale che una volta dentro scopre il potere della letteratura. In alcuni casi – A sangue freddo di Capote o Il canto del boia di Mailer – è una scoperta passiva o comunque mediata da uno scrittore di professione. In altri casi però, è il criminale a prendere carta e penna, a rendere pubblica la sua storia, superando le barriere di ordine morale che spesso la società americana gli oppone, nonostante la libertà di espressione garantita dal primo emendamento. Tra i più noti Ed Bunker. Tra i più interessanti Jack Henry Abbott, non foss’altro che per il modo in cui questo rapinatore e omicida arrivò alla celebrità letteraria, ovvero grazie a Norman Mailer con il quale si era messo in contatto offrendosi di fornire descrizioni di come si vive dietro le sbarre più realistiche di quelle presenti nel Canto del boia. La vicenda di Abbott, tornato a uccidere appena sei settimane dopo avere riacquistato la libertà grazie all’improvvido interessamento di Mailer, sollevò in maniera tragica un dubbio probabilmente ozioso, tanto è indecidibile. Può il talento letterario riscattare dal delitto e, nel caso, fino che punto?

La questione è riemersa di recente in America quando lo stato del Michigan ha chiesto che il novanta per cento di quanto guadagnato da Curtis Dawkins con la pubblicazione di Questo ero io venga trattenuto per rimborsare i costi della sua detenzione. La storia ha avuto inizio una disgraziata notte di fine ottobre di quattordici anni fa quando Dawkins si introdusse in casa d’altri. Sotto gli effetti del crack, e vestito da gangster, terrorizzò le persone che vi abitavano e ne uccise una. Non fu la follia di un ragazzino. All’epoca Dawkins era un uomo fatto e finito seppure con problemi di soldi e di droga. Sposato, padre di tre figli, aveva alle spalle anche un master in Fine Arts, nato dall’incontro casuale con una persona che come lui frequentava gli Alcolisti anonimi e che gli aveva passato libri di Faulkner e Salinger. Sono stati tuttavia il rimorso e l’ergastolo a fare di lui uno scrittore o, per meglio dire, a indurlo a cercare nella scrittura uno scopo o almeno un sollievo dalla consapevolezza che per lui la libertà resterà per sempre soltanto un ricordo. «Dopo aver sentito la porta di una cella chiudersi di schianto – scrive Dawkins nei ringraziamenti del suo libro – nel giro di ventiquattr’ore ti è chiaro che o morirai per il rimorso o imparerai a vivere nel presente. Per me, la narrativa è una grossa parte di questo presente, e mi ci aggrappo come a una scialuppa che ogni giorno si allontana nella nebbia». Pare che di recente lo scrittore abbia lavorato a un romanzo ambientato in una enorme prigione immaginaria, una specie di alveare sotterraneo. Pare inoltre che abbia tatuato sul petto l’incipit dell’Arcobaleno della gravità di Thomas Pynchon. Dall’insieme di queste due informazioni ci si potrebbe fare un’idea sbagliata del genere di libro che in effetti ha pubblicato con Scribner nel luglio 2017 a fronte di un cospicuo anticipio che lo stato del Michigan vorrebbe però congelare. Questo ero io è infatti un volume di quattordici racconti carcerari dall’impianto realistico o al più alienato, sorretti da una lingua ricca e forte la cui calibrata asciuttezza ha trovato una strepitosa resa nella traduzione di Maurizia Balmelli. Anche enfatizzare che si tratta di racconti sarebbe fuorviante, perché malgrado ognuno di essi abbia un suo taglio e presenti personaggi e situazioni diverse, l’impressione è quella di un corpo unico. Il carcere fa comunque da sfondo e la voce è quasi sempre quella di un narratore senza nome.

Del resto, tra le crudeltà inflitte da ogni penitenziario c’è l’azzeramento delle differenze. Per quanto il recluso si sforzi di preservare la propria individualità, in cella diventa comunque un recluso. Ciò che più lo distingue dai compagni è anche ciò lo rende più identico agli altri: il vagheggiamento del mondo esterno. Fuori, il detenuto era un individuo con una sua vita, per quanto sbagliata; ma una volta in gabbia quel passato perde la sua unicità perché tutti in carcere hanno da raccontare la storia della loro vita, che è poi il motivo per cui «dentro non puoi permetterti di demolire un uomo e la sua storia, vera o falsa che sia». È dunque fatale che molti dei racconti abbiano per tema il desiderio di un contatto con il mondo esterno. Può essere il semplice chiedere alle guardie di ronda che tempo fa fuori o il comporre numeri a caso al telefono, chiamando a carico del destinatario fino a trovare qualcuno abbastanza solo o annoiato da accettare di parlare con uno sconosciuto. La distanza tra dentro e fuori appare evidente anche in quella decorazione corporale che un tempo era prerogativa dei carcerati e oggi è uso comune: il tatuaggio, ovviamente. Dawkins racconta come dopo appena un paio di mesi di detenzione sapesse già riconoscere i tatuaggi fatti dietro le sbarre per via del colore – verde o grigio – e del tratto privo della nitidezza di un ago professionale. «In carcere gli artisti del tatuaggio usano tutto quello che trovano… L’inchiostro è un misto di fuliggine e sputo, talvolta urina… Tatuare in prigione è come ricamare con un ferro da calza. È l’essenza dell’ingegno carcerario: riuscire a fare tanto con poco». Parole in cui è racchiusa anche l’anima della scrittura di Dawkins, dire tanto con poco. Nessun minimalismo però, se non quello imposto dalle circostanze. Alla fine l’intento è sempre quello di ogni condannato. Trascendere le pareti della cella e il tedio di un tempo che scorre senza scopo. Fare in modo che vita e racconto, dentro e fuori tornino a coincidere, fosse solo nella scrittura.

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