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Un cri­mine orri­bile, così Henry James mar­chiava le voci nar­ranti piene di sé tipi­che dei romanzi di un tempo, vale a dire quei romanzi in cui lo scrit­tore o chi per lui si rivolge diret­ta­mente al let­tore, pre­sen­tan­dosi come si fa in società e spie­gando i per­ché e i per­come della sto­ria che si appre­sta a nar­rare e della quale è natu­ra­mente il per­so­nag­gio prin­ci­pale, se non l’unico degno di nota. Voci, in sostanza, come quella dell’opera prima di Mar­tin Amis, Il dos­sier Rachel, resa come meglio non si potrebbe da Fede­rica Aceto in una tra­du­zione fre­sca di stampa: «Mi chiamo Char­les High­way, anche se a guar­darmi non si direbbe. È un nome slan­ciato, che ha viag­giato molto, un nome caz­zuto e, a guar­darmi, io non sono niente di tutto questo». Qual­che riga dopo, non con­tento di un simile attacco, l’allora ven­ti­quat­trenne scrit­tore illu­stra anche il pro­prio tim­bro vocale, affin­ché il let­tore possa figu­rarsi, oltre alla com­ples­sione non pro­prio attraente di High­way, il suono delle parole che andrà leg­gendo: «Ho una di quelle vocette stri­dule che adesso vanno tanto, carat­te­riz­zata dal tono nasale un po‘ iro­nico che fun­ziona alla grande quando si vuole dare sui nervi ai matusa». Nel 1973, quando Il dos­sier Rachel apparve in libre­ria, Henry James era defunto da un pezzo ma il disgu­sto per il nar­ra­tore stri­dulo gli soprav­vi­veva e, per vari versi, gli soprav­vive tut­tora, giac­ché è il disgu­sto che appar­tiene alla nar­ra­tiva moderna nel suo com­plesso o che tale si sente: appar­tiene cioè a que­gli scrit­tori che ten­dono a pen­sarsi non come boc­che che par­lano ma come osser­va­tori muti e erranti, occhi che cadono sui fatti come per caso e in media res, dotati di quella distanza che è pro­pria delle mac­chine fotografiche.

Escluso dun­que che lo stri­dulo gio­vi­na­stro volesse irri­tare pro­prio Henry James. Il fatto che volesse dare sui nervi a qual­cuno era però lui stesso a dirlo. Chi era allora il ber­sa­glio? Si rife­riva ai vegliardi in genere o aveva in mente un ber­sa­glio in par­ti­co­lare? Un can­di­dato ideale, anzi il can­di­dato per eccel­lenza, Amis lo aveva in casa, il padre, il quale, essendo docente oltre che scrit­tore, aveva fatto cre­scere il figlio in cit­ta­dine uni­ver­si­ta­rie come Prin­ce­ton e Cam­bridge, ovvero nelle migliori culle del mondo acca­de­mico, da sem­pre ricet­ta­colo di matusa. Inol­tre, stando a quanto rac­con­tato dallo stesso Mar­tin in un’intervista, fu pro­prio il padre King­sley a dire al figlio che «quando uno scrit­tore di ven­ti­cin­que anni prende in mano la penna sta dicendo allo scrit­tore di cin­quanta che le cose non sono più così ma così». Non per nulla quasi mai i cri­tici hanno resi­stito alla ten­ta­zione di con­fron­tare l’opera prima di Mar­tin Amis con Lucky Jim, romanzo d’esordio del padre, in alcuni casi per mar­carne le dif­fe­renze, veden­dolo dun­que come il pro­dotto del nuovo che vuole scal­zare il vec­chio, in altri casi per segnare le somi­glianze che ne fareb­bero invece un ten­ta­tivo di emu­la­zione. Non è ovvia­mente man­cato chi ha letto la filia­zione in chiave male­vola, per esem­pio il recen­sore del New York Times che, iro­niz­zando sul sof­fietto pre­sente nalla sovrac­co­perta della prima edi­zione (sof­fietto scritto da Aube­ron Waugh, figlio di Eve­lyn), si domandò: «Esi­ste un club per gli scrit­tori figli di scrit­tori?» Anche la sorte ci mise la sua buona dose d’ironia, per­ché Il dos­sier Rachel si gada­gnò lo stesso pre­mio vinto due decenni prima da Lucky Jim, il Somer­set Mau­gham Award, riser­vato per giunta a scrit­tori giovani.

