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Be Marilyn! Titola così un volumetto disponibile da diversi anni sul mercato librario americano. Non gli si farebbe alcun torto nel collocarlo agli antipodi del buon gusto, fra gli innumerevoli prodotti kitsch scaturiti da un mito immune ai guasti del tempo e a quelli ancor più devastanti del merchandising. Un volumetto che potremmo senza danno ignorare, non fosse che il titolo dal tono quasi imperativo — Sii Marilyn! — è da intendersi fuori di qualunque metafora. Si tratta infatti non già dell’ennesima biografia più o meno pruriginosa, ma di un manuale a giovamento di chiunque voglia tramutarsi nella donna più vagheggiata del secolo scorso. A onor del vero, l’autrice parla semplicemente di “imitare”, giacché questo fa per mestiere. Nondimeno il palpito di una qualche metamorfosi affiora tra le righe. Si lascia intendere alle lettrici e, chissà, magari pure a qualche lettore, che non bisogna abbattersi se, guardatisi allo specchio, ci si scoprisse sprovvisti dell’incanto di un volto rotondo, di labbra piene, di occhi ben distanziati, di una fronte alta, spaziosa, a forma di cuore.

Non siete belle come Marilyn? Non importa, nemmeno Marilyn lo era, e se ce l’ha fatta lei, potrete farcela anche voi. Per fugare i comprensibili dubbi degli increduli, la nostra imitatrice chiama a testimone il fotografo Milton Greene, il quale, oltre ad aver ritratto Marilyn in svariatissime circostanze, fu uno dei suoi più intimi amici. “Non basta darsi una sciacquata al viso e una pettinata per avere l’aspetto di Marilyn”. S’intende che Greene non era minimamente sfiorato dal pensiero che Marilyn non fosse bella. Intendeva soltanto rimarcare la cura estrema, ossessiva, se non folle, che ella dedicava alla propria immagine. Del resto, che ci fosse qualcosa di unico in lei, di non replicabile, lo ha spiegato bene un altro fotografo, Bert Stern, che la immortalò poco prima della sua scomparsa, in un servizio frutto di tre giorni di pose all’hotel Bel-Air di Hollywood e melodrammaticamente consegnato ai posteri come The last session.

I miei occhi perlustravano il suo viso. Ma per quanto cercassi, non riuscivo a cogliere il segreto della sua bellezza in nessuno dei suoi tratti. Non aveva un bel naso come Liz Taylor né labbra perfette come Brigitte Bardot. Non aveva gli stupendi occhi a mandorla di Sophia Loren. Eppure, per me, era più di tutte loro messe insieme”. Ciò parrebbe sgombrare per sempre il campo da qualunque illusione: imitare una bellezza tanto assoluta è, oltre che impossibile, patetico, un viatico per il ridicolo. Parrebbe. Il condizionale è d’obbligo, perché nei fatti Marilyn Monroe resta una celebrità emulatissima. E non soltanto da imitatori da avanspettacolo con scarso senso del ridicolo. La lista di donne più o meno famose, più o meno avvenenti, che in un modo o nell’altro l’hanno impersonata è impressionante.

Nicole Kidman, Cindy Crawford, Daryl Hannah, Christina Aguilera, Drew Barrymore, Scarlett Johansson hanno tutte posato come Marilyn. Nel 2008 Lindasy Lohan, nota più per l’ostinazione a guidare in stato d’ebrezza che per i suoi talenti peraltro scarsissimi, si è persino offerta all’obiettivo di Bert Stern per una replica esatta degli scatti di The last session. Ma fosse soltanto questo. Oltre alle copie dichiarate, esistono quelle implicite, ovverosia le attrici che costruiscono la propria immagine ammiccando a Marilyn, al suo vestiario, alle sue acconciature, alle sue movenze, al suo modo di strabuzzare gli occhi o dischiudere le labbra; tra queste la già ricordata Scarlett Johansson, che pure non ne avrebbe granché bisogno.

