Home


Un 2014 è appena trascorso. Difficile resistere alla tentazione di domandarsi che anno sarà il nuovo, cosa ci aspetta. Non per nulla questo è il periodo in cui in tanti, anche solo per divertimento, consultano oroscopi. Che ci si creda o no, opposizioni e congiunzioni astrali non costituiscono il modo più razionale per scrutare il futuro. Di sicuro è un metodo che Isaac Asimov avrebbe disapprovato. Per questo scrittore russo, nato giust’appunto il 2 gennaio di cent’anni fa, ben altri erano gli strumenti attraverso i quali farsi un’idea del tempo a venire. Ne diede una dimostrazione pratica in occasione dell’Esposizione Universale tenutasi a New York nel 1964, quale tentò di predire in quale mondo si sarebbe vissuto mezzo secolo, vale a dire nel 2014 da poco trascorso. Molte delle sue profezie si stanno rilevando incredibilmente esatte. Predisse, per esempio, che la popolazione mondiale del 2014 sarebbe stata di sei miliardi e mezzo di persone; un numero molto vicino ai sei miliardi e otto di anime che oggi popolano il pianeta. Predisse che nel 2014 navicelle robotizzate, senza uomini a bordi, avrebbero raggiunto Marte. Predisse poi che avremmo comunicato telefonicamente con facilità da un continente all’altro grazie alle trasmissioni satellitari. Predisse che telefoni e altri dispositivi elettronici non avrebbero più necessitato di cavi. Predisse che avremmo pasteggiato con cibi precotti e congelati. Predisse che avremmo preparato il caffè con apparecchi molto simili a quello di cui si serve oggi George Clooney in un famoso spot pubblicitario. Tra le tante visioni avveniristiche, disse anche qualcosa di curiosamente significativo: disse che l’ipotesi più tetra che si sentiva di fare è che nella società del 2014 il tempo libero sarebbe diventato una condizione diffusa e obbligata, e che pertanto la parola più bella tra le migliaia contenute nei dizionari sarebbe stata la parola lavoro.

z

A onor del vero, non tutte le predizioni di Asimov centrarono il bersaglio. Per dirne una, immaginò che sulle autostrade di oggi si non sarebbe più sfrecciato a bordo di macchine dotate di ruote, bensì di veicoli dotati di propulsori ad aria compressa. Per dirne un’altra, ipotizzò che la costa orientale, da Boston a Washington D.C. Sarebbe diventata un’unica, immensa megalopoli. Ma a parte questi piccoli nei, nel complesso Asimov si dimostrò più preveggente di qualunque astrologo. E soprattutto di gran lunga più preciso. Del resto, una caratteristica di oroscopi e oracoli in genere sono proprio i verdetti ambigui e fumosi, aperti a interpretazioni diverse quando non del tutto contrastanti. Asimov fu invece molto netto, e nonostante ciò riuscì ad anticipare un quadro straordinariamente fedele del futuro in cui oggi viviamo. In questo Asimov fu un autentico scrittore di fantascienza. Sebbene la predizione abbia poco a che fare con il valore letterario di un’opera, spesso gli scrittori di fantascienza vengono esaltati proprio per aver immaginato scenari che col tempo sono diventati realtà. In questo senso, Asimov è, assieme a Jules Verne, lo scrittore di fantascienza per antonomasia. Jules Verne scrisse però in un tempo in la fantascienza ancora non esisteva (tant’è che i suoi romanzi venivano definiti semplicemente “viaggi straordinari”), Asimov è invece venuto al mondo assieme alla fantascienza. Ora, è vero che intesa come pura speculazione, in un certo senso la fantascienza esiste da sempre. Alcuni storici inseriscono persino la Divina Commedia di Dante tra gli antenati di questo genere letterario, e lo scrittore argentino Jorge Luis Borges, grande esperto di mondi immaginari (inclusi quelli danteschi), sosteneva che il realismo in letteratura rappresenta un’eccezione, perché la letteratura è votata al fantastico. Il termine science fiction però (in italiano tradotto con “fantascienza”) è di recente invenzione. Fu coniato soltanto nel 1926, dal fondatore di quella che oggi viene considerata la prima rivista di fantascienza. Asimov non era che un bambino di sei anni all’epoca, e da tre aveva lasciato il suo paese d’origine, l’Unione Sovietica, per trasferirsi assieme alla famiglia negli Stati Uniti, e più precisamente a New York, nel quartiere di Brooklyn. Il 1926 fu un anno importante per il piccolo Isaac. Perché fu proprio nel 1926 che i genitori di Asimov acquistarono infatti un negozio di giornali e dolciumi dove Isaac avrebbe trascorso giornate intere. E fu proprio qui, sfogliando e leggendo le riviste che arrivavano in negozio, che il piccolo Isaac scoprì la fantascienza.

