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Confessioni di un assuntore di Adderall: questo, all’osso, l’argomento di Troppa vita. Per i novizi, l’Adderall è uno psicofarmaco. In sostanza: una versione mite dell’amfetamina. Un composto di sali di amfetamina, per l’esattezza. È disponibile soltanto negli Stati Uniti e viene prescritto nei casi di ADHD, acronimo che sta per “sindrome da deficit da attenzione o iperattività”. Da qualche tempo, essendo di fatto uno stimolante, o meglio uno psicostimolante, viene usato come una smart drug con le conseguenze che si possono immaginare, giacché sono più o meno le conseguenze derivanti da un uso disinvolto di amfetamina, vale a dire i problemi coi quali deve misurarsi Stephen Elliott, e che tuttavia costituiscono soltanto una parte del quadro, e nemmeno la più rilevante. Nel libro servono piuttosto da basso continuo, un nervoso ritmo che  dà il tempo al motivo dominante: le confessioni. Confessioni che non si riguardano soltanto l’autore (sebbene di un memoir, ma anche le persone a lui più o meno vicine, persone che confessano delitti forse mai commessi e tacciono le vere colpe. A cominciare dal padre di Elliott, che sostiene di avere ucciso un uomo. Che davvero lo abbia commesso, questo omicidio, è altra faccenda. Parliamo difatti di un mitomane, uno che reinventa di continuo il proprio passato. Una certezza tuttavia l’abbiamo: è un violento, un padre che picchiava e umiliava il figlio quando questi, ancora ragazzo, passava le giornate a vegliare il corpo atrofizzato della madre malata di sclerosi multipla. Suo, del figlio, era il compito di svuotare la padella dell’urina. E fu allora che il figlio, ossia il giovane Stephen, trovò una valvola di salvezza nella scrittura pur non disdegnando altre forme d’evasione, a cominciare dalle droghe. Fumava erba e a dodici anni si calò il primo acido. Quando la madre morì, evase davvero: scappò di casa.

La sua prima notte da fuggiasco la trascorse nel ripostiglio delle scope di un palazzo del suo quartiere. Festeggiò il quattordicesimo compleanno bevendo vodka in uno scantinato. Dopo mesi di vagabondaggio, fu beccato dalla polizia e affidato a una casa famiglia. Raggiunta la maggiore età, finì a Amsterdam e lì conobbe il sadomasochismo o meglio una donna olandese che lo legò e umiliò per una notte interna pungolandogli le parte basse con un coltello. Tornò in America, terminò il college, seguitò a scrivere. Finché non gli fu assegnata una borsa di studio. Dave Eggers gli editò il suo primo romanzo. Troppa vita prende il via da quel che successe dopo, quando Elliott dovette fronteggiare l’incubo del blocco dello scrittore. Provò a superarlo da sé, prescrivendosi abbondanti dosi di Adderall e scrivendo quel che gli passava per la testa, senza preoccuparsi di cavarne un libro. Fu in questa temperie che venne a sapere di un certo Sean Sturgeon. Frequentatore di locali sadomaso ben noti anche a Elliott, costui sosteneva di essere un serial killer. A suo dire, aveva ammazzato otto persone, quasi nove, mancavano però i riscontri. Un altro mitomane? Ma c’è di più, Sean era stato l’amante di Nina. Nina è defunta, uccisa; in carcere è finito il marito, un programmatore di nome Hans Reiser, che si proclama innocente. Quel che fece Elliott è presto detto: assistette al processo contro Raiser e cominciò a indagare su Sturgeon. Tra violenze vere o anelate e delitti negati o millantati, ha intrapreso un viaggio nel fondo oscuro dell’animo umano dove non basta smascherare le menzogne per guardare in faccia la verità.

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