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Tempo fa Philip Roth si vide assegnare l’ennesimo prestigioso riconoscimento, il Man Booker International Prize. La decisione, poiché tutt’altro che unanime, scatenò l’ira del giurato dissidente che non si fece scrupolo di sbandierare il proprio dissenso. A suo dire, l’unico merito di Roth sarebbe quello di riciclare lo stesso soggetto di romanzo in romanzo. Presa dalla foga, Carmen Callil, peraltro fondatrice della casa editrice femminista Virago, dichiarò di non considerarlo nemmeno uno scrittore, quindi si improvvisò profeta, chiedendosi chi mai lo leggerà tra vent’anni. L’interessato non proferì replica, ovviamente. Rilasciò una dichiarazione molto chiacchierata: “Ho smesso di leggere i romanzi. Non mi interessano più. Leggo altre cose: libri di Storia, biografie”. Sollecitato dall’intervistatore circa il perché di una simile decisione, Roth confessò di non sapere, limitandosi a una sibillina constatazione: “Sono maturato”. In seguito annunciò l’addio alla scrittura.

Ora, che lo scrittore sia maturato perlomeno in termini anagrafici è indubbio, così come è certo che in vecchiaia può facilmente venire meno la voglia di ricorrere all’immaginazione. Altrettanto assodato è che questo suo disinteresse verso la narrativa di finzione non rappresenta una novità in letteratura, e difatti ha offerto il pretesto per riaccendere un dibattito sempre latente quanto tedioso: il romanzo è davvero morto o vive e lotta insieme a noi? Prendervi parte è poco più di una perdita di tempo, ma vale la pena di sottolineare che Roth non ha affatto parlato di fine del romanzo. Ha parlato per sé, a titolo personale. Ha detto che smesso di leggerne, tutto qua. Può darsi che la sortita fosse una risposta indiretta alla sua detrattrice: prima che gli altri smettano di leggere me, smetto io di leggere gli altri. Tuttavia le parole di Roth esprimono un sentire sempre più diffuso, giacché sono sempre più numerosi gli scrittori — ma lo stesso potrebbe dirsi di molti lettori — che, in tutta semplicità, senza farne discendere un manifesto o emettere sentenze sullo stato dello scrivere, confessano di aver abbandonato i romanzi per le biografie.

Da cosa nasce questa disaffezione? Qual è la causa, ammesso che ve ne sia una? L’impressione è di trovarsi di fronte a una sorta di ribaltamento di un principio che Ernest Hemingway riteneva inderogabile: scrivi soltanto di ciò che conosci. Per quanto suggestivo possa ancora apparire, è però un principio fuori dal tempo. Cosa significa conoscere oggi? Elettronicamente parlando, conosciamo tutto. Il flusso di informazioni è costante e ci raggiunge in tempo reale. Ed è un flusso che non riguarda soltanto fatti importanti, globali, ma anche le minuzie, la cerchia ristretta delle amicizie e delle relazioni personali. E ciò che non conosciamo è comunque sempre più conoscibile, sempre più a portata di mano o, meglio, di clic. Si tratta certamente di una conoscenza perlopiù indiretta, virtuale, priva di autentica esperienza, di quel corpo a corpo con la vita cui pensava Hemingway. Nondimeno il mondo in cui viviamo è plasmato a questa maniera. In un tempo in cui si può rimproverare a un telegiornale di non avere ritmo narrativo, è pertanto facile provare la sensazione di viverci, in un romanzo. Non meno facile è giungere alla conclusione che la “vera” evasione sia una conoscenza diretta, alternativa a quella in cui sguazziamo tutto il giorno. Basta allora romanzi; si leggano libri che parlano soltanto di ciò che davvero non sappiamo.