«Se le stelle apparissero una sola notte ogni mille anni, come potrebbero gli uomini credere e adorare, e serbare per molte generazioni la rimembranza della città di Dio?» Quelle che avete appena udito sono parole di un filosofo e poeta americano vissuto nell’Ottocento, Ralph Waldo Emerson. Leggenda vuole che queste parole siano state al centro di una discussione tra Asimov e John Campbell. John Campbell fu una figura mitica per la fantascienza americana. Per lungo tempo, diresse infatti Astounding Stories, una delle prime riviste specializzate nei racconti di avventure a sfondo scientifico e spaziale. Va da sé che Astounding Stories era una delle rivista Isaac leggeva da ragazzo nel negozio del padre, una delle riviste che gli fecero scoprire la fantascienza. Asimov e Campbell ebbero la loro discussione sulle parole di Emerson nel 1941: Asimov era adesso un giovanotto di 21 anni. Si era laureato da poco in chimica, dopo aver provato a frequentare zoologia, facoltà che aveva abbandonato appena gli venne chiesto di «dissezionare un gatto randagio». Agli studi scientifici, s’era accompagnata una forte passione per la scritture e quatto anni prima, nel 1937, Asimov aveva spedito un suo racconto a Joseph Campbell. Campbell lo rifiutò, ma vide comunque della stoffa in quel giovane immigrato russo e lo incoraggiò a non darsi per vinto. Un paio d’anni dopo il sogno di Asimov si realizza, un suo racconto racconto intitolato Naufragio al largo di Vesta viene finalmente accettato e pubblicato sulla rivista diretta da Campbell. Nel 1941 i due erano ormai diventati amici e si incontravano spesso. Perché è tanto importante la frase di Emerson che attirò l’attenzione di Asimov e Campbell? Perché da quella frase nacque uno dei racconti più importanti del genere fantascientifico.

Isaac.Asimov

Emerson si era posto un problema di ordine filosofico, partendo da un’ipotesi di natura fantascientifica. Si immaginò cioè un mondo nel quale il cielo fosse fatto di una lunghissima e assoluta oscurità, un cielo nel quale le stelle fosse visibile soltanto una notte ogni mille anni. La domanda è effettivamente interessante: che tipo di umanità potrebbe vivere sotto un simile cielo di tenebra. La risposta di Asimov al quesito di Emerson fu netta e paurosa. Se gli uomini potessero vedere le stelle una sola volta ogni mille anni, impazzirebbero. Tutto qua, impazzirebbero. Da queste fosca conclusione ricavò un racconto dal titolo fin troppo esplicito, Notturno. Il mondo immaginato da Asimov è però un poco diverso, diciamo pure opposto a quello ipotizzato da Emerson. Il suo racconto è infatti ambientato su un pianeta di nome Kalgash che gode della luce di ben sei Soli, per cui è costantemente giorno, il buio è sconosciuto. Secondo un’antica profezia, arriverà però il giorno in cui il cielo si oscurerà e appariranno le stelle, e questa apparizione annuncerà la fine del mondo. Ci sono poi le evidenze archeologiche, evidenze che parlano di cicli storici. Le civiltà che si sono succedete nei secoli precedenti sono progredite tutte allo stesso modo, giungendo a stati evolutivi simili. Dopo quello stato si sono puntualmente distrutte. Il racconto di Asimov comincia proprio quando la civiltà che abita il pianeta è al suo picco; il timore che si prefiguri un destino funesto, analogo alle civiltà del passato, è dunque forte. Quando poi viene scoperta la legge di gravitazione universale, prende forma un’altra ipotesi: esiste, nello spazio attorno al pianeta, una Luna non visibile, e dunque anche la possibilità di un’eclissi eccezionale: ovvero che la luna oscuri uno dei Soli in un momento preciso, vale a dire quando gli altri cinque sono tramontati. Lo scienziato protagonista del racconto giunge così a una conclusione inquietante: ovvero che la civiltà del pianeta Kalgash progredisca indisturbata sino all’arrivo dell’eclissi, e quando l’evento si verifica, la popolazione precipita in un tale sconvolgimento mentale da trasformare le persone in bestie, bestie che distruggono tutto e appiccano fuochi ovunque pur di ottenere un poco di luce.

