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La vita fu oscura. Anzi, più che oscura, fu grigia, poco movimentata, per nulla memorabile. La si può riassumere con una manciata di parole senza tema di omettere alcunché di saliente. John E. Williams nacque nel 1922, in Texas. I nonni svolgevano un’attività molto comune in quelle zone; erano contadini. Il patrigno aveva un modesto impiego di custode presso un ufficio postale. John frequentava ancora il liceo quando si innamorò per sempre e perdutamente. Non si trattò di una donna, di una persona di carne e ossa. Si innamorò del “mistero di come la mente e il cuore possano mostrarsi nei loro più minuti dettagli attraverso inattese combinazioni di lettere e parole impresse su carta con la freddezza del nero inchiostro.” Detta con meno enfasi, s’innamorò della letteratura. L’aver prestato servizio nei reparti aerei durante la Seconda guerra mondiale gli consentì di studiarla a fondo e conseguire un dottorato. Quindi iniziò insegnare nell’università di Denver dove rimase per oltre tre decenni. Morì nel 1994, nove anni dopo il pensionamento, lasciando al mondo tre romanzi. L’ultimo in ordine di tempo, Augustus, ambientato nell’antica Roma, risale al 1973 e grazie all’assegnazione del National Book Award fece provare all’autore l’ebbrezza di una fugace notorietà. In precedenza Williams aveva dato alle stampe un western insolito, Butcher’s Crossing, per molti versi precorritore dell’opera di Cormac McCarthy. Il suo esito più alto è però Stoner, libro di cui molti non hanno mai sentito parlare e tuttavia oggetto di un culto ben radicato, tant’è che dal 1965, anno della sua originaria pubblicazione è stato ristampato a più riprese. Il cuore dell’azione, ammesso che di azione si possa parlare, è il medesimo college del Missouri in cui studiò Williams e ha per protagonista un uomo che, alla maniera di Williams, dedicò la sua esistenza all’insegnamento.

Come per Williams, basterebbero poche righe, quelle dell’incipit, per ricavarne il nocciolo: “William Stoner si iscrisse all’Università del Missouri nel 1910, all’età di diciannove anni. Otto anni dopo, al culmine della Prima guerra mondiale, gli fu conferito il dottorato in filosofia e ottenne un incarico presso la stessa università, dove restò a insegnare fino alla sua morte, nel 1956. Non superò mai il grado di ricercatore, e pochi studenti, dopo aver frequentato i suoi corsi, serbarono di lui un ricordo nitido”. Perché mai scrivere un romanzo su un soggetto tanto scialbo? Giustamente, in una devota postfazione, Peter Cameron osserva che la maggior parte degli scrittori avrebbe desistito dopo il primo paragrafo, non foss’altro perché è arduo immaginare ragioni per cui un lettore possa esserne attratto. Ma accade il miracolo. Non soltanto lo scrittore non desiste. Scrive anche qualcosa di più un romanzo. Scrive qualcosa che va persino oltre quel che con un termine ormai abusato si chiama capolavoro. Stoner è semplicemente un libro unico, magico, di ipnotica e commovente perfezione. A dispetto delle apparenze, non è autobiografico bensì ispirato alla vita di James V. Cunningham, che fu poeta e insegnante. Più specificamente, trae spunto dal disastroso matrimonio di costui. Motivo conduttore è infatti una sottile e quieta forma di fallimento: la rassegnazione che scaturisce dalla disillusione, dallo scoprire a poco a poco, col tempo e spesso quando ormai è troppo tardi, che le cose e le passioni, a cominciare dall’amore, non sono che un lungo estenuante tentativo di arrivare là dove si credeva di essere già.

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