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Mark Rayden, Ghost Girl (2006)

Lo avevamo lasciato alle prese col diamante pazzo dei Pink Floyd; immerso negli scantinati dell’anima di Syd Barret, abitati da ansie, angosce, visioni psichedeliche. Lo ritroviamo ora, a un anno e mezzo di distanza, grazie a un nuovo libro di spettri. Non un romanzo stavolta, bensì una successione di racconti o per meglio dire di prose brevi, quando non brevissime, tutte centrate su una qualche deformazione del pensiero, su una qualche fantasia malata, su quei piccoli tarli della mente che a forza di sbocconcellare neuroni divengono ossessioni, assopimenti non già della ragione in senso stretto ma della sua versione più innocua e pacata, quella del senso comune, del buon senso. Fantasmagonia è uno zibaldone di pensieri ostinati, di fissazioni, di serrati sragionamenti spesso dipanati da Michele Mari nella forma del dialogo filosofico, del duello. L’uomo, il narratore, parla al mostro che lo tormenta. Gli chiede spiegazioni: Cosa vuoi? Perché mi fai questo? E il mostro, il personaggio, educato e un poco sconsolato, risponde. Io nulla faccio: fai tutto tu. Io nulla voglio: vuoi tutto tu. Difatti, nel volgere di pochissime pagine, talvolta di righe, il racconto, o piuttosto la breve prosa, si risolve puntuale in un brusco rivolgimento. E allora non soltanto scopriamo che il mostro, il carnefice, siamo noi (rivelazione tutto sommato prevedibile). Tocchiamo pure con mano (ed ecco la sorpresa: il piccolo e però crudelissimo colpo di scena) di quali perfidie siamo capaci nel fingerci vittime di un mostro che, oltre ad avere creato, consideriamo il nostro migliore amico, se non l’unico vero amico (vero si fa per dire, s’intende). Perché, alla resa dei conti, dietro ogni mostro c’è una solitudine, una vita pensosa consumata fantasticando o davanti allo specchio, scambiando il riflesso per un fantasma, un incubo, una storia da raccontare.

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