Sul finale del racconto, per ovvie ragioni, sorvoleremo. Quel che qui è importante ricordare è che nel 1968 il comitato degli scrittori racconti di fantascienza d’America si riunì per decidere quale fosse il migliore racconto mai scritto. La loro scelta cadde proprio su Notturno di Isaac Asimov. Da allora la sua fama è rimasta pressoché intaccata, tanto che soltanto quattro anni fa, nel 2010, la rivista Nature ricordava ancora Notturno come il più bel racconto di tutta la storia della fantascienza. Questo racconto, che Asimov scrisse quand’era ancora giovane, nel negozio di dolciumi del padre, è significativo anche per un’altra ragione: perché si serve della speculazione scientifica per fare della fantastoria. Alcuni dei motivi di Notturno annunciano infatti quella è che forse l’opera più famosa dello scrittore, il suo capolavoro, Il ciclo della Fondazione. Dimenticatevi battaglie spaziali, alieni mostruosi e astronavi giganti, in questa saga di sette romanzi, di fatto Asimov reinventa la fantascienza. Siamo in un futuro lontanissimo; in un Impero Galattico che ricorda da vicino quello Romano e che esercita da secoli il suo potere su tutti i pianeti sconosciuti. L’impero è sull’orlo del crollo, proprio come quello romano. Nel tentativo di risparmiare alla galassia millenni di barbarie che si profilano all’orizzonte, un uomo di nome Hari Seldon, creatore di una scienza rivoluzionaria, la “psicostoria”, riunisce le migliori menti in circolazione in un pianeta sperduto. Questa piccola enclave, similmente ai monasteri del medioevo s’ergerà come un estremo faro del sapere nella notte della barbarie.

Dire che Asimov fu scrittore prolifico è un eufemismo. La mole della sua opera è impressionante; la stima approssimativa è di cinquecento volumi pubblicati. La cosa straordinaria non è però tanto e soltanto la quantità di libri, ma la sua varietà. Asimov non si limitò alla sola fantascienza. A partire dagli anni Sessanta rallenterà la sua produzione letteraria, per dedicare la maggior parte del suo tempo all’attività divulgativa, scrivendo numerosi libri coi quali si prefiggeva di spiegare al grande pubblico i segreti della chimica, della fisica, dell’astronomia. Nel decennio successivo si cimentò anche nel genere poliziesco, ideando il ciclo dei Vedovi Neri, club immaginario che si riunisce a cena per risolvere un mistero proposto da uno membro del circolo. Per farsi un’idea di quanto contasse la scrittura nella vita Isaac Asimov, non c’è nulla di meglio di un paio di aneddoti che, con un po’ di perverso compiacimento, ci ha lasciato il diretto interesso. Nel primo di questi aneddoti, Asimov si vede recapitare a casa alcune copie fresche di stampa del suo quarantacinquesimo libro. Sfogliandole, confessa alla moglie il desiderio di raggiungere quota cento libri prima di morire. Con saggezza molto femminile la moglie replica: Ma a cosa mai ti potrà servire avere raggiunto quota cento, se un domani, da vecchio, dovessi rammaricarti di aver passato tanto tempo a scrivere trascurando l’essenza della vita? Quel che ribatté Asimov si può facilmente immaginare: Ma per me l’essenza della vita è per l’appunto vivere. Se dovessi raggiungere quota cento per poi morire subito, probabilmente le mie ultime parole sarebbero: Ma come, solo cento! Ancor più significativo e, sotto certi aspetti inquietante, è il secondo aneddoto. Racconta Asimov che Robyn, la sua figlia adorata, lo pose un giorno davanti a un quesito quasi biblico: Semmai dovessi scegliere tra me e la scrittura, che sceglieresti? Ma che domande mi fai, disse Asimov. È ovvio che sceglierei te. La risposta di Asimov non fu però immediata. Lo scrittore esitò e sua figlia se ne accorse.

