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Anni addietro scrissi una storia breve e stralunata che aveva per protagonista femminile Marilyn Monroe. Descrissi Marilyn giovane e bella, tenera e svampita, tanto sensuale quanto bisognosa di un affetto che gli uomini, troppo occupati a perdere la testa per le sue forme, non sapevano darle. In pratica la feci identica alla Marilyn che tutti conoscono. Tranne per un piccolo particolare. La Marilyn della mia storia non era un’attrice e viveva in una casa costruita sopra una cascata. Avete presente Fallingwater di Frank Ll. Wright? Ebbene, la casa in cui abitava la mia Marilyn era proprio quella. Nutro una grande ammirazione per tutto ciò che ha progettato Wright, ma niente è paragonabile alla mia passione per la casa sulla cascata. Fra i miei sogni più grandi c’è quello di dormirci almeno per una notte, cullato dal rumore dell’acqua che scorre sotto il pavimento. È per questa ragione che ne ho fatto la casa di Marilyn Monroe. Perché l’attrazione che provo per essa, per quella casa, è fisica e irresistibile. Perché la vedo come un corpo da amare. In effetti, quando dico «dormirci» intendo proprio dormirci. Dormirci insieme, cioè. Ma siccome dietro a ogni nostra passione sfrenata si nasconde un segreto che parla di noi stessi, mi sono domandato cosa ci trovi di così fatalmente attraente nella casa sulla cascata. Indubbiamente il fatto che sia immersa nella natura ha la sua importanza ma c’è anche dell’altro. Negli spigoli arrotondati dei suoi volumi essenziali, per esempio, c’è qualcosa che contraddice quel che essa dovrebbe sembrare. Quella casa è moderna e al tempo stesso non è. Ma la cosa più straordinaria è che la contraddizione non pregiudica affatto la sua precaria armonia. Avete letto bene, ho scritto proprio «precaria». All’apparenza, quella casa è una costruzione impossibile. Spunta dagli alberi e se ne sta sospesa sull’acqua come niente fosse, come non avesse fondamenta. Quando i tecnici videro i disegni di Wright obiettarono che non si sarebbe mai retta. Non si può certo biasimarli, nessuno aveva mai visto niente di simile prima di allora. L’architetto andò su tutte le furie e si narra che fece avvolgere con bende i pareri dei tecnici affinché venissero seppelliti sotto la pietra angolare dell’edificio. Sembra che quei pareri siano ancora là, murati come mummie dentro una parete del soggiorno. Probabilmente ad affascinarmi tanto è proprio questa impossibilità. Del resto, cosa c’è di più duraturo e fatale di un amore impossibile?

E non è di sicuro un caso se a un certo punto della mia storia la casa sulla cascata si dissolva nel nulla. Immaginai infatti che uno spasimante di Marilyn cominci a corteggiare la ragazza telefonandole in continuazione. Un bel giorno Marilyn smette di rispondere. L’uomo seguita a comporre il numero ma l’apparecchio squilla a vuoto. Marilyn è sparita. Per comunicare la sensazione di vuoto e disperazione che assale lo spasimante mi venne l’idea di interrompere il flusso della scrittura con una vecchia foto degli anni Trenta che ritrae lo scenario naturale di Fallingwater prima che si desse inizio ai lavori di costruzione. Tutte le volte in cui l’immagine della cascata senza casa mi capita sotto gli occhi la sensazione che ne ricavo è la stessa che si prova risvegliandosi bruscamente da un sogno bellissimo. E allora ripenso a quel tenebroso racconto di Edgar Allan Poe in cui un uomo solitario, dopo aver cavalcato un intero giorno sotto un cielo di nuvole basse, giunge alla malinconica Casa degli Usher destinata a diventare un cumulo di macerie. In altre parole ripenso alla rovina di Casa Pincio. Eh sì, perché ogni famiglia ha una sua speciale maledizione. La mia ha quella di non riuscire a mettere radici. Per ragioni che ancora mi sfuggono, da generazioni non facciamo che spostarci da un posto all’altro perdendoci ai quattro venti. Presi in una diaspora tutta nostra, vendiamo una casa per acquistarne un’altra più brutta in un luogo sempre più desolato. Ho sofferto a lungo per il fatto di dovere tenere molti oggetti chiusi nelle scatole, già pronti per il trasporto. Ma a tutto ci si abitua. Alle fine mi sono stabilito in una sorta di casa-scatola, ventisette metri quadrati dove c’è il minimo indispensabile per vivere più lo spazio sufficiente per accatastare i libri uno sull’altro e stipare quadri imballati con la plastica multibolle. Il che non significa che abbia rinunciato al mio amore impossibile. In fondo, la casa sulla cascata è ancora in piedi e non è escluso che riesca a dormirci, una notte o l’altra. Magari con Kate Moss, visto che Marilyn non c’è più. Dovesse accadere, vi prego caldamente di non svegliarmi una volta tanto.

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5 thoughts on “FALLINGWATER

  1. Curioso. Quest’estate, in vacanza con la famiglia, leggevo Lo spazio sfinito. Eravamo dalle parti di Perugia, in un agriturismo da favola, che sembrava quasi costruito sopra a una cascata. Inizio già a dimenticare la vicenda, ma so con certezza che Jack Kerouac iniziava seriamente a temere di essere stato abbandonato nello spazio e Norma Jeane rimaneva ancora profondamente turbata dalle telefonate di Neal Cassidy. Poi siamo ripartiti, e il libro non era più nella mia valigia, era rimasto in quella casa. E così non ho mai saputo come andava a finire. Ho anche pensato che non lo avrei ricomprato, non perché non ne valesse la pena, perché non fosse un libro da leggere; ma mi sembrava bello lasciarlo così, in sospeso. Per quanto ne so io la casa sulla cascata non è mai svanita.

    denis

  2. The force that drives the water through the rocks
    Drives my red blood; that dries the mouthing streams
    Turns mine to wax.
    And I am dumb to mouth unto my veins
    How at the mountain spring the same mouth sucks. (6-10)
    (Dylam Thomas)

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