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Di Cime tempestose, a distanza di secoli ormai, persiste la sua indecidibilità. È la brughiera a essere lontana dalla società o la società a essere lontana dalla brughiera? Qual è il nostro vero mondo, la civiltà che abbiamo costruito o quello che abbiamo lasciato, tenuto a distanza, scegliendo di vivere nello stir of society? Questo dubbio irrisolvibile non è che un riflesso, una manifestazione esterna dell’estraneità che ci portiamo dentro. Ancora una volta, io è un altro? O meglio ancora, io sono gli altri? Tra i tanti versi di Emily Dickinson a cui torno spesso, ce ne sono quattro che esprimono alla perfezione il mondo come io lo sento:

I cannot live with You –
It would be Life –
And Life is over there –
Behind the Shelf.

Niente di particolarmente complesso, in apparenza, non fosse per quell’ultimo verso, anzi per quell’ultima parola, Shelf. Che significa «Dietro lo scaffale», o mensola, che dir si voglia? Possiamo dare per scontato di trovarci in una casa, quella in cui la poeta si era reclusa, e la parola sembra parlarci proprio di questo, di un’intimità domestica. Lo scaffale è un piano su cui posiamo le cose, le nostre cose, spesso e volentieri i libri. Non di rado è anche un nascondiglio, il posto in cui riponiamo un segreto più o meno prezioso, magari dietro un oggetto o sotto un oggetto in bella vista. Il verso non parla di oggetti però, dice soltanto «dietro lo scaffale», e dietro uno scaffale, di solito, non c’è altro che un muro e dunque un’altra stanza se non addirittura il mondo esterno, gli altri. Tutto ciò se prendiamo il verso alla lettera, ma niente mi toglie dalla testa che quel shelf non sia solo un semplice scaffale ma un self preceduto da un fruscio o un invito al silenzio: ssshhh-elf. Un’interpretazione macchinosa, mi rendo conto, ma cosa è di fatto un self – e anche un selfie, volendo – se non un ripiano su cui un soggetto si poggia per diventare oggetto, per acquistare concretezza, prendere coscienza di avere un corpo, di essere vivo? Myshelf, yourshelf, himshelf, hershelf…

«Come siamo diversi oggi noi, dalla Dickinson! Non è passato nemmeno un secolo dalla sua morte, eppure come siamo diventati diversi da lei! Chi mai di noi, essendo un poeta, si piegherebbe a un buio destino da zitella in un villaggio? Farebbe almeno qualche tentativo di fuga. Lei non ne fece mai». Dopo queste parole, che Natalia Ginzburg scriveva nel 1969 al ritorno da una visita ad Amherst, è trascorso un altro mezzo secolo in cui abbiamo conosciuto mutamenti copernicani. Le scriveva cioè in un tempo ancora affetto da bovarismo in cui per sperimentare il rumore del mondo bisognava andare in capitali che a volte «sembrano province», sentirsi soli in mezzo alla folla. Oggi Dickinson avrebbe forse ignorato mensole e scaffali per scrivere invece «behind the Screen», visto che la vita ci arriva appunto dagli schermi, e non più in forma di tramestio mondano portato dal vento – non più rumore cioè – bensì come luce artificiale, quella che illumina immagini e parole del mondo, la luce che ci illude di stare al riparo dal mondo restandoci comunque immersi.

Emily Dickinson moriva il 15 maggio 1886. Queste parole provengono invece dalla mia nota di traduttore in calce a un romanzo uscito da poco per NN: Big Kiss, Bye-Bye di Claire-Louise Bennett, l’erede più luminosa del distacco dal tramestio, tanto che qualcuno le ha conferito il titolo di «alta sacerdotessa dell’isolamento».