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«Era un godimento bruciare tutto. Era un godimento speciale vedere le cose mangiate, annerite e trasformate». Ed era il 1953 quando il folgorante incipit di Fahrenheit 451 apparve nelle librerie americane mostrando fin da subito lo stigma dei libri destinati a durare. A distanza di pochi mesi, al di qua dell’oceano, un italiano cominciò a fare altrettanto: bruciare per puro godimento estetico. Era un artista, non un miliziano del fuoco al servizio di un governo dispotico. Ma bruciava carta anche lui. Almeno da principio. Nel giro di poco, infatti, diresse la fiamma altrove. Oggetto delle sue combustioni divennero prima il legno e poi la plastica, che in quegli anni era il simbolo di una nuova civiltà fondata sul consumo, di un accesso al benessere aperto – cosa mai accaduta prima – alle masse. Se il boom economico prometteva agli italiani di realizzare finalmente i loro sogni, la materia di cui erano fatti questi sogni era spesso la plastica. La trovavi dappertutto, negli oggetti più disparati e in tutte le consistenze, dalle più morbide alle più resistenti, assumendo nomi diversi. Nylon, formica, cellophane, Moplen. «Signora, guardi bene che sia fatta di Moplen, la nuova materia plastica per vostra casa» raccomandava alle massaie il comico Gino Bramieri all’ora di Carosello.

La pubblicità garantiva anche che la plastica era indeformabile ma il nostro artista bruciatore era di altro avviso. Nelle sue opere, la nuova materia della vita quotidiana appariva esattamente come viene detto nell’incipit di Fahrenheit 451: mangiata, annerita e trasformata. Qualche studioso d’arte troverà forse improprio vedere accostate le combustioni di Alberto Burri alla distopia di Ray Bradbury. Eppure i due mondi collimano. In entrambi è ancora forte il ricordo della tragedia bellica e dei totalitarismi che l’hanno determinata, e se da un lato il rogo dei libri consumato sotto il nazismo riechieggia fin troppo chiaramente nei pompieri armati di lanciafiamme immaginati dallo scrittore, dall’altro è impossibile comprendere il percorso dell’artista senza partire dalla fede fascista che lo spinse, fresco della laurea in medicina, ad arroularsi volontario. Burri prestò servizio in Nord Africa fino al 1943 quando venne catturato dagli alleati e spedito in un campo di prigionia in Texas perché ritenuto un soggetto coriaceo. Al rientro, trovò un paese straniero e distrutto, povero e umiliato. A differenza della maggioranza degli italiani non aveva vissuto l’armistizio, l’occupazione tedesca, la resistenza. Essendo uomo dalla natura orgogliosa, in lui il senso della disfatta dovette prevalere su quello della liberazione che si respirava nelle strade. In che misura prevalse però, non lo sapremo mai. Burri andava famoso per i suoi silenzi. Strappargli parole di bocca era un’impresa. Chi lo ha frequentato in quegli anni, ritiene che il suo mutismo fosse ancora quello del prigioniero che non collabora. Del resto proprio in Texas aveva scoperto nella pittura un modo a lui molto più congeniale di esprimersi.

Finita la guerra rinunciò così al camice da medico e prese uno studio in via Margutta, la strada degli artisti. Roma era una città provata ma vogliosa di rinascere, perfino irrequieta, molto distante dallo stereotipo che la vuole sempre indifferente e sonnacchiosa. I fermenti maggiori si registravano naturalmente al cinema, con il neorealismo, i film di De Sica, Visconti Rossellini. Ma anche le gallerie d’arte erano movimentate. Ci si accapigliava tra figurativi e astrattisti, si sfogliavano riviste in cui si raccontava di quel che avveniva a New York, dei grandi quadri che Jackson Pollock realizzava camminando sulla tela e schizzandoci sopra il colore con gestualità turbinosa. Burri ne era al contempo coinvolto ed estraneo. La natura schiva e l’essersi formato lontano dalle scuole d’arte lo condussero in direzioni perfino più estreme. A tele e pennelli preferì la materia bruta, in particolare i sacchi sporchi e malridotti coi quali arrivavano dall’America i generi di prima necessità e che lui ricomponeva a furia di strappi, cuciture e altri interventi. Qualcosa del medico sopravviveva, per quanto di un tipo strano, un chirurgo alla Frankenstein che assembla brandelli avviati al disfacimento per creare mostri. E difatti la prima mostra dei sacchi fu per alcuni uno scandalo. Un po’ come Caravaggio, si ritrovò bollato come il pittore degli stracci, di materiali ributtanti «che non si possono dire con parole educate». Qualcuno invocò perfino l’intervento dell’ufficio di igiene. Fu tuttavia un’ostilità circoscritta e di breve durata. Nel 1962, quando espone per la prima volta le sue plastiche combuste, Burri è già un artista dalla solida reputazione, benché alla confusione romana preferisca adesso starsene appartato a Grottarossa, in un punto in cui punto in cui il Tevere si piega in una dolce ansa tra le colline prima di entrare nella capitale.

Da allora raramente le porte del suo studio si sono aperte a occhi indiscreti, tanto meno a quello meccanico degli obiettivi. In due occasioni però, prima al grande Ugo Mulas e in seguito ad Aurelio Amendola, l’artista ha concesso di essere fotografato mentre era al lavoro. Gli scatti scaturiti da queste irruzioni arrichiscono il catalogo dalla galleria allestita all’ultima fiera di Basilea dalla galleria Tornabuoni. Il volume, curato da Bruno Corà, presidente della Fondazione Alberto Burri, costituisce un evento nel suo genere, in quanto è il primo in assoluto interamente dedicato alle «plastiche». È un immersione profonda nel mondo di un artista che ha rimodellato un materiale nuovo servendosi di un elemento antichissimo, il fuoco. Le foto dove appare intento a bruciare, saldare e soffiare, lo confermano chirurgo della materia. Sotto le sue mani e il suo alito, la plastica perde la sua rassicurante liscezza industriale per assumere la bellezza inquietante di un organismo vivente osservato nelle sue cavità più riposte, nel rimescolio di secrezioni, cellule, tessuti. Il mondo oscuro dentro di noi dove vita e tumescenza appaiono inestricabilmente avvinghiati. A guardare queste opere con gli occhi di oggi, con la plastica che inquina i mari e penetra nel ciclo alimentare, viene però da ripensare a chi accusava Burri di usare materiali deperibili, destinati a sparire presto. Lui reagiva irritato, prendendo a pugni le sue plastiche per dimostrare il contrario; che la sua arte e la plastica avrebbero sfidato il tempo. Quanto aveva ragione.

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