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«Jesse James era un giovanotto che uccise molti uomini. Assaltava i treni e rubava ai ricchi per dare ai poveri». Recita più o meno l’attacco della Ballata di Jesse James, vecchia canzone popolare che esalta le presunte virtù del fuorilegge più famoso della Storia americana. Quando fu ucciso a tradimento, l’8 aprile 1882, la sua notorietà era probabilmente pari a quella del presidente degli Stati Uniti. Il passare dei decenni ha intaccato assai poco il ricordo delle sue leggendarie quanto efferate gesta. Solo Billy the Kid può sperare di reggere il confronto con Jesse James. Altri, come Butch Cassidy e John Dillinger vanno collocati una spanna almeno sotto di lui, non fosse perché è a lui che si ispirarono. Stilare un elenco completo di film e romanzi che in qualche modo hanno ridato vita alla sua figura è impresa impegnativa. Il titolo di una produzione a basso costo degli anni Sessanta, Jesse James incontra la figlia di Frankenstein, la dice sulla portata del mito. Spesso però la popolarità si fonda su un equivoco. A parte il nome, che con tutte quelle J ed S suona indubbiamente bene, la ragione principale del successo di Jesse James risiede nella sua reputazione di moderno Robin Hood. L’idea che egli rubasse ai ricchi per dare ai poveri è però lontana dalla realtà. L’imponente biografia di T.J. Stiles, Jesse James. Storia del bandito ribelle respinge per l’appunto l’interpretazione di stampo neo-marxista in base alla quale egli viene dipinto come «un incolto vendicatore dei poveri».

Prove che rubasse per fini diversi dal puro profitto personale non ce ne sono né pare plausibile che rapinasse solo quelle banche che, per via delle loro grandi dimensioni, diventavano bersaglio del malcontento popolare. Piuttosto è vero il contrario: a fare le spese dell’attività criminale di James furono perlopiù piccoli istituti di credito che dipendevano da capitali locali. È tuttavia impossibile ignorare che rapine in banche, assalti ai treni e ammazzamenti di persone innocenti erano cose di amministrazione pressoché ordinaria a quei tempi. Ma i tanti fuorilegge per la cui cattura si offrivano generose ricompense sono fatalmente caduti nel dimenticatoio. Tutti fuorché uno. Cosa aveva dunque di tanto speciale Jesse James da passare alla Storia guadagnandosi un’infondata reputazione da Robin Hood? Due cose: il contesto a dir poco tumultuoso nel quale egli agì e il suo talento di pubblicista dilettante. James inviò infatti numerose lettere alla stampa per spiegare la sue ragioni e stabilì un rapporto di stretta collaborazione con il direttore di un importante quotidiano. In altre parole, egli fu il primo bandito della Storia a comprendere che i mezzi d’informazione, se accortamente manipolati, possono servire a costruirsi un’immagine, a trasformare un comune criminale in un eroe del suo tempo.

Non c’è bisogno di simpatizzare per lui per convenire che Jesse James era destinato fin dalla nascita a diventare un assassino. Nacque nel 1847 e trascorse l’infanzia nella contea di Clay, in Missouri, uno Stato che da lì a pochi anni diventò teatro di cruente battaglie in quanto schiacciato tra il Nord abolizionista e il Sud schiavista nonché interamente diviso tra l’area industriale di St. Louis, una vasta zona agricola dove la forza lavoro era costruita da uomini liberi e una fascia più ristretta di contee nota come Little Dixie dove persisteva ancora la schiavitù e i neri venivano frequentemente linciati anche se, a differenza del profondo Sud, gli veniva concesso il diritto di essere processati per i loro reati. Il padre di James, predicatore battista di grande carisma e molto amato nella sua comunità, andò in California per portare la parola di Dio ai cercatori d’oro e lì morì quando il futuro fuorilegge aveva appena tre anni. Jesse fu allevato così da sua madre, donna indomabile e fervente sostenitrice della causa secessionista. In quel periodo il paese era dominato da uno strano miscuglio di ineluttabilità e incertezza. Da un lato si dava per certo che il conflitto tra il Nord e il Sud fosse inevitabile, dall’altro si dubitava che le due parti avrebbero fatto davvero ricorso alle armi. Nel 1861, quando scoppiò la guerra di Secessione e le divergenze politiche degenerarono in un bagno di sangue, Jesse James stava transitando dall’infanzia all’adolescenza. Aveva appena quattordici anni ma era già entrato in contatto con il corso turbinoso degli eventi: aveva assistito a bastonature di schiavi e forse anche a impiccagioni. Immerso in un’atmosfera di sfida bellicosa, il ragazzo era stato iniziato alla violenza da ogni parte. A cominciare dalla madre e dal fratello maggiore Frank.


