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Ecco un libro il cui titolo dice praticamente tutto, Sexyrama. L’immagine della donna nelle copertine dei periodici dal 1960 al 1979. Al suo interno, infatti, c’è assai poco da leggere, a parte brevi commenti e citazioni sparse. Alfred Hitchcock che confessa: «Il sesso mi ha sempre interessato pochissimo; è roba da bambini e da cinematografo. Ma è soprattutto una gran scocciatura». I buoni propositi di Jayne Mansfield: «D’ora in avanti mi vestirò di più e mangerò di meno». I grandi dubbi di Valeria Moriconi: «Perché, mi sono sempre chiesta, un uomo, per un bel seno e delle belle gambe, deve per forza perdere la testa?». I commenti, invece, sono di un disegnatore assai noto agli appassionati di fumetti erotici, Roberto Baldazzini, che ha raccolto in questo volume una buona parte della sua sterminata collezione di settimanali di moda e costume, fotoromanzi, riviste piccanti e rotocalchi, per usare un termine dei tempi andati. Centinaia di copertine ordinate per anni che raccontano l’evoluzione della donna in un periodo di profonda trasformazione culturale del nostro paese. Per quanto, a voler essere onesti, il nocciolo della questione non è esattamente l’evoluzione della donna bensì quella del feticismo per l’immagine femminile, bidimensionale oggetto del desiderio dai multiformi aspetti e i cui estremi sono da un lato lo sguardo divoratore delle irraggiungibili dive filo-hollywoodiane, dall’altro la sensualità più verace della casalinga della porta accanto. All’interno di questo percorso il 1968 segna uno spartiacque di immediata evidenza. Prima di quell’anno, mirabile per alcuni e orribile per altri, ma comunque imprescindibile, le femmine delle copertine avevano tutte un nome. Si chiamavano Brigitte Bardot, Liz Taylor, Sophia Loren, e concedevano allo sguardo dei lettori null’altro che il proprio volto. A poco a poco, però, il primo piano non è più bastato. L’obiettivo della macchina fotografica ha preteso di inquadrare anche altro. Figure a mezzo busto che alla bellezza di un viso accompagnavano talvolta un decolleté. Quindi sono arrivate le gambe, le schiene scoperte, i bikini, la lingerie. Ma è soltanto a cavallo del ’68 che si intravedono i primi capezzoli, annunciazioni di nuove e ben più integrali nudità che di lì a breve affolleranno dapprima riviste specializzate in donnine, come «Men» e «Caballero», e poi settimanali d’informazione quali «L’Espresso» o «Panorama». Il tutto passando attraverso «Il Borghese» e «Le ore», entità ibride, ai limiti dell’indefinibile, della stampa italiana.

In questo repentino processo andò perduto qualcosa: i nomi. Le star del cinema e della televisione si videro sottrarre il controllo assoluto delle copertina. Si potrebbe persino fissare un’equazione: più nuda e provocante era la posa, più anonima era la donna. Spogliata, la donna non era più donna ma soltanto femmina, quasi che per liberare il corpo dovesse per forza rinunciare all’identità. Eppure era l’anno del femminismo, il cammino verso la parità sessuale procedeva spedito. Nel mondo reale, donne in carne e ossa si battevano per cose come divorzio aborto, contraccezione. Il microcosmo dei periodici italiani, però, restò sordo a quel che le donne avevano da dire e divise le sue femmine in due categorie: le famose, che si spogliavano con moderazione e sempre con eleganza, e le sconosciute, che sembravano esistere solo in quanto corpi da mostrare nudi e crudi, magari con qualche orpello allusivo, una banana poggiata nell’incavo delle tette, un cinturone con una pistola che pende tra le gambe. Questa dicotomia dell’immagine femminile non era che il logico riflesso del nostrano immaginario maschile, portato, per sua natura, a dividere le donne in mogli e puttane. La liberazione sessuale ha ottenuto scarsi risultati al riguardo. Per il maschio italiano, compreso quello illuminato di sinistra, sarebbe meglio se non ci fosse stato alcun ’68, perché in tal modo la sua becera schizofrenia sarebbe rimasta un po’ in ombra e lui, il maschio, non avrebbe conosciuto i conflitti e le insicurezze derivati dal dovere morale di considerare la donna come un tutt’uno, un corpo e un’anima indissolubili. Conflitti e insicurezze con cui Francesco Piccolo fa i conti in un libro non per nulla intitolato La separazione del maschio: «Non riesco ad amare una donna senza culo. Se non c’è un corpo che mi attira per davvero, se una donna è bella intelligente e divertente ma è ossuta e non ha specialità desiderabili, per me non esiste sessualmente e se non esiste sessualmente non riesco più a immaginare una relazione. Anche se è speciale, ma non ha il corpo che mi ossessiona poi quando sono solo, già so che farò di tutto per non vederla più. Questo significa che sono diventato mostruoso – ma poi ricordo: sono sempre stato così». Ecco affiorare lo spettro di una tara atavica contro cui poco o nulla possono le rivoluzioni. Sarà un caso, ma dei tanti aspetti del ’68 la liberazione sessuale è stato uno dei meno rievocati e dibattuti in questo quarantennale. Di recente, qualcuno è giunto perfino al punto di stabilire una volta per tutte che il famoso rogo dei reggiseni non c’è mai stato. Non è ben chiaro come sia stato possibile stabilirlo con tanta certezza, ma tant’è. Com’è noto all’origine del mito ci sarebbero state le proteste per l’elezione di Miss America 1968. Un gruppo di femministe insultò la neoeletta urlando «Ragazza-tetta, simbolo degradante e senza cervello» e incoronò al suo posto una pecora. Dopodichè le contestatrici si tolsero di dosso capi di biancheria intima e li gettarono insieme a varie copie di «Playboy» in un grosso secchio per l’immondizia. Contrariamente a quanto si è favoleggiato, però, nessun reggiseno venne dato alle fiamme. La sostanza non cambia, è vero, ma l’America è un paese profondamente puritano dove i simboli hanno un’importanza per noi inimmaginabile.
