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«Paradessenza» è una parola che non compare nei dizionari e probabilmente non entrerà mai nell’uso comune. Ciò nonostante definisce qualcosa di molto preciso: l’odierno sistema economico che ci vuole prima consumatori e poi esseri umani. Paradessenza indica l’anima «spezzata» di un prodotto ovvero la sua capacità di promettere l’appagamento simultaneo di bisogni opposti. Un cono gelato è un misto di erotismo e innocenza; una tazza di caffè è sia eccitante che rilassante; un viaggio in aereo contiene in sé le giuste dosi di esotismo e familiarità. La paradessenza è in pratica ciò che induce gli individui all’acquisto; è l’essenza paradossale dei prodotti; è il pilastro che garantisce lunga vita e profitti alle corporazioni. Nulla è più semplice e immediato di un impulso contorto e contraddittorio. Siamo fatti così: compriamo una scatola di dolci e il nostro pensiero vola al desiderio di mantenere comunque la linea; ci infiliamo un paio di scarpe da ginnastica perché fanno presa sul terreno ma correndo ci piacerebbe anche provare la sensazione di veleggiare nell’aria. Vogliamo una cosa e il suo contrario. In sostanza pretendiamo l’impossibile. I luminari del marketing sanno che una simile sgradevole verità è opportuno non sbattercela in faccia. E conoscono molto bene anche la nostra inguaribile inclinazione a essere presi per fessi, ragion per cui le loro strategie promozionali sono tutte tese a trasformare la merce in simboli capaci di conciliare opposti desideri: l’abuso di calorie e il peso forma, la terra e l’aria, i sogni e la responsabilità. La persona che ha coniato il termine «paradessenza» è un certo Chas Lacouture, presidente e fondatore della Tomorrow Ltd, una ditta specializzata nel trendspotting, l’arte di prevedere quali saranno le mode del domani osservando quel che avviene oggi nelle strade, le piccole e grandi manie della gente più o meno comune. Tanto Lacouture che la sua Tomorrow Ltd non appartengono al mondo reale. Non che siano propriamente inverosimili, anzi. Al momento, però, esistono soltanto in forma di finzione letteraria. Sono mere invenzioni di Alex Shakar, giovane autore statunitense al suo convincente esordio come romanziere.

Scaltro e provocatorio quanto basta, sorretto da una prosa limpida e raggelante per alcuni versi parente di quella di DeLillo, La selvaggia traccia un profilo fedele e amarissimo di quel diffuso e alienato stile vita in base al quale la felicità viene identificata in valori puramente esteriori e la libertà si limita a meri atti di consumo. Sfruttando una tecnica tipica del racconto distopico alla 1984, l’azione è ambientata in uno scenario al contempo estraniante e familiare. Costruita sul fianco di un vulcano usato come discarica cittadina, l’immaginaria Middle City descritta da Shakar sembra uscita da un film fantascienza ma è in tutto e per tutto un’autentica metropoli americana. Lo stesso vale per i personaggi: assolutamente credibili malgrado l’autore tenda a modellare il loro carattere senza andare per il sottile, con una penetrazione psicologica al limite del fumettistico. L’eroina del romanzo è Ursula Van Urden, giovane artista fallita che giunge a Middle City con l’intenzione di stare al fianco di Ivy, sua sorella morella minore. Ivy ha infatti bisogno di aiuto: è una modella di successo ma essendo alquanto fuori di testa ha appena tentato il suicidio in pubblico. Il caso vuole però che Ivy sia stata anche la fidanzata del mefistofelico Chas Lacouture il quale finisce per assumere Ursula nella sua ditta in qualità di trendspotter ponendo così le basi per un perverso triangolo fatto di deviazioni sessuali e cerebrali, manie di grandezza e di persecuzione, culto del denaro e dell’effimero. Il legame tra i tre viene ulteriormente rafforzato grazie agli indiretti uffici di una ragazza che vive come una selvaggia in un parco: porta capelli alla moicana, ami di metallo infilzati nell’orecchio e abiti militari lacerati. Ursula la nota mentre vaga per la città a caccia di mode e inizia a spiarla. La osserva mentre comunica a gesti coi punk barattando cibo con fionde ricavate da camere d’aria; ne studia i movimenti quando accende fuochi di bivacco con le assi di legno delle panchine; rimane quasi ipnotizzata dal modo in cui arrostisce piccioni servendosi di stecche d’ombrello. Anche Chas è attratto da questa strana creatura che mangia strappando la carne coi denti alla maniera dei cavernicoli; ne è talmente affascinato che si ispira a lei per mettere a punto il lancio pubblicitario di un prodotto «rivoluzionario»: la Litewater, un’acqua artificiale dietetica che non fa sentire gonfi perché passa attraverso il corpo senza essere assorbita. Ivy farà da testimonial posando in sessioni fotografiche che la ritraggono in un look primitivo: miniabiti di pelle, lance di legno, cosce nude e striate di sporco, capelli schiacciati su tempie e fronte da un sottile nastro di cuoio.

Che il fascino della ragazza selvaggia nasca dal rimpianto per un’innocenza perduta è facilmente intuibile e forse anche banale. Ma Alex Shakar si spinge più in là. Il disincanto cui è destinato qualsiasi tentativo di tornare a dimensioni più autentiche di esistenza fa da premessa a una missione quasi impossibile, il superamento dello stallo postmoderno intorno al quale da anni si favoleggia. Il punto di domanda è: quale futuro per una civiltà, la nostra, patologicamente abituata ad aggirare la mancanza di qualunque certezza tramite l’esercizio cinico e costante dell’ironia? «La nostra cultura è ormai talmente satura di dubbio ironico che sta cominciando ad avere dubbi sul proprio modo di dubitare» scrive l’autore. Purtroppo l’affrancamento dal postmoderna non comporta necessariamente un’evoluzione in senso positivo, una cultura più «sana». Secondo Shakar quel che seguirà alla cultura dell’ironia è sarà «vorticoso terrore», il prodotto dell’onnipotenza della schiavitù, il parossismo elevato a normalità quotidiana. Per dirla con una sola, chiara e semplice parola, lo spettro evocato è quello della schizofrenia su larga scala. Una tesi audace, ma in tutta onestà fino a che punto è possibile respingerla? Non è forse un po’ border line il modo in cui ci adattiamo ogni giorno alle mistificatorie logiche imposte dal perseguimento della cresciuta economica a tutti i costi? E non è forse vero che la schizofrenia sta diventando sempre più di tendenza ultimamente? La selvaggia offre una visione poco consolatoria, racconta un mondo irredimibile che o si accetta con tutti i suoi paradossi o si rifiuta in toto. Entrambe le opzioni conducono verso una qualche forma di dissociazione e fallimento. Il solo spiraglio offerto nelle pagine conclusive del romanzo è l’eventuale avvento di una «religione ironica», la mistica della contraddizione, del compromesso tra il bisogno di libertà intellettuale e la voglia di credere comunque e ciecamente in qualcosa. Se sia davvero questa la strada che consentirà all’umana specie di riconquistare una parvenza di armonia, Alex Shakar non lo dice. Si limita a regalarci un estremo dubbio: il prezzo da pagare per superare il postmoderno non sarà per caso troppo alto? Se allo stato attuale la sola alternativa al consumismo paradessenziale è davvero una qualche forma di «bipensiero» alla George Orwell, non sarebbe meglio tenerci stretta la nostra ironia?

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