Secondo la tradizione popolare Jesse James diventò un feroce guerrigliero per vendicarsi dei torti subiti, ma questa spiegazione è più che altro un modo per edulcorare un processo assai articolato di «violentizzazione», termine con il quale i sociologi americani definiscono le esperienze che trasformano un individuo in un soggetto spietato e pericoloso, capace di commettere crimini terribili. Comunque la si voglia vedere, una cosa è certa: a diciassette anni si unì a una banda di guerriglieri capeggiati da Bloody Bill Anderson, un tipaccio che per le sue atrocità si è meritato l’appellativo «personificazione dell’orrore». Conclusa la guerra di Secessione, quando la maggioranza dei veterani confederati aveva fatto ritorno a una vita normale e pacifica, i fratelli James misero in piedi una banda che un po’ si dedicava all’uccisione di coloro che durante il conflitto avevano sostenuto l’Unione e un po’ rapinava banche e treni. Jesse iniziò a diventare famoso nel 1869. Fu nel dicembre di quell’anno che il suo nome approdò per la prima volta sui giornali. Lui e suo fratello rapinarono la Cassa di risparmio della contea di Daviess. Il colpo non fruttò granché ma Jessie sparò al cassiere credendo che fosse Samuel Cox, il miliziano che durante la guerra sconfisse e uccise Bloody Bill Anderson. L’omicidio e la rocambolesca fuga che seguì portarono il nostro all’attenzione della stampa.

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In particolare, fu John Newman Edwards, all’epoca direttore del «Kansas City Times», a rimanere colpito dalle implicazioni politiche di quel crimine. Ai suoi occhi, Jesse James era un sudista pronto a «ricorrere di nuovo alla spada» e per questa ragione, nella primavera del 1870 decise di entrare in contatto con lui. Nell’intento di riportare i confederati al potere in Missouri, Edwards scrisse pomposi editoriali che magnificavano le imprese della banda dei fratelli di James e offrì a Jessie la possibilità di pubblicare alcune sue lettere. Il fuorilegge che, a quanto pare era un grafomane e leggeva avidamente i quotidiani, non si fece pregare. Nelle sue missive o si proclamava innocente o sosteneva che le sue non erano azioni criminali. La «sua» lettera più famosa è però anonima. Sebbene nessuno abbia mai dimostrato che sia stato effettivamente lui a scriverla, presenta forti analogie con lo stile e le idee che erano propri di Jessie James. «Alcuni direttori ci chiamano ladri. Noi non siamo ladri, ma audaci rapinatori. Sono fiero di questo nome perché Alessandro Magno era un audace rapinatore, così come Giulio Cesare e Napoleone Bonaparte» scrive il presunto James. «Noi non uccidiamo mai se non per legittima difesa. Ma se un uomo è così stupido da rifiutarsi di aprire una cassaforte o un caveau quando ha una pistola puntata contro, merita di morire. È inutile che tenti di fare qualcosa quando un rapinatore esperto lo tiene sotto tiro. Se dà l’allarme, oppone resistenza o rifiuta di aprire la cassaforte viene ucciso». Quindi l’autore entra nel vivo delle rivendicazioni politiche con una tonante denuncia del partito e dell’amministrazione repubblicani: «Appena un gruppo di uomini commette una rapina audace si grida “alla forca!”, ma Grant e il suo partito possono rubare milioni e va tutto bene. Mi addolora molto sentirmi dare del ladro. Ho intenzione che intendano equipararmi a Grant e al suo partito. Il partito di Grant non ha rispetto per nessuno. Derubano poveri e ricchi, mentre noi rubiamo ai ricchi per dare ai poveri». E siccome si era nel vivo di una competizione elettorale, l’autore confida che Grant perda le elezioni presidenziali in quanto «allora potrò guadagnarmi la vita onestamente e non sarò costretto a rubare, perché le tasse saranno meno pesanti».

