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“OK,” Chuck said. “See that? That’s where I got my cricket idea.”

“We had reached Pier 40, a brick, hulking, boxlike old shipping terminal that jutted out into the river.“

After the attacks,” Chuck said, “this was where the Humane Society of New York started up an emergency triage, practically from day one.” We quickened away. “My God, what a scene. Cats, dogs, guinea pigs, rabbits, pigs, lizards, you name it, they were all here. Cockatoos. Monkeys. I saw a lemur with a corneal inflammation.”

Joseph O’Neill, Netherland

 

Francesca Rodesino (RSI): La città invincibile (Netherland) è, prima di tutto, un romanzo su New York: che cosa vede O’Neill di questa città che uno scrittore americano, forse, non potrebbe vedere nello stesso modo?

Tommaso Pincio: Comincerei col fare un’altra distinzione. New York è un luogo a sé, che ha in comunque con tanta parte dell’America molto meno di quanto ne abbia un europeo con New York. A parte la lingua, che nel caso dell’inglese è comunque una barriera relativa, un parigino è più simile a un newyorchese di quanto non lo sia un americano che viva nell’America profonda, un’America rispetto alla quale New York rappresenta un’inezia e questa differenza culturale e non solo culturale, perché vanno considerati anche altri aspetti – vedi quello economico, non per niente il protagonista del romanzo è un’analista finanziario – questa differenza, dicevo, la tocchiamo con mano ogni volta che l’America viene chiamata alle urne. Può sembrare una puntualizzazione speciosa ma non lo è affatto. Lo dimostra che in occasione del 25mo anniversario, Donald Trump, il presidente degli Stati Uniti non sarà a Ground Zero ma al Pentagono. Si dice che la scelta sia motivata dal fatto che Trump vuole pronunciare un discorso, cosa non consentita alla cerimonia di commemorazione a New York, ma cambia poco, perché che Trump non rinunci al silenzio neppure in una ricorrenza del genere è anch’esso un aspetto non poco significativo. Per venire alla sua domanda, quel può vedere di New York uno scrittore non americano è appunto quel che gli americani del resto d’America faticano a capire e, diciamo pure, anche a non voler capire. Perché va detto anche questo: tanta parte dell’America non vuole capire New York, la considera una bizzarria, quando non un corpo estraneo. Per paradosso è più americana Los Angeles, che pure è di fatto un luogo a sé. Non dimentichiamo poi che New York è da sempre la città più europea di America. È l’approdo naturale per chi arriva dal vecchio continente. Non per niente è anche il luogo in cui le varie comunità di immigrati, da quella italiana a quella irlandese, visto che parliamo di uno scrittore irlandese, hanno conservato in maniera più forte i loro tratti di origine, dando vita a comunità monolitiche, ben definite e riconoscibili, come Little Italy. Per renderla semplice, se vai a vivere in America devi in qualche modo diventare un po’ americano per essere americano. A New York puoi restare quello che eri al momento del tuo arrivo, un italiano, un olandese, come il protagonista del romanzo, o un trinidadiano di origine sudasiatica, come Chuck Ramkissoon l’altro personaggio fondamentale di Netherland, e diventare comunque newyorchese.

FR: Nel romanzo l’11 settembre è insieme un evento storico e una presenza quasi sotterranea, che condiziona i personaggi senza esaurire la loro storia. Come lavora O’Neill su questo rapporto tra il trauma collettivo e le vite individuali?

TP: Forse, anzi senza forse, l’elemento che distingue il romanzo O’Neill rispetto a tante opere americane è che l’11 settembre resta sullo sfondo, è qualcosa che accade nella Storia, nei media, nel tessuto urbano della città, ma non dialoga davvero con il flusso quotidiano di ognuno, con il privato per intenderci. Non so, per fare un esempio, quante persone, a parte i parenti delle vittime, sono state coinvolte dalla strage alla stazione di Bologna o dal rapimento Moro. È vero che per New York l’11 settembre è stato qualcosa di epocale, se non apocalittico, un po’ come se a Roma venisse distrutto il Colosseo, ma è anche vero che per tantissime persone, newyorchesi, il crollo delle Torri è stato uno sfondo, come del resto succede sempre con la grande Storia. Veniamo a sapere che accade ma non entra davvero nelle nostre vite, se non a distanza. Nelle opere di altri autori, i newyorchesi, tutto sembra ruotare all’11 settembre, come se quel fatto fosse il protagonista del racconto, con le persone a fare da sfondo. Per fare un esempio, è come se il protagonista di Guerra e pace fosse Napoleone anziché Pierre Bezuchov e i componenti delle altre famiglie russe del romanzo di Tolstoj. Ecco forse questo è un paragone possibile. L’11 settembre in Netherland è una presenza come quella di Napoleone. Resta sullo sfondo, ma incombe in ogni pagina del libro, fin dall’incipit quasi. È un fantasma, insomma. Non per niente Netherland è una ghost story in un certo senso, una storia di fantasmi alla Giro di vite di James o alla Grande Gatsby di Fitzgerlad, che è anch’esso una storia di fantasmi.

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FR: O’Neill racconta l’America da una posizione particolare: è irlandese, ha vissuto a lungo fuori dagli Stati Uniti e tuttavia ha fatto di New York uno dei grandi luoghi della sua narrativa. Quanto conta questa distanza nel suo modo di raccontare l’America dopo l’11 settembre?

