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C’è stato uno spazio-tempo in cui a ogni angolo di strada «poteva capitare di imbattersi in comuni cittadini destinati a brevettare un nuovo tipo di tappo per bottiglia o un modello di lattina, a lanciare una catena di bazar, a vendere ascensori più efficienti e veloci o ad aprire l’ennesimo strabiliante magazzino dalle immense vetrine». Leggenda vuole che una simile versione imprenditoriale del paradiso sia la grande nazione che ha fatto dell’incessante rinnovamento delle proprie frontiere la sua ragione di essere: gli Stati Uniti di ieri, oggi e domani. Sempre stando a quanto previsto dalla leggenda esisterebbero però uno spazio e un tempo ben più circoscritti e in grado — meglio di ogni altro — di fissare l’immagine febbrile del gigantesco calderone dal cui fondo spuntano in continuazione individui di modeste origini i quali, dopo aver sufficientemente spintonato e sgomitato, riescono a scalare la vetta di una fortuna da sogno. Questo spazio e questo tempo coincidono con la New York della fine del diciannovesimo secolo descritta da Steven Millhauser in Martin Dressler, un romanzo la cui prosa elegante e lenticolare sposa non a caso i toni melodici e attoniti tipici di favole e ballate popolari (e che è possibile apprezzare anche in italiano grazie a una incantevole traduzione di Susanna Basso). Figlio di un umile bottegaio, Martin Dressler si presenta fin dalla più tenera età come l’ospite ideale della febbricitante isola di Manhattan. Egli è infatti un sognatore scosso da un senso di insoddisfazione che non conosce tregua. Ossessionato dall’idea di un futuro lontano e grandioso, Dressler è incapace di vivere del presente. Per lui tutto deve essere teso verso ciò che non ancora non c’è, «qualcosa di più grandioso, più nobile e arduo, qualcosa di più temerario e audace». Sviluppa quindi una perversa simbiosi con il paesaggio urbano e vagabondando per la città si lascia affascinare dall’andirivieni della gente nei marciapiedi, dai convogli che marciano sulla Sopraelevata, dalle insegne dipinte sulle facciate degli edifici che evocano attività e merci di ogni sorta. Ma ciò che maggiormente lo incanta è la vista dei cantieri dove gli operai fanno brillare speroni di roccia per fare posto a nuovi edifici. Davanti allo spettacolo della New York di fine Ottocento, il protagonista del romanzo di Steven Millhauser immagina «una metropoli di treni sfreccianti nell’aria e nel sottosuolo, una città magica e attiva di ferro in movimento, mentre sulle ampie strade vibranti, nell’aria chiassosa, svettano in cielo edifici sempre più alti». In buona sostanza egli non fa che immaginare la città come sarebbe diventata e come ancora oggi la vediamo. Queste sue fantasticherie lo stimolano a condurre un’esistenza non meno irrequieta e operosa del luogo in cui vive e a mietere successi nel vorticoso mondo degli affari.

Dressler inizia la scalata prestando servizio in qualità di fattorino presso un albergo per poi ritrovarsi, poco più che ventenne, proprietario di una catena di ristoranti che portano tutti lo stesso nome, Metropolitan Café, una sorta di anticipazione degli odierni fast food, locali capaci di offrire una prima colazione a prezzi ridotti servita in non più di cinque minuti per gente che va di fretta. Ciò nonostante le ansie del giovane non si placano. Dressler continua a lavorare sedici ore malgrado potrebbe cominciare a godersi un po’ di più la vita. Di prendersela comoda, proprio non ne vuole sapere. Cosa cerca di preciso? Diventare famoso certamente no; avrebbe fatto altro, magari l’attore. Accumulare ricchezza dunque? Non proprio. O quantomeno non solo. Messo alla strette, ammette di ignorare cosa vuole. «So solo che voglio… più di così» dice allargando il braccio nell’aria con un gesto che potrebbe significare il mondo intero. Ma la cognata, donna vivace e concreta, vede più lontano di lui e obietta: «Eppure a me non sembra, non nel senso comune dell’espressione. Per certi versi anzi tu non vuoi niente». La tragica favola di Martin Dressler culminerà infatti nel nulla o meglio in una sua inusitata e ipertrofica versione architettonica: il Grande Cosmo ovvero un albergo che non è propriamente un albergo bensì un fantasmagorico edificio contenente una varietà di «aeree abitabili» e scenari progettati con cura: boschi ombrosi, villini rustici, spiagge di autentica sabbia, residenze con patio, recinti con paraventi e fondali prospettici, stanze dalle cui finestre si godono panorami tridimensionali animati da attori, giungle con leoni impagliati, ameni villaggi del New England, frenetiche vie cittadine. Il tutto in un solo edificio. Un universo a sé stante, una metropoli nella metropoli, «un nuovo concetto di vita» come Dressler lo definisce nel corso di una campagna promozionale fatta di perifrasi elusive, perché egli è così americano nel suo sogno da anticipare perfino il principio base del marketing: meno fai sapere di un prodotto più la gente sarà disposta a comprarlo. Un principio che dà sempre i suoi frutti. Perlomeno in teoria.

“Cubism Reading #2” (2006), inchiostro su carta di Kyohei Sakaguchi basato sul romanzo Martin Dressler

In teoria, sì. Purtroppo nel portare alle estreme conseguenze il proprio sogno di americano, Martin Dressler dà semplicemente corpo a un delirio, il delirio della sua stessa città, quel Delirious New York di cui parlò Rem Koolhaas nel geniale «manifesto retroattivo» del 1978: «Tra il 1890 e il 1940 una nuova cultura (l’Età della macchina?) scelse Manhattan come laboratorio: un’isola mitica dove l’invenzione e il collaudo di uno stile di vita metropolitano e dell’architettura da esso prodotta potessero essere perseguiti come un esperimento collettivo nel quale l’intera città diventava una fabbrica di esperienze artificiali e dove il reale e il naturale cessavano di esistere». Koolhaass riteneva che Manhattan rappresentasse un paradigma architettonico della «nuova cultura» per via del modo in cui sfruttava la congestione. Il Grande Cosmo che Steven Millhauser fa costruire al suo personaggio è simile: un mondo chiuso e congestionato che sfida quello esterno nella convinzione che sia possibile comprimere qualunque aspetto del reale nell’artificiale; un mondo che crede di poter fare a meno del resto mondo. Il triste epilogo dello stupendo romanzo di Millhauser premiato nel 1997 con il Pulitzer è un monito contro lo sviluppo insostenibile e al contempo un segno di speranza. Per quanto Martin Dressler si affanni a edificare e reclamizzare, la sua congestionata creatura si rivelerà un fallimento e risulterà inabitabile proprio perché pretende di proporsi come luogo dove la gente desidera vivere. Il Grande Cosmo quale metafora della città che diventa invisibile per eccesso di cose da vedere, il tutto che implode nel nulla: questo è il monito. La speranza va invece cercata proprio nel fallimento di Martin Dressler, nella possibilità che il mondo esterno sappia fare a meno delle meraviglie offerte dai mondi chiusi e congestionati.

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One thought on “MARTIN DRESSLER

  1. uno dei romanzi più sorprendenti e toccanti che ho letto negli ultimi anni. ci penso spesso, davvero, per motivi anche di somiglianze familiari e personali.

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