Oltreoceano la lacerazione sessuale non è circoscritta all’immaginario erotico di un maschio riottoso all’emancipazione o alle prostitute che devono essere tolte dalle strade o a certe esternazioni di una chiesa fuori dal tempo. In America, il sesso è ben oltre i limiti del parossismo. Spiattellandolo come un hamburger da McDonald, l’industria pornografica produce introiti da capogiro. Negandolo fieramente, gli evangelici hanno esercitato una grossa influenza nelle precedenti elezioni presidenziali. Quest’ultimo preoccupante fenomeno è stato la fonte ispiratrice dell’ultimo romanzo di Tom Perrotta, L’insegnante di astinenza sessuale, inserito dal «New York Times» tra i migliori libri dell’anno. Tutto si svolge a Stonewood Heights, una delle tante cittadine della sterminata provincia americana. Parrebbe il posto ideale per allevare figli. Ci sono ottime scuole e la gente è brava gente. Ruth insegna educazione sessuale ai ragazzi del liceo. È una persona dalla mentalità aperta e illuminata. Crede che il piacere sia una cosa buona e giusta, e che non ci si debba vergognare di certe cosucce. Sa bene però che i ragazzi hanno una vita privata e non si meraviglia che la figlia ormai adolescente nasconda un libro sotto il materasso. I problemi nascono quando scopre che il volume in questione non è un romanzetto peccaminoso bensì la Bibbia. Come se non bastasse, la figlia le comunica che lei e sua sorella vogliono cominciare ad andare in chiesa. Per la mamma dalla mentalità aperta è peggio di uno schiaffo. Ingaggia così una battaglia morale con l’artefice della sgradita conversione, l’allenatore della squadra di calcio femminile, fervente seguace di una setta evangelica guidata da un carimastico pastore. Ne scaturisce una sorta di guerra santa che coinvolge e sconvolge l’intera comunità. La vicenda ha un sapore vagamente surreale. Questa piccola cittadina del New Jersey oppressa dall’oscurantismo religioso ricorda da vicino la normalità inquietante dell’Invasione degli ultracorpi, o certe atmosfere delle celeberrime Cronache Marziane. È lo stesso sfumato sconfinamento nel fanta-orrorifico che compare nel film di Mitchell Lichtenstein, Denti, dove si affrontano temi analoghi. Qui la protagonista è una tranquilla adolescente divenuta, suo malgrado, paladina e portavoce di un movimento studentesco il cui scopo è difendere il valore della verginità fino al matrimonio. Tremendi pericoli, però, sono in agguato: le naturali pulsioni erotiche, le richieste di un fidanzato impaziente. Per sua fortuna, il destino viene in soccorso dotando la fanciulla di una vera e propria vagina dentata. La mostruosa mutazione è forse un prodotto della centrale nucleare che incombe con il suo opprimente profilo sulla quieta e anonima cittadina? Non è ben chiaro, né probabilmente deve esserlo. Al fondo della sessuofobia sempre più diffusa c’è forse un mistero. Dopo appena quarant’anni la rivoluzione dell’amore libero pare avere esaurito la spinta propulsiva. Negli Stati Uniti il fenomeno della cosiddetta «nuova castità» è diventato abbastanza rilevante da poter essere considerato una tendenza. Accanto agli adolescenti di True Love Waits, il movimento fondato nel 1993 dal pastore protestante Richard Ross, aumenta il numero degli adulti, sposati e non, che praticano l’astinenza sessuale. L’Aids ha di certo avuto un suo peso ma non è una spiegazione sufficiente. Elizabeth Abbott, che da anni si occupa della condizione femminile, ha tentato di far luce con una corposa Storia della castità dalle origini ai giorni nostri. Ha inoltre sperimentato in prima persona l’astinenza trovandola una «liberazione gioiosa» e assaporandone «benefici tangibili, in particolare l’esenzione dai lavori domestici della casalinga». Ovviamente, è abbastanza intelligente da rendersi conto che simili benefici si possono conseguire anche senza scelte tanto radicali. Ciò nonostante preferisce evitare le vie di mezzo. Dice che «rinunciare senz’altro ai rapporti sessuali, è più semplice». Che fine hanno i bei tempi in cui ci si complicava la vita?

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