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A quanto pare negli Stati Uniti dilaga l’analfabetismo matematico. Quando si tratta di numeri l’americano medio non sa dove sbattere la testa. È forse per questo che gli autori dei Simpson condiscono spesso il serial con gag di sapore matematico? In una vecchia puntata della serie, Homer Simpson venne accidentalmente catapultato in uno strano mondo con equazioni e figure geometriche che fluttuano nell’aria. Nel bel mezzo dell’episodio il professor Frink, il classico tipo dello scienziato pazzo, tenta di spiegare al capo della polizia, il classico tipo dell’idiota, come funzioni lo spazio a tre dimensioni. «Dovrebbe essere ovvio anche ai più tardi di comprendonio in possesso di un diploma in topologia iperbolica che Homer Simpson è inciampato nelle terza dimensione. Ecco, questo è un comune quadrato» dice il professore disegnando il quadrato sulla lavagna mentre il capo della polizia stenta a seguirlo. «Supponiamo ora di estendere il quadrato oltre le due dimensioni del nostro universo, lungo l’ipotetico asse z. Otterremmo un oggetto tridimensionale conosciuto come “cubo” o anche “frinkaedro” in omaggio al suo scopritore». La spassosa gag solleva una questione interessante. I Simpson hanno ormai assurto allo stato di oracolo pop dello scibile contemporaneo ma rimangono pur sempre cartoni animati, la loro esistenza si consuma in un mondo in tutto e per tutto bidimensionale. Il capo della polizia ha dunque le sue buoni ragioni per essere perplesso. Nel mondo dei Simpson, quello che il professor Frink disegna sulla lavagna non può essere un cubo ma solo un esagono con tre linee al suo interno. Anche nel nostro mondo accadono equivoci simili. Se la matematica risulta tanto oscura a noi comuni analfabeti è perché sovente rappresenta cose che non riusciamo a vedere o, per meglio dire, cose che non vediamo come i matematici riescono a vederle. Quando osserviamo il monitor di un computer, tanto per fare un banalissimo esempio, noi analfabeti matematici vediamo una specie di televisore interattivo e non abbiamo la più la pallida idea di come un gigantesco ammasso di semplici 0 e 1 possa trasformarsi un’imitazione elettronica del nostro del cervello. Molti di noi ignorano inoltre che la mela raffigurata sui computer prodotti da una nota azienda americana è qualcosa di più di un semplice logo. All’indomani della recente scomparsa di Steve Jobs, l’inviato negli Stati Uniti di noto quotidiano ha collegato il frutto alla conoscenza che Dio proibì alle sue creature quando queste dimoravano ancora nel Paradiso terrestre; al fattaccio di Adamo ed Eva, insomma. E dire che il giornalista si picca d’essere un intenditore in fatto di Mac. In realtà, la mela morsicata è un simpatico quanto macabro omaggio all’inventore della macchina che ha rivoluzionato le nostre vite, un modo per restituire ad Alan Turing quel che è di Turing. Se ci fosse un po’ di giustizia a questo mondo i computer dovrebbero infatti chiamarsi turing o qualcosa del genere, né più meno come nel mondo dei Simpson i cubi si chiamano frinkaedri. La ragione di questo mancato riconoscimento ha anch’essa a che fare coi cartoni animati ed è alla base di un libro di David Leavitt, L’uomo che sapeva troppo


Per molti versi la storia di Alan Turing inizia dalla fine, l’8 giugno 1954, quando il quarantunenne ricercatore matematico dell’università di Manchester fu trovato morto dalla sua governante. La sera precedente, poco prima di stendersi sul letto, Turing aveva dato un paio di morsi a un mela apparentemente corretta al cianuro. In capo a pochi giorni gli inquirenti archiviarono il decesso come un bizzarro caso di suicidio. Alan Turing era solito mangiucchiare una mela prima di coricarsi e nutriva una passione speciale per Biancaneve e i sette nani, il celebre lungometraggio a cartoni animati di Walt Disney. Coloro che lo conoscevano sostennero inoltre che Turing adorava canticchiare la canzone della strega: «Dip the apple in the brew, let the sleeping death seep through». Intingi il frutto nel veleno fino a quando ne sia pieno. Tutto quadrava. Il titolo scelto da Leavitt per la sua biografia — ovviamente preso in prestito da un altro classico della cinematografia, l’omonimo film di Alfred Hitchcock — lascia però intendere che le cose possano essere andate diversamente dalla versione ufficiale ovvero che dietro la morte di Turing si nasconda un complotto spionistico. Erano gli anni Cinquanta, in fondo, la guerra fredda spopolava e Turing sapeva davvero molte cose. Durante