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Si prenda un mirabile caso di morte: Marilyn Monroe. Tutti credono che la donna più desiderata del ventesimo secolo sia scomparsa, come si dice, in circostanze poco chiare il 3 agosto 1962. In realtà, al di là della multiforme ridda di ipotesi, le cose stanno diversamente. La “vera” storia di Marilyn è purtroppo molto più stupida, insensata e, proprio perché stupida e insensata, più triste di quanto si creda. La vera Marilyn era infatti una ragazza qualunque di East Orange, New Jersey. Nessuno può dire se fosse bella quando la Marilyn che prese il suo nome. Probabilmente non lo era, ma fece ugualmente una brutta fine. Il 4 novembre 1939 la vera Marilyn, che aveva all’epoca diciassette anni, venne accompagnata da suo fratello Malcolm Monroe ad assistere a una partita di football. Colta da un malore nel bel mezzo dell’incontro, la ragazza fu assistita da un nutrito gruppo di medici presenti allo stadio. Ma nonostante gli sforzi dei dottori Coughlin, MacCready, Farnsworth e Locke, la vera Marilyn spirò alle cinque del pomeriggio. Stando a quanto affermato dal dottor Locke, che era peraltro direttore sanitario e preparatore atletico dei Williams, una delle due squadre in campo, la vera Marilyn morì «presumibilmente» in seguito a un’emorragia cerebrale. Chiunque può controllare la triste veridicità di questa banale vicenda negli archivi del New York Times. Per l’esattezza in un necrologio del 5 novembre 1939 dal titolo: RAGAZZA MUORE ALLA PARTITA.


Il resto, verrebbe da dire, è storia nota. Qualche anno più tardi Norma Jeane Mortenson, una stupenda ragazza californiana dall’infanzia infelice che aveva il sogno di diventare una stella del cinema, prese il nome della sventurata di Marilyn Monroe. Essendo storia nota non dovrebbe essere necessario ricordare in quale genere di angelo del sesso si trasformò e quale destino di morte accompagnò il nome che si era scelto. Ma cosa spinse Norma Jean a volersi chiamare Marilyn Monroe? Sul fatto che Norma Jeane ignorasse totalmente la storia della ragazza morta alla partita c’è poco da dubitare. Questa incredibile coincidenza è quasi certamente quello che è: una coincidenza qualunque, una di quelle cose stupide che senza alcun motivo capitano e ti cambiano la vita. Ma non è certo l’insensatezza delle cose che può convincere gli esseri umani a darsi pace e a non fare più domande inutili. La morte si avventa da millenni sulle nostre esistenze, eppure tutte le volte gli esseri umani si chiedono Perché?, come se ogni volta si morisse veramente per una ragione diversa. Qualcuno ti dice che non ti ama più e tu chiedi Perché?, come se ci fosse un vero perché per la fine di un amore. In questo rimaniamo per sempre bambini, perché malgrado gli anni, malgrado ce l’abbiano spiegato e malgrado l’abbiamo visto da noi come vanno le cose a questo mondo, malgrado tutto, come dei bambini, di fronte a ciò che non ha e non potrà mai avere una ragione, l’unica cosa che sappiamo dire è Perché?

Marilyn Monroe ritratta da Andre de Denies nel 1946

Se così è, perché mai non dovremmo chiederci perché anche in questo caso? Perché non dovremmo domandarci cosa spinse una ragazza che sognava di diventare un’attrice a prendere il nome di una sconosciuta ragazza morta qualche anno prima a una partita di football? Vogliamo delle ragioni? Nel luglio del 1946 Norma Jeane si presentò negli uffici della Twentieh-Century Fox per un provino. Ottenne un contratto di 75 dollari a settimana ma le fecero un problema. Nessuno sarebbe riuscito a pronunciare Dougherty, il cognome che allora portava Norma Jeane. Su due piedi, la ragazza decise di chiamarsi Monroe come sua madre Gladys, che aveva lavorato nel cinema ed era il suo unico legame familiare accertato. Sembrava fatta. Avrebbe potuto chiamarsi tranquillamente Norma Jeane Monroe, ma in base a chissà quale criterio di orecchiabilità si obiettò che nemmeno così suonava e che avrebbe dovuto cambiare anche il nome. Fu a quel punto che intervenne il destino, materializzatosi per l’occasione nei panni dell’uomo che stava intervistando la ragazza per il provino. Questo signore di nome Ben Lyon osservò Norma Jeane con più attenzione e trovò che assomigliava vagamente a sua vecchia fiamma. A tutt’oggi non è ancora dato conoscere l’effettiva vaghezza della somiglianza, ma per il signor Lyon dovette evidente trattarsi di una vaghezza trascurabile se, come si racconta, in un attimo di illuminazione, si risolse a dire: «Tu sei Marilyn».

Marilyn in una foto di gruppo a Zuma Beach, 1946

È noto, però, che la memoria, e in modo particolare la memoria degli amori finiti, fa brutti scherzi. È dunque piuttosto ragionevole dubitare che la Marilyn rimpianta da Ben Lyon fosse tanto bella e che la vaghezza si spingesse ben oltre i limiti della lontana somiglianza. Ma non è questo il punto. Il punto è che Ben Lyon desiderava ritrovare la Marilyn perduta e Norma Jeane aveva questo potere: illuminare i desideri della gente. E da quel giorno in cui le venne chiesto di riportare in vita una certa Mariyln, la povera ragazza non fece altro che illuminare i desideri della gente, accendere una luce nelle stanze più buie degli animi maschili, mettere a fuoco i torbidi contorni delle loro passioni. Joe DiMaggio, uno dei pochissimi uomini che abbia veramente amato questo agnello sacrificale, ebbe a dire: «Non è divertente essere sposato a una luce elettrica.» Forse non è stata mai detta cosa più vera sulla falsa Marilyn. Il biondo accecante dei suoi capelli, l’ingenuità straziante del suo sguardo, la bambinesca indecenza del suo ancheggiare funzionarono proprio come lampadine che si accendevano negli occhi degli uomini. E non fu divertente nemmeno per lei, di essere una luce elettrica. Ma lei non si aspettava granché dalla vita. «Sono cresciuta in maniera diversa dalla media dei bambini americani, perché loro crescono aspettandosi di vivere felici» confessò una volta. Forse non chiedeva poi molto. Forse le andava anche bene di essere una lampadina. Forse voleva solo che qualcuno si ricordasse di spegnere la luce, una volta tanto.

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