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Una società devastata, una città fantasma affollata da baby-soldato, relitti umani e uccelli mutanti, gabbiani obesi, cornacchie mostruose, civette e polli, corvi che parlano come fossero uomini. E poi misteriosi viaggi in tram spettrali, illuminati da una strana luna che invia dall’alto una luce per nulla benevola su un mondo afoso e soffocante, allucinato e angoscioso, collocato non si sa bene quanto nel futuro, comunque in un tempo la cui lontananza dal nostro va misura in centinaia di anni, un tempo alla fine di ogni cosa e in cui le guerre contro i ricchi appaiono ormai irrimediabilmente perdute. Orientarsi nell’opprimente fantasmagoria di Sogni di Mevlidò non è affatto immediato. Lo stesso, del resto, vale per ognuno degli ormai numerosi romanzi che Antoine Volodine ha pubblicato dal 1985, tutti simili per temi e atmosfere, tutti collegati tra loro da una fitta rete di rimandi, tutti parte di un unico universo, quello del post-esotismo, termine coniato quasi per scherzo nel corso di un’intervista e poi diventato verbo, dichiarazione poetica, il manifesto di come lo scrittore intende tanto la letteratura quanto la propria identità, se non addirittura la corporeità dell’autore. Per dirla nella maniera più stringata, se l’esotismo è l’altrove, l’essere ovunque fuorché qui e ora, la letteratura di Volodine va cercata in una dimensione in cui lo spazio e il tempo sono così frantumati che nulla è più tanto remoto o alieno da risultare esotico. Ciò non significa, ovviamente, che il mondo descritto sia per noi famigliare. Finanche l’origine dell’eteronimo Volodine non è di immediata individuazione. Per non parlare degli altri nom de plume con cui Volodine ha firmato altri libri: Manuela Draeger, Lutz Bassmann, Elli Kronauer, nomi improbabili per scrittori immaginari di cui Volodine si dichiara portavoce.

Una via d’accesso al post-esotismo la offre proprio il fatto che l’autore si sia disgregato e frammentato, sparpagliando la propria identità letteraria in una banda di scrittori dai nomi stravaganti; nomi il cui indefinibile esotismo si ritrova puntalmente anche nei suoi personaggi, non ultimi quelli che incontriamo in Sogni di Mevlidò. Maleeya Bayarlag, Verena Becker e lo stesso Mevlidò, quasi un anagramma di Volodine, peraltro. Da dove possono venire personaggi con nomi simili? Di certo non da un paese del mondo reale, e però neanche da un mondo del tutto irreale. Si direbbero, in effetti, più storpiati che totalmente inventati. E anche nel mondo in cui agiscono, il ricordo di luoghi a noi noti ma trasfigurati predomina sull’eventualità che si tratti di una dimensione di sola fantasia. È evidente che ogni letteratura del fantastico è sempre ancorata al reale, non fosse perché immedesimarsi in qualcosa che sia puro immaginario sarebbe impossibile. La fantascienza, il fantasy, le distopie, la narrativa che oggi passa sotto la nuova etichetta del weird funzionano così: deformano il noto, ciò che per noi è casa, dando vita a un altrove in cui finiamo comunque per riconoscerci proprio perché qualcosa di famigliare sopravvive. La particolarità del mondo post-esotico di Volodine è che l’eco del reale non sembra una chiave di accesso, una bussola, un elemento di conforto, bensì il resto putrido di un passato che non si decide a passare del tutto e proprio per questo risulta oppressivo. Mevlidò vive in effetti in quella che un tempo era la Mongolia e ora è un inferno di afa e umidità; più precisamente nella città di Oulang-Oulane, ultima enclave superstite di un’umanità ormai sulla strada dell’estinzione. Poliziotto disilluso ma nell’intimo fedele alla causa dei terroristi che dovrebbe osteggiare, Mavlidò è stato infiltrato dalle autorità in un ghetto chiamato Pollaio Quattro. Ormai avanti negli anni, fiaccato da tutto, convive con una donna rotondetta, mal vestita e precipitata nella follia dopo la perdita del compagno, morto in un attentato. Benché non altrettanto folle, pure Mevlidò è ossessionato nei ricordi e nei sogni da un amore perduto, la donna che davvero amava, Verena Becker, assassinata vent’anni prima dai baby-soldato.

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La vita interiore di Mevlidò è dunque l’esatto riflesso di quella che conduce in qualità di infiltrato: ambigua come quella di ogni doppiogiochista. Prigioniero delle sue fantasie, degli incubi e dei ricordi che lo ossessionano, delle menzogne che il suo lavoro gli impone, Mevlidò non è in condizione di stabilire se sia lui a vivere in un sogno o se la sua vita di veglia abbia sconfinato nell’onirico. Considerata la frequenza con cui tornano il numero sette e i suoi multipli; considerato che i capitoli del libro sono quarantanove come i giorni della durata del Bardo – pari cioè, secondo il buddismo tibetano, alla durata dell’intervallo tra la morte e la rinascita – è però verosimile che Mevlidò sia morto e sospetti di esserlo ma fatichi ad accettarlo. Del resto, c’è forse qualcosa di più post-esotico della morte? Ovvero di così lontano e straniero da privare di senso qualunque nozione di lontananza e alterità? È inoltre una morte, quella di Mevlidò, in cui si riflette il senso di posterità che ha oppresso il tardo Novecento e del quale non ci siamo davvero liberati neanche col nuovo millennio. E chissà che il senso dei libri di Volodine non sia proprio questo: che piangiamo da decenni la fine della Storia, del romanzo, di ogni forma rivoluzione e fede in un mondo migliore, ma senza crederci realmente, senza dare davvero per morto tutto ciò.