Che questa missiva sia davvero di Jesse James non è poi così rilevante. Ne scrisse molte altre e partecipò attivamente alla creazione della propria leggenda proponendosi come un fuorilegge politico, appellandosi a vincoli di fedeltà maturati in tempo di guerra, svolgendo un ruolo importante nel tentativo di creare un’identità confederata per il Missouri. Semplificando, si potrebbe affermare che si batteva a favore della schiavitù e sembra che una volta lui e la sua banda abbiano assaltato un treno coprendosi il volto con la maschera del Ku Klux Klan. Il che, visto con il senno di oggi, non è certamente il massimo ma anziché aver oscurato il mito lo ha ingigantito. Probabilmente, quel che per tanti decenni ha affascinato gli americani, è la fedeltà di Jesse James ai suoi ideali. Si considerava qualcosa di più di un semplice bandito ed è riuscito a dare di sé l’immagine che voleva: quella di un sudista, di un vendicatore della causa dei ribelli sconfitti nella guerra di Secessione. Ma a parte questo, «era un criminale? Sì. Lo faceva per soldi? Sì. Sceglieva i suoi obiettivi per ottenere un effetto politico? No. Non può essere confuso con le Brigate Rosse, le Tigri Tamil, Osama bin Laden o altri gruppi che attualmente definiscono la nostra immagine del terrorismo» precisa Stiles. Tuttavia «se Jesse James fosse vissuto un secolo dopo, sarebbe stato definito un terrorista». La biografia di Stiles si ispira a una classica e sempre valida formula: l’uomo e il suo tempo. Lo scopo è di rendere evidente che la storia di James ha una sua specificità, estranea alle condizioni che produssero i pistoleri del West alla Billy the Kid. Jesse James era coraggioso e spietato nonché leale e raffinato. Aveva tutto quel che serve per diventare il più romantico dei fuorilegge. Ma le ragioni per cui è ancora tanto popolare vanno cercate nella capacità di sedurre i media con i suoi crimini, di trasformare una rapina in una questione di importanza nazionale. In questo, egli è stato non soltanto un eroe dei suoi tempi ma anche un anticipatore dei nostri. Stiles è estremamente meticoloso nel ricostruire l’epoca in chi visse Jesse James. Perfino troppo meticoloso. Tutto volto a delineare il contesto storico, a tratti il libro sembra un saggio sulla guerra di Secessione più che una biografia. L’uomo, quasi fosse fagocitato dal suo tempo, diventa una macchiolina vaga sullo sfondo e da protagonista si trasforma in comparsa. Il vero Jesse James, quello che si nascondeva dietro la sua immagine pubblica, rimane così un enigma irrisolto. Forse qualche pagina in più sulle sue pulsioni interiori, quelle che lo spingevano a essere sempre al centro dell’attenzione, non avrebbe guastato.


O forse no. Le violenze di cui è stato testimone da ragazzo hanno indubbiamente influito sul carattere di James bloccandolo allo stato di un’emotività adolescenziale. Forse per raccontare questo aspetto del bandito terrorista è sufficiente una foto del 1863 dove egli è ancora un imberbe ragazzino dai lineamenti delicati ma ciò nonostante si mostra spavaldo all’obiettivo con tre pistole, una stretta in pugno, le altre due infilate nel cinturone. Questa foto e la citazione posta da Stiles in esergo alla biografia — «Scoprirete che una delle cose più brutali al mondo è il diciannovenne americano medio» — sono la migliore risposta all’enigma Jesse James.

Si dice che James fu ucciso alle spalle mentre era disarmato. Sembra che avesse posato la pistola per spolverare una fotografia. «Sapevo che era più veloce di me e non avrei mai provato a sparargli quando era armato» disse il suo assassino. «Fu necessario aspettare molto a lungo per sorprendere Jesse senza le sue rivoltelle». Dopo l’omicidio, davanti al magistrato che le domandava se quello era il corpo di suo figlio, la madre Zerelda scoppiò in lacrime e rispose: «Sì, lo è. Volesse Iddio che non lo fosse». Inevitabilmente, però, come ogni mito che si rispetti, alla maniera di Jim Morrison e di tanti altri come lui, anche Jessie James è stato al centro di leggende metropolitane che lo vogliono scampato alla morte. Secondo alcuni l’omicidio non fu che una messinscena elaborata per consentire al fuorilegge di sottrarsi alla giustizia. Dei tanti millantatori che dichiararono di essere Jessie James, il più famoso è un certo J. Frank Dalton, morto in Texas nel 1951 alla veneranda età di 103 anni. Per mettere fine a queste voci, il corpo di James fu esumato nel 1995. Le analisi hanno stabilito che al 99,7% quelli sono effettivamente i suoi resti. Ma alle leggende basta anche un misero 0,3 per continuare a vivere.

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