Hemingway scrisse romanzi e racconti in quantità. Gran parte di essi erano certamente trasfigurazioni narrative di esperienze che egli aveva vissuto in prima persona, nondimeno si trattava di finzione. Ciò non era forse in contraddizione col suo principio inderogabile? Obiettare che a quei tempi la carne dell’esistenza non era stata ancora sommersa da un oceano di informazioni virtuali è una glossa parziale. Il problema era avvertito anche allora, sebbene in misure ovviamente diverse e minori. Non per nulla James Joyce riconosceva all’americano il merito di avere “ridotto il velo che separa letteratura e vita” e, quale esempio, definendolo “uno dei migliori racconti mai scritti”, citava A Clean Well-Lighted Place. Proprio in questo racconto viene introdotto un concetto fondamentale: il nada. Per Hemingway il mondo è pura natura e in quanto tale indifferente al destino dell’uomo. Il “nada”, vale a dire il nulla, indica in sostanza l’assenza tanto di un Dio quanto di qualsivoglia ordine soprannaturale. Valori, scopi, significati sono solo nada, illusioni fatte di niente.

L’esperienza diretta — lo scrivere soltanto di ciò che si conosce — non va dunque inteso come un semplice slancio vitalistico. In un universo privo di un volere divino, l’unico senso delle cose consiste nell’immediatezza del loro manifestarsi. L’amore ha senso quando si ama, il whisky quando si beve e così via. Conta l’intensità del momento, dell’esperienza, perché soltanto allora le cose acquistano un senso, l’unico possibile. S’intende, fintantoché si tratta di assaporare il gusto pieno della vita tutto fila liscio o quasi. Il guaio sono le disgrazie: in un mondo governato da una natura indifferente non è facile farsi una ragione di oscenità quali la morte, la violenza, il male. Il cosiddetto “codice Hemingway” — ovverosia l’insieme dei tratti ricorrenti nei protagonisti mascolini di molte sue storie — rappresenta giustappunto lo sforzo di definire una condotta morale che possa dare un senso umano all’insensatezza di un mondo che umano non è. Nelle parole dello stesso scrittore, il codice dell’Eroe “esemplifica quei principi di onore, coraggio e tenacia che, in una vita di tensione, fanno di un uomo un uomo.”

Osservata da questa prospettiva, l’apparenza è che l’opera di Hemingway scavi abissi tra sé e la sensibilità contemporanea. E in effetti, fatti salvi alcuni aspetti stilistici, su tutti ovviamente la prosa concisa (o semplicemente ripetitiva, stando all’opinione di qualche malevolo), i proseliti non sono granché numerosi. Impossibile tuttavia tacere il caso di William T. Vollmann. La sua pagina verbosa, esondante, barocca, visionaria quando non letteralmente visiva, ornata di inserti grafici e disegni, è certamente più prossima alla labirintica ed enciclopedica sovrabbondanza di postmoderni come Thomas Pynchon o al giornalismo psichedelico di Hunter S. Thompson. Eppure, malgrado la forma nuda e cruda lo collochi agli antipodi del continente Hemingway, il personaggio dello scrittore Vollmann sembra l’incarnazione del codice che proprio a quel continente appartiene. Parlare di personaggio è tutt’altro che inappropriato. Nel corso degli anni Vollmann si è guadagnato la fama di viaggiatore estremo esplorando i luoghi più pericolosi del pianeta. La sua opera sterminata è al contempo il riflesso e la ragione di un’esistenza condotta sempre sul filo del rasoio. Votato alla letteratura fin da bambino, Vollmann ha fatto suo il principio di Hemingway. Quando era alle prese con I racconti dell’arcobaleno ha conosciuto le persone di cui voleva scrivere, condividendone l’esistenza, e siccome queste persone erano prostituite, magnaccia, naziskin e tossici dei bassifondi di San Francisco è diventato amico di quelle prostitute, ha frequentato i parcheggi dove queste adescavano e si è fatto di crack insieme a loro, e non una o volte due, ma un centinaio, come lo stesso Vollmann ha precisato. Quando ha voluto raccontare di una spedizione nell’Artico guidata da Sir John Franklin nel 1845, si trasferì per un paio di settimane tra i ghiacci più desolati del Canada per patire sulla propria pelle i morsi del gelo e perdendo in modo permanente le sopracciglia in seguito all’esplosione accidentale di una bombola.