La passione sfrenata per la scrittura, per le storie d’invenzione, aveva anche una ragione scientifica. Asimov era infatti convinto che l’immaginazione occupi un ruolo fondamentale nella scienza. Quando si trova ad affrontare un problema serio, uno scienziato deve fare ricorso a tutta la sua immaginazione, spesso deve persino lavorare di fantasia, ipotizzare scenari che non sono tanto diversi da quelli che si possono trovare in un racconto di fantascienza. Certo, alla resa dei conti, bisogna verificare tutto con metodo scientifico, ma all’origine di ogni scoperta importante c’è sempre un guizzo di fantasia, l’audacia di immaginare qualcosa che secondo il buon senso sembrerebbe impossibile. L’Asimov scrittore seguiva un metodo analogo. Le sue storie, per quanto avveniristiche fossero, tenevano rispondevano sempre a una precisa logica, a principi rigorosamente scientifici. Immaginari sì, ma comunque scientifici. L’esempio più emblematico di questo suo atteggiamento sono le tre leggi della robotica. La loro ideazione risale agli Quaranta e scaturì ancora una volta da una conversazione con Johh Campbell, stavolta l’argomento in discussione non erano i versi di un pensatore dei tempi andati, ma qualcosa di più moderno, la robotica appunto. Asimov aveva scritto un racconto che Campbell aveva rifiutato ed era stato quindi pubblicato su un altra rivista. Si intitolava Robbie e fu il primo di una fortunata serie centrata sui robot positronici, macchine immaginarie con le quali Asimov intendeva reagire a una diffusa paura nei riguardi dei robot e delle macchine in genere. La creatura artificiale che ribella al suo creatore è in effetti un tema non modernissimo. La questione era stata già proposta all’inizio dell’Ottocento da Mary Shelley con il mostro di Frankenstein, che a sua volta è una rivisitazione in chiave protoscientifica del mito di Prometeo. È pero nel Ventesimo secolo che la paura di una rivolta della macchina diventa un terreno molto esplorato dagli scrittori di fantascienza, e non solo. Asimov vedeva la questione in termini molto più laici. Una macchina per quanto sofisticata e intelligente possa essere resta comunque un strumento creato dall’uomo per servire l’uomo. Da persona razionale qual era, Asimov riteneva che sarebbe bastato far soggiacere le macchine a regole precise e tassative per tenere gli uomini al riparo da qualsiasi rischio. Da qui le tre leggi della robotica: Legge numero uno: Un robot non può recar danno a un essere umano né può permettere che, a causa del proprio mancato intervento, un essere umano riceva danno. Numero 2: Un robot deve obbedire agli ordini impartiti dagli esseri umani, purché tali ordini non contravvengano alla Prima Legge. Numero 3: Un robot deve proteggere la propria esistenza, purché questa autodifesa non contrasti con la Prima o con la Seconda Legge. Un’obiezione sorge ovviamente spontanea: il mondo è pieno di uomini che infrangono la legge, perché mai un robot non potrebbe fare altrettanto? La questione è complessa e coinvolge aspetti che trascendono la scienza, e riguardano la natura del libero arbitrio, la nozione di coscienza di sé. Potrà mai una macchina rendersi conto di esistere? Una bella domanda. Intanto, però, sembra dirci Asimov, cominciamo a guardare in casa nostra, cominciamo a vedere che sinora non sono state le macchine a recare danno all’umanità, bensì l’uso perverso che ne hanno fatti gli uomini.

Annunci