TP: Conta e non conta, per le ragioni di cui parlavo prima. Per alcuni aspetti Netherland mi ricorda un romanzo tra i meno letti e ricordati di Colson Whitehead, Zona Uno. Non è un romanzo sull’11 settembre ma su New York in versione comunque apocalittica, come città abitata da zombie intontiti. È un libro molto interessante che ricorda da un lato la NY cruda e violenta degli anni 70, quella di Taxi Driver, per capirci, ma anche la dimensione irreale fantascientifica cinematografica che NY sempre evoca. Non dimentichiamo che NY è da sempre scenario di catastrofi immaginarie. Chi ha letto tanti albi di supereroi Marvel, lo sa bene. Per certi versi quel che è accaduto a New York l’11 settembre lo avevamo visto tante volte al cinema, in film come 1997 fuga da New York e nei fumetti. Il che ha reso l’attacco alle Torri ancor più irreale e incredibile, perché pensavamo fosse qualcosa di ormai relegato all’immaginario. Qualcosa di simile è poi accaduto in tempi più recenti con il covid e la pandemia. Anche le strade deserte per via di un’epidemia sterminatrice erano un motivo ricorrente della narrativa fantastica; fanno pensare a Io sono leggenda. Per tornare alla domanda di prima, è forse appunto per questo che O’Neill lascia l’11 settembre sullo sfondo, per il suo alto livello di incredibilità. Sappiamo che è accaduto ma non ce ne capacitiamo, e non soltanto per la portata dell’evento, ma anche perché in una certa misura non era novità. Sarebbe molto difficile credere all’Orco delle favole, semmai lo incontrassimo nella realtà. E non perché un Orco sia una creatura così incredibile, ma perché fino al giorno prima lo avevamo confinato alle favole.

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FR: Se pensiamo alla letteratura post-11/9 insieme a Don DeLillo, Art Spiegelman, Jonathan Safran Foer e agli altri autori del dossier, dove collocherebbe O’Neill? Che cosa aggiunge, con la sua voce, al racconto letterario di quel trauma?

TP: Joseph O’Neill racconta di fatto una storia già raccontata. La struttura e i motivi del romanzo sono quelli del Grande Gatsby, con Hans van den Brook a fare la parte di Nick Carraway ovvero la parte del narratore, della persona che celebra il suo amico straordinario, il suo Gatsby, che nel caso di Netherland è il grande Chuck, il giocatore di cricket di Trinidad, che con Gatsby condivide una grandezza ambigua, perché come Gatsby, Chuck è impelagato in loschi traffici oltre a essere una persona talentosa, magnetica. Il vero motivo del romanzo è il mistero dell’amicizia cui si accompagna la solitudine di chi vive a New York. Dopo l’11 settembre, la moglie di Hans torna col figlio a vivere in Europa e Hans si ritrova da solo in questa grande città piena di gente, dove è fare trovarsi soli. Il problema di Hans è che vorrebbe integrarsi, ma non riesce a farsi degli amici facilmente. Chiacchiera con la gente al Chelsea Hotel, ma si tratta di incontri casuali. Ha un amico sul posto di lavoro, ma questo viene licenziato e poi scompare. Poi, un giorno, mentre si trova in taxi, nota che il conducente pakistano ha una mazza da cricket e scopre un amico o meglio qualcuno che potrebbe ricordare un amico. In questo, il romanzo di O’Neill fa pensare a un altro libro su New York scritto da un europeo, anzi da un’europea, Città sola, il cui titolo dice tutto. C’è poi da sottolineare che Netherland è un romanzo del 2008, esce pochi mesi primi della crisi dei subprime. Anticipa cioè un grande crollo finanziario come il grande Gatsby anticipa a sua volta il venerdì nero e la Grande Depressione. A questo va poi aggiunto che il 2008 è anche l’anno in cui Facebook comincia a imporsi, a diventare uno strumento d’uso comune. Nasce l’era dei social, un mondo completamente diverso, in cui la grande storia non può più stare sullo sfondo, o per meglio dire ci sta, come ci sta ogni altra cosa, perché le vite delle persone cominciano ad avere una dimensione pubblica, a occupare con le loro immagini gli stessi schermi in cui vediamo scorrere le grandi tragedie del mondo. Si pensi soltanto a quel che si diceva spesso sull’11 settembre: ricordo bene dov’ero quando ho saputo dell’attacco. Oggi un pensiero del genere non avrebbe più senso, perché non ha importanza dove si è quando succede qualcosa; la si apprenda comunque alla stessa maniera di milioni di altre persone, scrollando uno schermo, il che fa un’enorme differenza Per quanto enorme sia l’evento non sarà mai abbastanza grande da non venire ingabbiato e ridimensionato nel flusso di immagini insulse e prive di rilevanza. La pandemia è stato un grande evento comune, di natura senz’altro diversa a cominciare dal fatto che si è dilatato nel tempo, ma è stato comunque un evento nessuno, grazie ai social o forse per colpa dei social, era obbligato a restare sullo sfondo. Forse l’11 settembre è stato l’ultimo grande evento che abbiamo contemplato da fuori, come un piccolo individuo può contemplare la grande Storia. Nel posto che Joseph O’Neill gli riserva nel suo romanzo, c’è un’anticipazione probabilmente involontaria ma comunque un’anticipazione del nuovo mondo che stava arrivando. È un libro sul futuro più che su un evento accaduto, e questo lo distingue dagli libri sull’11 settembre.


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