il recente conflitto mondiale aveva lavorato a Bletchley Park, la segretissima residenza nei pressi Londra dove fu decifrato Enigma, il micidiale codice dei nazisti. Quindi si era dedicato alla costruzione di una macchina capace di pensare e della quale era di certo meglio che il nemico non sapesse. Infine era omosessuale, che in quegli anni equivaleva a essere bollato come probabile traditore. Nel 1951 un viaggio a Mosca di due diplomatici britannici gay fu il pretesto per affermare apertamente che era ormai giunto il momento di imitare gli americani, ovverosia «estirpare i pervertiti, sia quelli sessuali che quelli politici». Fatalmente, Leavitt non ha potuto aggiungere molto a quanto già ignoravamo sulla morte di Turing e si destreggia non poco nella scalata agli specchi per non ricalcare quanto già scritto anni fa da Andrew Hodges nella sua pregevole e dettagliatissima biografia del matematico inglese. Leavitt si fa però apprezzare per la sue doti di consumato narratore e per il modo in cui affronta la questione — da lui particolarmente sentita — della discriminazione sessuale. Del resto, è stata la stessa madre a respingere l’ipotesi di un complotto. Secondo lei, Alan era piuttosto sbadato e dovette aver ingerito per sbaglio qualche sostanza chimica con cui trafficava durante i suoi esperimenti casalinghi. La signora non diede peso a una lettera in cui Turing parlò di un mezzo per suicidarsi che «implicava l’uso di una mela e di certi fili elettrici». Evidentemente nemmeno lei gradiva l’idea che il figlio potesse essersi tolto la vita.


Ma non c’è soltanto la mela di Biancaneve. Come già ricordato c’è pure quella offerta da Eva ad Adamo, quella che costò al genere umano la possibilità di godere delle comodità di un paradiso in Terra. E qui si potrebbe speculare su una curiosa similitudine. La mela di Eva era il frutto della conoscenza del bene e del male, quella di Turing il simbolo dell’era dell’informazione. Scherzando sull’audacia della sua invenzione, il matematico si accusò una volta di «prometeica irriverenza». Col senno di oggi, la battuta pare particolarmente azzeccata perché, se Frankenstein è stato il Prometeo moderno, il computer è senza dubbio il Prometeo postmoderno. Il senso del peccato riveste un ruolo centrale in tutta questa storia. Poco prima della morte Turing fu arrestato, l’accusa era di atti osceni gravi con un altro uomo, lo stesso «crimine» per cui più di mezzo secolo prima Oscar Wilde fu sbattuto in galera. «Quel che restò della vita di Alan Turing dopo l’arresto fu una lenta e triste caduta nel dolore e nella follia» scrive Leavitt. «Processato per reati contro la morale, fu condannato — anziché alla prigione — a subire un ciclo di trattamenti agli estrogeni allo scopo di “curarlo” dall’omosessualità. Le iniezioni producevano l’effetto della castrazione chimica. E, quel che è peggio, avevano degli effetti umilianti. Il podista smilzo diventò grasso. Gli crebbe il seno». Gli ultimi anni devono essere stati tremendi per lo sventurato Turing il quale temeva tra l’altro che sulla sua invenzione potesse gravare per sempre il peccato della perversione sessuale. In una lettera di quel periodo scriveva infatti: «Ho proprio paura che qualcuno in futuro possa usare il seguente sillogismo: Turing crede che le macchine pensano. Turing giace con gli uomini. Quindi le macchine non sanno pensare». La lettera era firmata: «sempre tuo nell’angoscia, Alan». Tanto per dare un’idea di quale fosse il suo stato d’animo. Si è detto che Leavitt non ha grandi rivelazioni da fare sulla stramba morte del matematico. Avanza tuttavia un’ipotesi sulla natura del suicidio, ammesso che tale sia stato. Sono infatti in molti a testimoniare che nei giorni immediatamente precedenti la morte Turing fosse di buon umore malgrado i recenti e spiacevoli trascorsi. L’idea di Leavitt potrà sembrare fantasiosa ma è comunque ammissibile visti particolari processi mentali del soggetto in questione. In sostanza, si sarebbe trattato di qualcosa di simile al suicidio inscenato nel film L’uomo che sapeva troppo, con la differenza, però, che alla fine l’improvvisato attore è morto davvero. Stando allo scrittore, Turing fu visitato dall’idea del suicidio all’improvviso e lo attuò quasi per scherzo. Per gigioneggiare un po’. Per ammantare la sua dipartita dal mondo con lo splendore gotico, misterioso e colorato di un film di Disney. Ovviamente a Leavitt non sfugge che «nella fiaba, la mela non uccide Biancaneve; la fa dormire finché il Principe non la sveglia con un bacio».