Che i due libri abbiano più di un punto di con­tatto è di tutta evi­denza. Entrambi pre­sen­tano quale pro­ta­go­ni­sta un ragazzo deci­sa­mente accul­tu­rato, un intel­let­tuale alle prime armi, alle prese con l’ambiente uni­ver­si­ta­rio. Entrambi i romanzi sono inol­tre com­me­die sati­ri­che cen­trate sul trauma più tipico della gio­vi­nezza, la disil­lu­sione. Esi­stono, lo si è detto, anche dif­fe­renze, e quella che salta imme­diata agli occhi è pro­prio la voce gar­rula di un nar­ra­tore che parla in prima per­sona, «cri­mine» assente in Lucky Jim. Dif­fi­cile pen­sare che Amis non fosse con­sa­pe­vole di tutto ciò, visto che il suo libro con­tiene, seb­bene sol­tanto evo­cata, anche una let­tera di Char­les High­way al padre, un testo di una tren­tina di fogli pro­to­collo mai spe­dito per­ché oggetto di ripe­tute cor­re­zioni e ripen­sa­menti e nel quale può leg­gersi sia la ver­sione tra­sfi­gu­rata di una let­tera di Mar­tin a King­sley, sia una paro­dia della let­tera di Kafka al padre, modello ideale del rap­porto con­tra­stato di ogni scrit­tore (e di ogni figlio in genere) col pro­prio geni­tore. Pro­ba­bile per­fino che Amis abbia accet­tato un sof­fietto del figlio di Waugh ben sapendo di esporsi a bat­tute velenose. Insomma tutto lasce­rebbe pen­sare che quella d’irritare i matusa sia più una posa che un’intenzione sin­cera. Que­sto motivo resta difatti sfu­mato, risuona alla maniera di un’eco lon­tana sullo sfondo di quello che, almeno in appa­renza, si pone come il tema cen­trale, la con­qui­sta di una ragazza inar­ri­va­bile, la Rachel del titolo. Dire che Char­les ne sia inna­mo­rato sarebbe impro­prio, essendo le sue mire sono di natura per­lo­più fisica. Vuole far­sela, sem­pli­ce­mente. A volere essere ancor più pre­cisi, Char­les è sospeso tra il volere e il dovere. Nella sua visione del mondo gli ado­le­scenti «fanno sesso per aggiun­gere un nuovo nome alla lista, per farsi un’altra tacca sul pisello». Una volta supe­rata la soglia dell’età adulta, ovvero supe­rati i vent’anni, il sesso diventa una cosa che va fatta, una spe­cie di obbligo nei con­fronti del pro­prio part­ner men­tre prima, da ado­le­scenti, l’obbligo è escu­si­va­mente verso se stessi. Sulla seconda parte di que­sta aber­rante teo­ria, che fa della donna un corpo depu­tato all’assolvimento di un dovere, Char­les può ragio­nare sol­tanto per ipo­tesi non avendo ancora pas­sato il guado. Gli manca tut­ta­via pochis­simo, tra poche ore avrà vent’anni anche lui, e pro­prio nell’essere un dician­no­venne ormai ter­mi­nale, Char­les indi­vi­dua la sua carat­te­ri­stica prin­ci­pale, il che è come dire che il suo tratto domi­nante è quello di essere una per­sona sospesa tra due mondi o, per meglio dire, tra due tempi. In lui con­vi­vono due Char­les, l’adolescente che ormai non è più e l’adulto che tra poco gli toc­cherà essere.

La con­danna è senza appello: Char­les, infatti, vede nell’idea della gio­ventù come età inte­riore una dot­trina male­fica col­pe­vole di avere gene­rato «cin­quan­tenni che schian­tano a terra morti con una tuta da gin­na­stica con addosso la tuta da gin­na­stica, hippy allam­pa­nati che cre­pano di over­dose e froci amanti del rischio che si fanno spac­care i denti da auto­mo­bi­li­sti selvaggi». Anche il padre viene pre­sen­tato come un pro­dotto di que­sta iat­tura, giac­ché tra le carat­te­ri­sti­che «meno attraenti» del geni­tore Char­les anno­vera il fatto «che più invec­chia più è in forma». A ben guar­dare dun­que, le cose stanno esat­ta­mente all’opposto di come il nostro eroe le pone: non è lui, con la sua voce stri­dula, a irri­tare i matusa, bensì i matusa, con le loro pre­tese di vivere più a lungo e di non essere in fondo così vec­chi, a irri­tare lui. In que­sto qua­dro, la con­qui­sta di Rachel assume un valore fon­da­men­tale non tanto per­ché sia par­ti­co­lar­mente bella e desi­de­ra­bile, quanto per­ché è più grande di lui. È un punto sul quale Char­les insi­ste molto, quasi rical­casse le orme del pro­ta­go­ni­sta dell’Educazione sen­ti­men­tale. L’oggetto delle sue mire però, diver­sa­mente dalla matura signora Arnoux, non ha che un mese più di lui. Ma tanto basta a col­lo­carla al di là della linea d’ombra, a farne lo spec­chio delle sue osse­sioni. Forse è un azzardo inter­pre­ta­tivo, ma potrebbe non essere un caso che a Rachel man­chi sol­tanto una esse per essere l’anagramma di Char­les. La esse, la let­tera che in inglese marca il plurale. Nar­rato nell’arco di cin­que ore, quelle che pre­ce­dono lo scoc­care della mez­za­notte e il com­pi­mento del ven­te­simo com­pleanno, Il dos­sier Rachel, romanzo d’esordio come pochi, iper­let­te­ra­rio e per­corso da un cini­smo che sa già di punk, si con­fi­gura quindi come un’attesa del momento fati­dico che san­ci­sce la fine della gio­vi­nezza, l’età della voce stri­dula, delle illu­sioni solip­si­sti­che, dell’Io che può con­te­nere mol­ti­tu­dini per­ché non ancora obbli­gato a essere una per­sona, una qua­lun­que tra le tante.

Einaudi, 2015
traduzione di Federica Aceto
pagine 280

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