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Vent’anni e non sembra ieri. Vent’anni dall’uscita di Nevermind. Ancora di più da quella di Love Buzz, il primo singolo dei Nirvana, da da quanto Kurt Cobain ha fracassato la prima chitarra in pubblico. Secondo una delle tante storie che si raccontano, l’anno di Love Buzz è lo stesso in cui Cobain provò l’eroina per la prima volta. Lo stesso anno, infine, in cui di Sub Pop 200, l’ormai mitica compilation che fece capire al mondo che a Seattle stava succedendo qualcosa di serio e nella quale i Nirvana comparivano con Spank Through che, stando a Krist Novoselic, fu il primo pezzo in assoluto composto dal gruppo. Venti e più anni, insomma, da quando è iniziato tutto, intendendo per «tutto» quella roba chiamata grunge e la sfolgorante quanto breve e tragica parabola dell’ultima grande band ascesa nell’olimpo del rock. E che sia l’ultima — in ordine di tempo, ben inteso — lo prova che la sola canzone «recente» a comparire tra le prime posizioni della classifica delle 500 Greatest Songs di sempre redatta qualche tempo fa da Rolling Stone è Smells like teen spirit. Vent’anni è un lasso di tempo che fa pensare. Abbastanza lungo da essere già storia e abbastanza breve da essere ancora uno strascico del presente. Ovviamente, il primo dei pensieri va a lui. Impossibile non domandarsi che tipo di magnifico quarantenne sarebbe Kurt Cobain se fosse ancora vivo. Il che solleva una serie di altri quesiti. La band esisterebbe ancora? Quanti batteristi avrebbe cambiato nel frattempo? Che musica suonerebbe oggi? Questioni per nulla oziose. Nelle prime righe dell’ultima e forse definitiva biografia della band, Everett True nota un fatto significativo: oggi chiunque conti qualcosa nel mondo del rock indossa una t-shirt dei Ramones. Posso confermare. Quando andai a trovare i Pearl Jam per parlare del loro nuovo album, Eddie Vedder mi ricevette in una stanza piena di candele e incensi. Indossava un giubbotto di jeans viola su cui spiccava una spilletta arancione con l’effige di Joey Ramone. Ora: è vero che i due sono stati amici, ma è altrettanto vero che agli adulti non piace granché ricordare i Nirvana. Le magliette nere con lo smile strafatto le lasciano a ragazzini che manco erano nati quando Cobain era ancora vivo. Everett True ha una risposta per questo paradosso. Solo i ragazzi e i perdenti sanno cosa vuol dire sentirsi traditi. I grandi, invece, quelli che hanno in mano il potere, «non potranno mai sperare di capire i Nirvana». Così, a distanza di due decenni, a dispetto della rivoluzione musicale che ha rappresentato, Kurt rimane perlopiù un mito da adolescenti. E non è mica detto che sia un male. In fondo, se è riuscito a non farsi inglobare dal sistema nonostante mtv e i milioni di dischi venduti è proprio perché era intriso fino al midollo di spirito adolescenziale. Non per nulla lo hanno eletto simbolo della generazione X, quella che non voleva crescere.

Il caso ha voluto che il singolo col quale i Nirvana mossero il primo passo fosse una cover. La band aveva appena trovato da poco il suo nome definitivo, ragion per cui Cobain e Novoselic decisero che era giunto il un momento di incidere un demo da mandare in giro. Si rivolsero a Jack Endino che aveva già prodotto gente come i Soundgarden e i Green River. Di lì a breve Endino sarebbe diventato un pezzo grosso nell’ambiente. L’avrebbero soprannominato «Micheal Grungelo» perché il suo nome per esteso era Jack Michael Endino. Il suo studio di allora, però, non era però niente di che. Un minuscolo anfratto che puzzava di birra, sudore e forse qualcos’altro. Fu Endino a fare ascoltare il demo a Jonathan Poneman. Il proprietario della Sup Pop rimase attratto dalla voce di Kurt, la trovò «meravigliosa anche se terrificante». Sfortunatamente il suo socio, Bruce Pavitt, non era dello stesso avviso. A lui questi Nirvana non piacevano granché. Per giunta, era stato a casa di Kurt ricavandone un’impressione decisamente poco positiva. «Pareva una specie di beatnik anni Ottanta» ricorda. «Non dava l’idea della persona che si ammazza di lavoro e viveva in una specie di magazzino per robivecchi». C’erano anche alcune gabbiette con topolini e animaletti vari, uno dei quali aveva accolto Pavitt con un bel morso. La sua comprensibile riluttanza fu superata trovando il compromesso di incidere una cover. Come è facile immaginare, i Nirvana rimasero un po’ delusi dal fatto che non li si apprezzasse abbastanza da pubblicare un loro pezzo. Ma che potevano fare? Gli si dava pur sempre la possibilità di uscire con un disco. Certo è che corsero un bel rischio. Esordire con una cover può tagliare la gambe a una band, se non decretarne la fine. Ma c’era anche un’altra cosa che non garbava molto alla band. La Sub Pop aveva stabilito che il singolo dovesse far parte di una serie concepita apposta per risolvere i problemi di cassa dell’etichetta. L’idea consisteva nel fondare una specie di club: pagando 35 dollari di iscrizione i soci si vedevano recapitare ogni mese un singolo fuori commercio. Questo voleva dire che la tiratura sarebbe stata limitata, mille copie per l’esattezza, e ciò non sconfiferava affatto a Kurt. Voleva che il suo primo disco fosse pubblicato «come si deve».

