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Da qualche anno vive a Bridlington, sonnolenta e remota cittadina costiera dello Yorkshire. Per lui è il paradiso. Non tanto perché sia nato da quelle parti, a Bradford per l’esattezza. Non tanto perché si senta a casa in quei paesaggi. Quanto perché, eccetto quei paesaggi, lì niente lo può distrarre. Se per caso decide di sistemarsi col cavalletto sul ciglio della strada, il massimo che può capitargli è la scena proposta nel 2009 in un documentario della BBC. Vi si vede un automobilista fermarsi, affacciarsi dal finestrino e gridare: “Ho un pub non lontano da qui che avrebbe bisogno di qualche decorazione. Magari se ne potrebbe occupare dopo che ha terminato quel quadro”. Perché è così che stanno le cose: malgrado sia il più serio tra gli artisti più popolari al mondo, come lo definì tempo fa il direttore di un importante museo americano, nella sua Bridlington, a quattro ore di treno da Londra, David Hockney è soltanto un settuagenario quanto arzillo pittore affetto da qualche eccentrica fissazione quale, per esempio, quella di indossare sempre calzini di colore diverso. Nei turbinosi anni Sessanta, molto prima di tornare ai suoi luoghi d’origine, Hockney visse lungamente a Los Angeles. In un certo senso anche quel soggiorno in terra d’America fu un ritorno a casa. “Sono cresciuto a Bradford e Hollywood” amava ripetere all’epoca, alludendo all’importanza che hanno rivestito nella sua formazione i film americani.

Non meno importanti furono le piscine, immancabili nelle ville californiane. Hockney ne ha dipinte parecchie. Particolarmente celebre quella che mostra un trampolino in primo piano e, poco più oltre, la calma distesa dell’acqua infranta da una persona che si è appena tuffata. È un quadro di sadica ironia poiché condanna lo spettatore a una curiosità insoddisfatta. Chi era il tuffatore e che tipo di corpo aveva? Era un corpo di donna o di uomo? Giovane o vecchio? Magro o grasso? Il lato ironico di questo piccolo atto di sadismo è che il pittore sembrerebbe avere indugiato troppo. Partito con l’intenzione di dipingere un tuffatore o forse il tuffo, il pittore non è stato abbastanza lesto da cogliere né l’uno né l’altro e si è così ritrovato col modello inghiottito dall’acqua, e null’altro da dipingere se non gli spruzzi e il trampolino vuoto. Per quanto, fissare su una tela la turbolenza improvvisa di una materia già di per sé instabile e iridescente come l’acqua non è impresa da poco. E infatti, spiegando le ragioni del suo interesse per le piscine, Hockney ha scritto che: “Nulla cambia forma più dell’acqua di una piscina”.

È evidente che la piscina costituisce soltanto un fortunato pretesto. Ciò che all’artista davvero preme è il cambiamento, non la materia in sé. Del resto, per un pittore, il più magico e irresistibile dei problemi è da sempre come fissare in immagine un soggetto mutevole. Non a caso, pur senza mai smettere di dipingere, Hockney non hai disdegnato la fotografia né le tante altre opportunità offerte dalla tecnologia. Ancora oggi, nel suo paradisiaco Yorkshire, passa dal dipingere paesaggi all’aria aperta, come un vecchio impressionista, al disegnare fiori con l’Iphone da inviare agli amici. Hockney è convinto che pure i grandi artisti del passato ricorressero all’ausilio di lenti e specchi per ottenere un’accuratezza di rappresentazione altrimenti impossibile. Illustrò e dimostrò questa sua teoria in un volume, Il segreto svelato, divenuto oggetto di accese contestazioni, perché in molti trovarono scandalosamente inconcepibile che maestri come Leonardo o Caravaggio ricalcassero immagini proiettate. Ma non c’è scandalo alcuno. “La sfida dell’artista è di aiutarci a vedere di più” e nessun mezzo è scandaloso se adoperato col fine di cogliere il cambiamento, la vita ritratta mentre è impegnata a vivere.

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