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L’attentato del 1995 alla metropolitana di Tokyo ha qualcosa che lo rende unico; diverso da qualunque altro atto di terrorismo. La gente si recò al lavoro come ogni mattina, si sentì mancare il respiro e stramazzò in terra. Tutto qua. Sul momento nessuno capì cosa stava accadendo né avrebbe potuto, perché l’idea di attentato che le cronache avevano impresso nella mente di ognuno erano di tutt’altra natura: deflagrazioni, fiamme, corpi dilanianti, sangue. Quello di Tokyo fu, nella sua follia, un attentato in perfetto stile giapponese: silenzioso, discreto, praticamente invisibile, pulito. Soprattutto pulito. Così pulito che tre delle dodici vittime furono proprio gli addetti della metropolitana precipitatisi a pulire i vagoni dei treni, non tanto per togliere di mezzo una sostanza potenzialmente pericolosa per i passeggeri (nessuno sapeva ancora che si trattava di sarin) quanto perché qualcuno aveva sporcato e bisognava pulire. Fu poi un attentato a scoppio ritardato. Molte delle persone intossicate si recarono normalmente al lavoro attribuendo bruciori agli occhi e sensi di nausea a un malore passeggero o un’influenza in arrivo. Quando la televisione spiegò cos’era successo e consigliò a chiunque avesse strani sintomi di recarsi al più vicino ospedale, non fu che l’inizio di un’onda anomala, uno tsunami sotterraneo che sconvolse migliaia di vite: ci fu chi perse il lavoro, chi smise di dormire, chi non uscì più di casa, chi smise di litigare con il proprio partner. Nel dare voce ai superstiti, Murakami Haruki ha fatto in modo che quel giorno venisse rievocato nel flusso dell’esistenza dei singoli individui. Ha evitato il racconto corale del dolore per una sinfonia di voci dove ogni elemento, anche un fazzoletto usato per segnalare un’emergenza, è parte di un’armonia impossibile e assoluta, parte dello sforzo collettivo di comprendere a posteriori ciò che sul momento nessuno aveva capito. La scelta di Murakami non è pero il frutto di una sua visione personale. Proprio perché non è stato immediatamente percepibile, proprio per la sua manifestazione ritardata, l’attentato alla metropolitana di Tokyo è stato vissuto dalle vittime (e in una certa misura perfino dagli stessi attentatori) come una specie di fantasma che a poco a poco è diventato parte di loro. Accade così che, malgrado la rabbia, le vittime evitino di prendersela direttamente con i colpevoli e individuino nell’attentato una prospettiva aberrante da cui rileggere la loro intera esistenza. Il caso di Izutsu Mitsuteru, per esempio. Significativo non è tanto che egli dichiari di «capire i sentimenti di chi aderisce a culti e sette», perché da fin da bambino gli «sono sempre piaciuti i miti e le costellazioni», bensì che dopo l’attentato si sia separato dalla moglie in questi termini: «E così le ho chiesto di divorziare. Se non fosse successa questa faccenda del sarin, magari avrei aspettato ancora un po’. Non sarei riuscito a parlargliene. L’attentato è stato uno shock, e al tempo stesso un’occasione»; l’occasione per dare «importanza alla mia persona».

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