E per finire Madonna, il caso più eclatante. Il video di Material girl, il brano che assieme a Like a Virgin la rese un’icona degli anni 80, è una parodia di Gli uomini preferiscono le bionde. Malgrado il suo spiccato camaleontismo, la signora Ciccone non si è mai discostata da quel modello. Ha cambiato volte più volte aspetto, si è inventata un suo stile, ha fatto di sé un personaggio inconfondibile, ma non si è mai affrancata dal fantasma di Marilyn, restando in sostanza un suo derivato, una sua rivisitazione in chiave postmoderna. Va detto che la somiglianza si ferma alle apparenze; quanto a carattere, la distanza tra le due è siderale. E qui si apre la possibilità di un’ipotesi, ovvero che Marilyn sia tanto imitata perché è a sua volta un’imitazione o, meglio ancora, una maschera di femminilità. Ciò spiegherebbe perché sia anche l’idolo camp per antonomasia, il travestimento preferito di una drag queen; memorabile in questo senso l’esibizione dell’ex sindaco newyorchese Rudoplh Giuliani che nel 1997 apparve sul palco dell’Inner Circle imbellettato e acconciato a dovere per canticchiare Happy Birthday, Mr President.

L’ipotesi che Marilyn Monroe non sia che una ragazza immaginaria impersonata da una donna in carne e ossa di nome Norma Jeane Mortenson è un altro motivo ricorrente del mito, suffragato da leggende e testimonianze più o meno attendibili. Per cominciare, Norma Jeane non era affatto bionda e si vocifera che il particolare tono di platino dei suoi capelli fu ottenuto con una formula messa a punto dal parrucchiere Gladys Rasmussen e rimasta segreta per anni; un po’ come la ricetta della Coca-Cola. Le chiacchiere abbondano pure sul modo di ancheggiare, magnificato in Niagara, in una sequenza stimata come la più lunga camminata della storia del cinema: 35 metri di pellicola in cui Marilyn si allontana offrendo il lato B alla macchina dalla presa. Secondo alcuni, per accentuare l’andatura pelvica, calzava scarpe con un tacco più basso dell’altro. Per altri ancora all’origine ci sarebbe un esercizio cui si applicava quotidianamente: spostare il peso del corpo prima su una natica poi sull’altra, stando seduta. C’è poi chi, più crudamente, parla di una frattura dell’anca mal curata. La diretta interessata liquidò la faccenda con la sua stralunata arguzia: “Ho cominciato a farlo quando avevo sei mesi e da allora non più smesso”.

Quanto al viso, pare fosse abilissima nell’arte trucco. Non che mancasse di un visagista di fiducia. Nel 1960, quando era all’apice del suo fulgore, gli impose di farle una promessa. “Promettimi che, semmai dovesse capitarmi qualcosa, nessuno tocchi il mio viso tranne te. Promettimi che mi truccherai. Voglio essere al meglio di me stessa quando me ne andrò”. Il visagista la prese sul ridere: “Certo che te lo prometto. Fammi avere il cadavere quando è ancora caldo e ti trucco a dovere”. Ma non c’era nulla da ridere. Non tanto per la tragedia che, puntuale, da lì un paio d’anni si sarebbe compiuta, quanto per l’impegno che Norma Jeane profondeva nell’essere Marilyn.

Fiumi d’inchiostro sono stati versati sulle sue insicurezze, sulle sue paure, sulla sua infanzia tormentata, costellata di abusi, abbandoni, famiglie adottive, orfanotrofi e violenze in parte immaginate e in parte davvero subite. La vulnerabilità rappresenta però una faccia della medaglia. Norma Jeane era anche estremamente determinata, nonché dotata di un’intelligenza superiore alla media. Raccontò che da bambina era solita contemplare il cielo stellato di Hollywood dicendo a se stessa che sarebbe diventata una stella del cinema. Sapeva bene che l’America pullulava di ragazzine che nutrivano il medesimo desiderio e perciò diceva a se stessa anche un’altra cosa: che avrebbe desiderato con più forza di tutte.

