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Esiste un genere di narratore molto caro alla critica: il narratore inattendibile. Da quando è apparso sulla scena (e parliamo del 1961) ha sempre abitato i discorsi sulla letteratura. Gli sono stati dedicati saggi, interi libri persino, e viene evocato nelle recensioni appena si presenti un’occasione pur minima. La voluttà con cui i critici lo evocano è quasi sempre netta, palpabile, poco dissimulata malgrado si riferisca a una nozione ormai frusta, banale, abusata. Il motivo è semplice: una discreta fetta della critica non è mossa da un grande trasporto verso la narrazione pura e semplice; la considera infantile, antiquata e dunque da superare. Il narratore inattendibile affascina però anche il comune lettore, e il motivo è altrettanto semplice. Un simile narratore incarna la quintessenza di ciò che in fondo più desideriamo dalla letteratura: un inganno di qualche tipo. In effetti, nelle intenzioni del suo inventore, Wayne C. Booth, il narratore inattendibile avrebbe dovuto indicare una voce in contrasto coi valori dell’autore “implicito”, ossia con l’idea che è alla base del libro e che ne costituisce pertanto la sua vera anima, la sua coscienza muta. In sostanza, l’autore implicito dovrebbe essere ciò che il libro davvero vuol dire, il messaggio riposto, mentre nel narratore inattendibile andrebbe individuato il messaggio apparente, ossia lo stratagemma retorico di cui l’autore si serve per meglio dire ciò che gli preme. L’assunto è suggestivo, ma implica una visione strumentale della letteratura; presuppone cioè la convinzione che le storie siano perlopiù un mezzo di persuasione, un dispositivo retorico attraverso il quale lo scrittore cerca di sedurre il lettore al fine di imporgli la propria visione del mondo. In parte è certamente così. Soltanto in parte, però. E non è affatto detto che sia proprio questa la parte essenziale di un racconto.

Prendiamo Gli addii di Juan Carlos Onetti, ora riproposto nelle preziosissime Edizioni Sur, tradotto da Dario Puccini e accompagnato da una prefazione di Antonio Muñoz Molina e un saggio di Mario Benedetti. Giusto in medias res, ossia alla quarantesima di pagina di una novella che ne conta all’incirca il doppio, la voce narrante ammette quanto segue: “È vero che io continuai a cercare modificazioni, incrinature e legami, ed è vero che finii per inventarli”. Le invenzioni cui si allude non sono una cosa qualunque bensì il nocciolo della storia che ci viene raccontata. Più chiaramente: il narratore ci sta confessando che non esiste nessuna storia certa, ma soltanto una serie di dettagli che hanno dato luogo a un’ipotesi di storia. Ancor più chiaramente: il narratore in questione non è soltanto inattendibile, ammette anche, come niente fosse, la sua inattendibilità. Se il nostro interesse di lettori risiedesse soltanto nella storia pura e semplice perderemmo all’istante una discreta fetta di motivazione. Perché proseguire infatti? Perché sorbirci ad altre quaranta pagine di mere speculazioni? Nondimeno, benché questa candida ammissione ci metta seriamente alla prova, non desistiamo, proseguiamo anzi con maggiore coinvolgimento e aumentata passione. Certo, una quarantina di pagine non richiedono grande sforzo, ma non per questo proseguiamo. Proseguiamo perché giunti a quel punto, proprio grazie a quella frase, siamo soggiogati, irretiti. In verità, a meno di non essere allocchi, dovremmo aver già capito da noi che la storia non poggiava su solide basi. Avremmo dovuto perlomeno intuirlo già dalla seconda pagina, se non addirittura dalle primissime righe, da quell’incipit che, nelle parole di Antonio Muñoz Molina, è presentato come “uno dei migliori e più sinuosi (…) della letteratura latinoamericana contemporanea”. Nell’incipit il narratore ci dice due cose. Esordisce dicendo una cosa di sé e conclude dicendo una cosa che riguarda l’uomo al centro del suo racconto. All’apparenza, giacché dire e raccontare sono due modalità molto diverse del parlare, sarebbe più corretto porla in altri termini, ossia che il narratore comincia a raccontare la storia di un altro uomo dicendo qualcosa di sé. Il condizionale è però d’obbligo. Sarebbe più corretto, infatti, se il vero racconto fosse la storia dell’uomo, ma così non è. Nell’esegesi critica di questa novella perfetta di Onetti torna costante il motivo della storia assente, del racconto che non è un racconto. Anche la prefazione di Molina insiste su questo punto: “Il romanzo non ci offre una storia, ma piuttosto una serie di approssimazioni a questa, rette dalla voce narrante, un testimone che osserva da una certa distanza”.

E in effetti questo accade. Il narratore gestisce un negozio di paese. Le vicine montagne fanno del paese un luogo di rifugio per malati, tubercolotici probabilmente, e pertanto il negoziante è abituato a vedere persone andare e venire, stranieri debilitati, spesso più di là che di qua. Tanto è abituato che gli basta un’occhiata per indovinarne senza tema d’errore se costoro ce la faranno o no. Gli basta squadrarli la prima volta che entrano nel suo negozio, appena scesi dall’autobus che li ha portati in paese dalla città. Come uno sciamano, li osserva e subito ne decreta il destino. L’uomo al centro del suo racconto è ovviamente uno di questi stranieri. Alto, le spalle larghe, una faccia di legno duro, gli occhi da pesce addormentato. Più avanti ci verrà rivelato che l’uomo ha un passato da atleta, ma quel che il nostro narratore scorge sin da subito è che l’uomo non ha futuro, che è alla fine del suo viaggio e che non si lascerà curare. Ci verrà rivelato inoltre che nella vita dell’uomo ci sono due donne. Dapprima queste due donne si manifestano soltanto per via epistolare, sotto forma di lettere recapitate al negozio. Lettere che l’uomo passa a ritirare in silenzio, chiedendo una birra. Quindi si appalesano di persona, prima una poi l’altra. L’una è una donna matura, una madre. L’altra, una ragazza che ha la metà degli anni dell’atleta tubercolotico. Il paese osserva, mormora, trae conclusioni. Fa due più due o perlomeno crede di farlo. “Bisognerebbe ammazzarlo” sentenzia la cameriera dell’albergo dove l’uomo alloggia. “Ammazzare lui” precisa. “A quella puttanella, non so che farei. La morte è poco, se si pensa che c’è di mezzo un figlio”. La conclusione riserva un relativo colpo di scena; relativo perché tutto sommato prevedibile agli occhi del lettore, e relativo perché inaspettato per il narratore e i suoi compaesani, troppo presi a confezionare la loro versione dei fatti con scampoli di realtà, parole origliate, sguardi rubati, pettegolezzi. Questa loro versione paesana è sì inattendibile, una storia che non è una storia. Che il romanzo non ce ne offra alcuna è però falso. Come è falso che il narratore contraddica l’autore implicito. “Avrei voluto non aver visto dell’uomo, altro che le mani”: questo rammarico espresso dell’incipit, il rammarico di non essersi affidato soltanto alle capacità divinatorie, percorre tutto il libro come un basso continuo prendendo forme diverse. E proprio in questo rammarico consiste la storia che il romanzo offre nonché il messaggio riposto del libro. La storia di un negoziante condannato a guardare, ad ascoltare persone che entrano che entrano, comprano e se ne vanno, lasciando brandelli di storie possibili; la storia del suo rammarico, quello “di avere pagato come prezzo la solitudine, il negozio, questa condizione di non essere nulla”. Il racconto verissimo di quel che accade quando si guarda la vita da fuori. A tal punto da fuori da non vederla più.

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