Love Buzz fu una scoperta di Krist che in quei mesi aveva maturato una passione per il rock psichedelico degli anni Sessanta. A forza di curiosare nei negozi di dischi usati aveva messo le mani su un vecchio album degli Shocking Blue, una formazione olandese che aveva come cantante una certa Mariska Veres, fanciulla dall’aria gitana con una voce roca e potente che all’epoca fu paragonata a quella di Grace Slick. Adesso non se li ricordava più nessuno, ma nel febbraio 1970 gli Shocking Blue avevano conosciuto un loro momento di gloria finendo per una settimana al primo posto della top charts. Pur trattandosi di una cover, o forse proprio per questo, Love Buzz mostra chiaramente i tratti che sarebbero poi diventati il marchio di fabbrica dei Nirvana, una miscela di punk e metal dove fanno capolino riff accattivanti che sconfinano nel pop. Nel corso delle prove venne fuori l’idea di far precedere la canzone da un collage di rumori ricavati dalla prova audio. Kurt voleva che questa specie di intro fosse di quarantacinque secondi, ma si riuscì a convincerlo che forse non era il caso di esagerare. Qualche fan bestemmierà, ma rumori a parte, in questa cover c’è qualcosa che ricorda Walk like an Egyptian, un hit di quattro sgallettate californiane di allora che andavano sotto il nome di Bangles. Del resto, nel comunicato stampa che accompagnava il disco e siglato «Kurdt» la band spiegava di suonare come i Black Sabbath che rifanno i Knack, e la My Sharona dei Knack non è poi tanto diversa da quel power pop che andavano cantando le Bangles e gente simile sul finire degli anni Ottanta. Tra le altre influenze citate nel comunicato c’erano poi riferimenti quasi ovvi come i Led zep e gli Stooges, ma anche a modelli meno scontati quali Beatles e Leadbelly, che Kurt aveva scoperto leggendo un articolo di William Burroughs. Venivano infine menzionate le droghe e i divorzi, due cose che come tutti sanno segnarono l’esistenza di Cobain in maniera più che indelebile.
Ma quel comunicato è interessante per un altro paio di motivi. Dopo essersi presentati come «un trio generato dalle viscere di un paesino di boscaioli» dello stato di Washighton», Kurdt fa una sarcastica considerazione sulla scena musicale underground: dice di vederla persa in una crescente fase di stagnazione e più disponibile agli interessi commerciali delle major. Detto ciò, solleva la seguente domanda retorica: «I nirvana sentono forse l’obbligo morale di rimuovere questo malefico cancro? Assolutamente no! Vogliamo anzi approfittarne e partecipare anche noi al banchetto, nella speranza di darci alla pazza gioia con sballi e scopate. sballi e scopate. sballi e scopate. Presto avremo bisogno di uno spray per respingere le fan». Parole che suonano stranamente profetiche, considerato che il loro hit più famoso porterà il nome di un dozzinale deodorante per ragazzine, Teen Spirit. Naturalmente, si trattava di una provocazione in puro stile Cobain. Il destino seppe però essere più ironico e perfido di lui condannandolo all’insanabile contraddizione della star che pretende di essere contro lo showbiz. «Non biasimo i diciassettenni punk rock che mi danno del venduto. Li capisco. Forse quando cresceranno un po’ si renderanno conto che ci sono altre cose nelle vita oltre che la tua onesta e rigorosa identità rock» ebbe infatti a dichiarare Kurt una volta raggiunto il successo. In realtà le cose stanno in maniera un po’ più complicata.

Ricostruendo nel 1992 su Rolling Stone l’ascesa di Seattle, Micheal Azerrad racconta di un «costoso ma intelligente viaggio offerto a un collaboratore di Melody Maker» dai tipi della Sub Pop affinché vedesse di persona quel che stava accendendo in città e ne desse notizia in Inghilterra, da sempre mercato decisivo per le fortune del rock. L’operazione si rivelò azzeccata, perché fu proprio grazie all’articolo di questo giornalista se Seattle divenne la città del grunge. Ebbene, l’inviato speciale in questione era per l’appunto l’autore dell’ultima biografia dei Nirvana, Everett True. Dopo quel viaggio, True finì per diventare amico assai intimo di Kurt. Avete presente la famosa foto scattata al Festival di Reading, quella dove Kurt fa il paraplegico? L’uomo alle spalle che spinge la sedia a rotelle è lui. Il nostro è inoltre responsabile di un evento di importanza tutt’altro che secondaria: fu infatti lui a presentare Kurt a Courtney Love. Insomma, True è uno che le cose le ha conosciute di prima mano e vale perciò la pena di ascoltarlo quando mette in discussione il fatto che la vera patria del grunge sia Seattle. La sua teoria è che Kurt si è formato musicalmente a Olympia, una città che pur distando pochi chilometri da Seattle ha un’anima profondamente diversa. «Ero solito etichettare Olympia come una città di mod, e Seattle come una città di rocker» scrive True. «Secondo un’altra definizione Olympia è hardcore, sullo stile di Ian MacKaye e dei gruppi di Los Angeles degli anni Ottanta, mentre Seattle è più punk sul genere Sex Pistol e gruppi britannici fine anni Settanta». Un’altra differenza è che la scena musicale di Olympia era caratterizzata da una certa integrità artistica, mentre a Seattle prevaleva l’interesse per il business. E infatti Bruce Pavitt sostiene che la relazione tra Olympia e Seattle rispecchia «il conflitto vissuto da Kurt tra il voler essere la più grande rockstar del mondo e al contempo restare un musicista indipendente». Del resto, la stessa Sub Pop è cresciuta a Olympia e ha avuto successo a Seattle.

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