Sempre stando a quel che ci è giunto dalla sua viva voce, da piccola era visitata da una sorta di visione che il più delle volte la coglieva in chiesa. Appena l’organo intonava un inno, lei immaginava di togliersi i vestiti davanti a schiere di fedeli inchinati al suo cospetto. “Nei miei impulsi di mostrarmi nuda non c’era traccia di menzogna né un senso di peccato. Credo volessi mostrarmi nuda perché mi vergognavo degli abiti che indossavo. Nuda, sarei stata come le altre ragazze, e non come una che porta un’uniforme da orfana”. La spiegazione è senz’altro suggestiva ma contraddice la biografia. Norma Jeane sostiene di avere avuto questa fantasia intorno ai sei anni, ma soltanto a nove mise piede in un orfanotrofio. All’epoca, viveva ancora presso Albert e Ida Bolender, i religiosissimi e pavidi coniugi cui era stata lasciata in affidamento dalla madre, la quale, vuoi per mancanza di denaro, vuoi per una condotta di vita scriteriata, non poteva prendersi cura di lei. Fatto sta che a sei anni la futura Marilyn non aveva indossato divise d’alcun tipo, a meno di non voler definire tali gli elaborati vestitini che la signora Bolender le confezionava con le sue mani.

È assai più probabile che la fantasia, ammesso l’abbia davvero coltivata, non riguardasse affatto il desiderio di sentirsi uguale alle altre, bensì l’esatto contrario, il bisogno di imporsi, dettato dall’ansia spasmodica di trovare se stessa, e che finì per consumarla. Non va dimenticato che Norma Jeane non conobbe mai suo padre. Le sue relazioni con gli uomini sono state segnate da questo buco nero. La sua passione per gli intellettuali, per i libri, la dice lunga in proposito. Come le continue battute che faceva sulla nudità, l’andare a letto vestita soltanto di Chanel n. 5, il calendario per cui posò nuda e che segnò il primo gradino della sua scalata alla celebrità, rivelano parecchio sul personaggio che aveva scelto di incarnare, su Marilyn.

Non c’era vergogna né peccato, in questo fu sincera. La nudità era per lei ciò che è il bianco del foglio per uno scrittore, una distesa di possibilità ma anche un abisso in cui sprofondare. E sprofondò. Un paio di mesi prima di morire, cantò Happy Birthday al gala di compleanno per il presidente Kennedy, l’ennesima e più estrema figura paterna che tentò di sedurre. Si presentò con un vestito color carne rilucente di strass. Gli informati sostengono sia stato cucito direttamente su di lei perché fosse il più aderente possibile. Un politico presente lo descrisse come un abito di “pelle e perline”. Lo stilista optò per un’altra definizione: “un abito che solo Marilyn Monroe avrebbe il coraggio di indossare”. Qualunque idea si possa avere circa l’overdose di champagne e barbiturici che la stroncò il 5 agosto 1962, quell’abito che la faceva sembrare nuda fu per Marilyn il penultimo dei suoi fogli bianchi, quello su cui scrisse il suo testamento.

L’ultimo lo indossò sul set di Something’s Got to Give. Per la scena del bagno in piscina, fu preparata una tuta speciale che avrebbe dovuto farla sembrare nuda occultando però i dettagli sconvenienti. Pare che al terzo ciak, esasperata, si strappò di dosso la tuta e girò la scena senza finzioni. Fu un gesto di disperazione non di libertà: Norma Jeane che si strappa di dosso Marilyn, la maschera in cui si era costretta per trovare se stessa. È probabile si fosse rassegnata all’idea che gli uomini preferiscono le bionde, ma non per questo le capiscono. Non meno probabile è che avesse ragione la sua segretaria ovvero che, alla resa dei conti, la maschera di Marilyn simboleggia una cosa soltanto: “la vittima quintessenziale del maschio”. La maschera è sopravvissuta, la donna no, e che il loculo accanto al suo sia stato acquistato da Hugh Hefner, il gran satiro dell’impero Playboy, non è che la riprova di quanto possa essere oltraggiosa questa perfida invenzione chiamata destino.

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