Riguardo le sue paure, Turing non aveva torto. Ancora negli anni Ottanta egli veniva perlopiù ricordato come un martire dell’intolleranza britannica in fatto di omosessualità e per lungo tempo molte sue innovazioni nella scienza dei computer furono attribuite a John von Neumann con il quale entrò in contatto durante il periodo trascorso a Princeton, il tempio americano della matematica. Qualcuno si è anche spinto al punto di speculare che la sua maestria nei codici cifrati derivasse dal bisogno di nascondere la vera identità sessuale. Il computer inizialmente immaginato da Turing era assai diverso dalla macchina con cui oggi interagiamo. Niente processori e schede madri. La macchina pensante di Turing era qualcosa di genialmente casereccio. Consisteva in un nastro suddiviso in tanti quadratini, una specie di rotolo di carta igienica lungo il quale si muoveva un piccolo scanner verificando se il quadratino passato al setaccio era marcato con uno 0 oppure un 1. Turing riuscì a dimostrare che malgrado la sua semplicità questa macchina avrebbe saputo cavarsela egregiamente in ogni sorta di calcolo. Il matematico profuse molte energie per mettere a punto una tecnologia con cui realizzare concretamente questa macchina, ma la sua passione per i calcoli complessi rimase sempre essenzialmente filosofica. «Sono più interessato alla possibilità di definire modelli del funzionamento del cervello che non alle applicazioni pratiche della computazione» scrisse a un amico. Ciò non gli impedì comunque di immaginare che in un futuro non troppo lontano l’uomo avrebbe costruito macchine così sofisticate da essere scambiare per veri e propri organi pensanti. Nel 1950 ideò perfino un test per stabilire se una macchina sia effettivamente capace di pensare. Leavitt ritiene che l’ipotesi di un computer capace di simulare i ragionamenti di un essere umano rimanda inevitabilmente al comportamento di un gay che cerchi di passare per eterosessuale. Turing ammetteva che alcune qualità umane trascendono probabilmente le capacità di qualunque macchina come, per esempio, apprezzare il gusto delle fragole alla panna. Secondo Leavitt, le fragole alla panna sarebbero «un’espressione in codice che indica certi gusti che Turing preferisce non nominare». Che sia davvero così nessuno potrà mai dimostrarlo ma nemmeno negarlo. Quel che al momento può essere negato è che la mela che fa da logo alla nota marca di computer sia un riferimento in codice a Turing. Sono i vertici dell’azienda a farlo sostenendo che è Newton lo scienziato che hanno inteso omaggiare con quel simbolo. Una versione difficile da accettare perché non si capisce proprio quale contributo fondamentale abbia dato Newton all’invenzione del computer. Inoltre, la mela del logo è morsicata, mentre quella di Newton cadde da un albero come madre natura l’aveva fatta. Forse procurò un bel bernoccolo allo scienziato ma non ci risulta che egli l’abbia mai mangiata. Una cosa è certa, però. Per un verso o per l’altro, da Adamo ed Eva in poi, c’è sempre di mezzo lo stesso frutto. Il tempo delle mele non passa mai, a quanto pare.

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