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London Calling. Qui parla Londra. Parole provenienti da un passato lontano ma ancora capace di suscitare emozioni. Le prime parole che il 14 novembre 1922 fuoriuscirono dalle crepitanti radio a galena del Regno Unito. Da allora gli speaker si sono sempre annunciati così. Nei tenebrosi anni della guerra questo scarno saluto rappresentava un richiamo di speranza malgrado preludesse a notizie perlopiù spaventose. E ancora oggi, per milioni di persone sparse nel globo, London Calling è il segnale di chiamata del BBC World Service, che dispensa informazione non censurata, oltre che lezioni di inglese gratuite. Nulla meglio di London Calling può dunque restituire l’immagine di un luogo al contempo antico e moderno. Una città desiderabile e invitante che in duemila anni di storia non ha mai cessato di stratificarsi e accogliere nuovi arrivati. Una capitale tanto della finanza quanto dell’arte in tutte le sue variegate manifestazioni, incluse quelle più ardimentose e inventive; quelle, per intenderci, che attecchiscono sul limitare dei bassifondi, ai margini del delitto.

Derek Taylor, addetto alle pubbliche relazioni dei Beatles, non esagerava quando rivelò che l’ipotetico quinto membro del gruppo su cui la stampa tanto fantasticava era Londra. Oggi come allora, se si pensa di valere qualcosa, se si insegue il successo o anche soltanto la pura voglia di esprimersi al di là delle convenzioni, questo è il posto verso cui dirigersi. Per buona parte del secolo scorso, non ci fu nemmeno bisogno di perdersi nei suoi tanti quartieri e sobborghi. Bastava puntare dritto a Soho, enclave cosmopolita del “quinto Beatle”, cuore della swinging London degli anni 60. Qui, a Soho, i pittori si mischiavano ai pugili. Qui le gallerie d’arte aprivano i battenti accanto ai bordelli. Qui spuntavano i locali notturni dove ebbero origine il jazz e il rock britannico. Qui ci si recava dagli altri quartieri per dimenticare la Gran Bretagna per qualche ora, perché qui si era insediato il mondo intero. I primi sedimenti dello stratificato crogiolo di Soho risalgono addirittura al 1670, quando giunsero i greci in fuga dall’Impero ottomano. Un decennio dopo arrivarono gli ugonotti. Quindi, trascorso un secolo, irruppe un’ondata ancor più massiccia di francesi: i superstiti del Terrore che seguì alla rivoluzione. E poi italiani, belgi, tedeschi, ebrei dell’Europa orientale, cinesi.

Il susseguirsi di rifugiati, diseredati e semplici cercatori di fortuna fece di Soho una zona franca dove le normali regole non si applicavano. Negli anni 40 divenne una roccaforte della vita bohémien. La polizia si teneva alla larga e il culto della cattiva condotta poté prosperare. Fu proprio in quegli anni, nelle strade devastate dalle bombe, che nacque la scena underground del “quinto Beatle”; la scena ricostruita per aneddoti e senza alcuna pretesa enciclopedica da Barry Miles in un appetitosissimo libro intitolato, ovviamente, London Calling. Editore, gallerista, libraio, biografo di Paul McCartney, Allen Ginsberg e William Burroughs, agitatore culturale, Barry Miles è stato per decenni un punto di riferimento. Non c’è figura di rilievo che non abbia varcato la soglia di Indica, la sua galleria. I suoi ricordi, oltre che numerosi, sono tutti di prima mano o quasi. La sua rievocazione della Londra underground è una carrellata infinita di personaggi straordinari: Mary Quant, James Ballard, Vivienne Westwood, Lucien Freud, Francis Bacon, i Beatles più o meno al completo, i già menzionati Ginsberg e Burroughs. Tutti ritratti con racconti non di rado esilaranti, perché anche l’avanguardia ha un suo lato umoristico.

Una sessione di registrazione per la rivista di poesia ‘Voice’: (seduti) Venu Chitale, JM Tambimuttu, TS Eliot, Una Marson, Mulk Raj Anand, C Pemberton, Narayana Menon; (in piedi) George Orwell, Nancy Barratt, William Empson.

I più pittoreschi e memorabili sono fatalmente i meno noti. Spicca, tra i tanti, Meary J. Tambimuttu, un tamil di Jaffna amante della letteratura. Fu editore e curatore pressoché unico della rivista “Poetry London” dove pubblicava poesie che non si prendeva la briga di leggere. Sosteneva infatti di valutare i manoscritti alla maniera di un sensitivo, saggiandone la carta al tatto. Non sempre il metodo funzionava a dovere: pare che l’unica copia di certi versi di Dylan Thomas finì nel vaso da notte che Tambimuttu usava come schedario di fortuna, essendo egli solito dedicarsi all’esame dei manoscritti a letto, dopo essere rientrato dal vagabondaggio serale per i pub della zona. Del resto siamo pur sempre a Londra: pub e locali notturni non possono non avere la loro parte di gloria. Barry Miles li descrive con devozione, quasi fossero luoghi sacri. L’escursione prende l’avvio dalle bettole in cui si radunava la comunità artistica all’indomani della Seconda guerra mondiale. Postacci come il Caves de France, il cui bancone era presidiato da un barman d’eccezione, Secondo Carnera, fratello minore di Primo, il mitico pugile; dal che si deduce come la madre avesse risolto la scelta del nome della prole limitandosi a numerarla. Non da meno era il Mandrake, un circolo scacchistico sui generis. Veniva pubblicizzato come “l’unico luogo di incontro bohémien di Londra”. Per eludere la legge che vietata di servire soltanto alcolici oltre una certa ora, il locale proponeva una sconsolante selezione di panini ammuffiti. Chi osava lamentarsi era apostrofato all’istante dal proprietario: “Non sono panini da mangiare, servono per bere!”

Miles dedica spazio anche a cattedrali più recenti. Il Groucho, per esempio. Aprì nel maggio 1985, ovvero nel clima di edonismo e autocompiacimento scaturito dalla deregulation della signora Thatcher. Qui si davano convegno sia i nuovi scapestrati, gentaglia del calibro di Liam Gallagher degli Oasis, sia Francis Bacon e altre glorie della vecchia guardia. L’ospite più scandaloso era però l’artista Damien Hirst, famoso per la sua smania di mostrare il pene a tutti e l’uso smodato di cocaina. Ne combinava di molti colori, ma essendo un cliente particolarmente spendaccione non fu mai cacciato; gli fu soltanto richiesto per lettera di evitare, se possibile, di orinare nel lavandino. Cosa sopravvive di questa Soho? Internet ha certamente globalizzato il mondo bohémien. Oggi “più che un luogo fisico, l’underground è uno stato della mente” osserva Miles. Una passeggiata notturna nelle strade giuste dimostra però che il quinto Beatle è tuttora pieno di gente in cerca di una totale “confusione dei sensi”. Londra seguita a parlare, nonostante tutto.

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