La prima di queste missioni esperienziali risale al 1982, quando Vollmann, all’epoca ventiquattrenne e reduce universitario, andò in Afganistan per aiutare i mujaheddin nella guerra contro l’Unione Sovietica. Fallì nell’intento ma ricavò il materiale per quello che può essere considerato il suo primo libro, anche se vide le stampe un decennio dopo: Afganistan Picture Show ovvero, come ho salvato il mondo. Il verbo “salvare” non va preso alla leggera né con ironia. Armato di macchine fotografiche e taccuini, Vollmann si era messo in marcia sulle colline delle Pakistan fermamente deciso a valicarne i confini proprio perché voleva essere “buono”. Ma gli riuscì soltanto di fotografare la gente che viveva nei campi profughi e ascoltarne le storie. Quindi non gli restò che disegnare mappe e pistole e scrivere un memoriale contenente un indizio che può passare inosservato, giacché si tratta di una frase appena, ma fondamentale per capire la sua ansiosa aspirazione di benefattore: “Quand’ero bambino, la mia sorellina affogò perché non feci attenzione”. Bisogna tornare al 1968. Vollmann aveva dieci anni, sua sorella quattro di meno. Gli era stato detto di darle un’occhiata, ma lui ero troppo immerso nella lettura di un libro e non si accorse della tragedia che si stava consumando. “Lo stagno aveva un fondale basso che però si apriva di colpo in buche profonde… e lei non sapeva nuotare”. L’episodio ebbe le sue inevitabili ripercussioni, fatte di incubi e tormenti interiori. Lo scrittore è tornato più volte sull’episodio. Nel racconto Under the Grass lo mette in relazione a un suo tentativo di strappare una prostituta tailandese al proprio destino, evidenziando un forte bisogno di espiazione. E anche questo è un tratto tipico dell’eroe hemingwaiano, quasi sempre segnato da un’antica ferita, da un vizio d’origine il cui superamento costituisce una prova fondamentale per dimostrare o recuperare la dignità, per diventare o tornare essere uomo. La maledizione della colpa e la necessità di porvi un qualche rimedio rappresentano il filo rosso dell’opera di William Vollman. Se ne trovano tracce evidenti persino nell’ambizioso progetto dei Seven Dreams. In questa opera di immensa e immaginifica ricostruzione della storia americana, tutto viene rivisto attraverso una lente oscura, come un costante perpetuarsi di violazioni, esecuzioni, assassini, massacri, di vite prese “nel Gorgo” — Hemingway direbbe nel Nada — che riaffiorano dal profondo. Anime di morti, spiriti, fantasmi, anatemi di un paesaggio un tempo vergine e innocente, poi devastato da stupri, centri commerciali e altre insensatezze.

Il destino ha voluto che la maledizione di Vollman — la disattenzione che causò la perdita di sua sorella — fosse anche la strada per la redenzione. Altri, al suo posto, distrutti dal senso di colpa, non avrebbero più osato toccare un libro né tantomeno ne avrebbero scritti. Nel suo caso, i libri e lo scrivere sono diventati un tutt’uno con quello stagno infame, un pozzo melmoso nel quale gettarsi in eterno per ripescare l’anima di una bimba annegata, per rimediare alla violenza di una disattenzione, per salvare il mondo. Spesso, nelle prefazioni dei suoi libri, Vollmann si attribuisce epiteti. In un caso si è denominato Angelo Testimone. In un altro ha specificato che le storie vere da lui raccontate provengono dalla Storia e dalle sue fonti, ma sono guarnite con “ragnatele di soprannaturale”. E davvero di ragnatela si tratta, di una matassa inestricabile dove convenzionali distinguo tra realtà e finzione non hanno più luogo, dove i libri non sono più o soltanto romanzi o soltanto reportage o soltanto testimonianze, bensì uno miscuglio esperienziale dove Storia e biografia — le presunte fonti del Vero — si fondono con la necessità di sapere, vale a dire di redimersi e salvare il mondo acquietando i fantasmi, trasformando la finzione narrativa, e forse la scrittura tout court, in una manifestazione del soprannaturale, di quel Nada col quale bene o male bisogna fare i conti.

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