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Arriva un momento in cui un figlio si scopre identico al padre. Il più delle volte è solo questione di tempo. Gli anni passano, il genitore ci lascia e i ricordi ci assalgono, facendoci capire quanto fosse simile a noi la persona che ci ha messo al mondo. Altre volte la rivelazione arriva prima, inattesa e fortuita, come un proiettile sparato dal caso o da un tiratore scelto. È quel accadde a Jean Renoir nell’aprile del 1915, in uno dei tanti fronti della Prima guerra mondiale. Colpito a una gamba da un soldato tedesco, il regista della Grande illusione tornò a casa, a Parigi. L’attendeva il padre che non camminava più. Anche il figlio si muoveva a stento adesso, aiutandosi con le stampelle, sicché malgrado ventenne si ritrovò in una condizione molto simile a quella del padre che aveva ormai passato i settanta. Erano entrambi due storpi, ognuno confinato nella propria poltrona.

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Ingannarono l’immobilità conversando. Il figlio raccontò le sue avventure di soldato. Il padre rievocò la propria giovinezza, la Parigi illuminata a olio, dove per bere e lavarsi si dipendeva dall’acquaiolo, e dove le donne partorivano ancora con dolore e la durata media della vita di un francese non superava i trentacinque anni. Era tuttavia una Parigi con poco da invidiare alla città che sarebbe diventata in seguito, quella, per intenderci, magnificata da Hemingway in Festa mobile. I parigini si divertivano già alla loro maniera, con libertà e abbandono ma senza sfrontetazza. Sulla collina di Montmartre c’erano già gli artisti e i caffè, e il fine settimana si andava a far festa in un capannone eretto accanto a due mulini in disuso. Ci si andava con la gioia che ancora oggi ammiriamo in uno dei quadri più celebri della stagione impressionista, il Ballo al Moulin de la Galette, dipinto da Pierre-Auguste Renoir nel 1876. La gioia che il padre pittore ha rievocato in vecchiaia al figlio regista e che questi ha poi raccolto in un «cumulo di ricordi e impressioni personali» dal titolo Renoir, mio padre.

Il figlio si dice grato al «bravo tiratore bavarese» che lo ferì a una gamba. Quel proiettile gli risparmiò il rimpianto che in tanti finiscono per provare, il rammarico di non avere parlato abbastanza coi propri genitori, di non averli conosciuti meglio. E anche noi lettori dovremmo essegli grati, a quel tiratore, perché è sufficiente una rapida scorsa per capire che Renoir, mio padre è un libro raro, incantato, commovente. Basta aprirlo a caso. Ogni pagina offre un momento prezioso, uno scorcio della capitale di allora, un anedotto spassoso o toccante, cose su cui riflettere, persone da conoscere. Soprattutto persone. Donne e uomini di ogni sorta, partendo ovviamente dai protagonisti dell’Impressionismo, per arrivare a figure più o meno minori ma sempre ritratte in modo indimenticabile, con la nitida grazia di chi ama l’umanità sopra ogni cosa.

Incontriamo, per esempio, il signor Choquet, funzionario delle dogane che risparmiava su pasti e vestiti per amore dell’arte. Rischiò più volte il licenziamento perché la dignità di un impiegato dello Stato «era incompatibile con i buchi sulle maniche della giacca», e tutto per non privarsi del piacere di comprare un Renoir o un Cézanne. Lo strambo funzionario fu tra i primi a capire l’importanza della nuove pittura e in breve tempo la sua casa divenne meta di pellegrinaggio per chiunque volesse «tenersi al corrente». Tra coloro che cercarono di farsi ricevere ci fu anche Dumas figlio. Venne però messo alla porta perché alla morte di Dumas padre ne aveva rifiutato l’eredità per non dovere pagarne i debiti. Pare che l’incontro sia andato nei seguenti termini. «Leggo da questo biglietto il nome del mio vecchio amico Dumas. È morto. Voi siete un impostore» disse il signor Choquet. «Ma sono suo figlio!» «Oh! Aveva dunque un figlio?»

Chi mai sarebbe andato in giro con un vestito bucato era invece Claude Monet. Sbalordiva tutti con la sua eleganza. Cominciò a indossare camicie coi polsini di pizzo quand’era solo un giovane squattrinato e liquidò una coetanea carina ma volgare, che gli faceva delle proposte, spiegandole che andava a letto solo con duchesse. «Oppure con le cameriere. Il giusto mezzo mi dà la nausea. L’ideale sarebbe la cameriera di una duchessa». Col suo portamento da dandy, agitando con noncuranza un bastone col pomello d’oro, fece colpo anche sul direttore delle Ferrovie dell’Ovest. «Mi chiamo Monet» si presentò. «E ho deciso di dipingere la vostra stazione. Ho esistato a lungo tra la Gare du Nord e la vostra, ma alla fine mi è parso di intuire che la vostra abbia più carattere». Malgrado il direttore non sapesse nulla di pittura, fece tutto quel che Monet gli ordinò. Per giornate intere fermò i treni, sfollò i marciapiedi e rimpinzò di carbone le locomotive affinché sbuffassero a dovere.

Renoir era di tutt’altra pasta: «Non avrei osato mettermi neppure alla vetrina della droghiera all’angolo!» Ma aveva anche lui i suoi momenti. Una sera, a teatro, si ritrovò insieme a Émile Zola nel camerino di una famosa attrice. Lo scrittore concionava di pittura e Renoir, che poco apprezzava i discorsi teorici, si girò verso la donna, anche lei in preda agli sbadigli. «Parliamo di cose serie. Il petto vi regge bene?» le domandò. Per tutta risposta la diva aprì la camicetta dando una dimostrazione concreta dello stato delle sue grazie. Zola si fece rosso come un papavero e scappò dal camerino dopo avere bofonchiato qualcosa di incomprensibile.

Nulla restituisce il carattere dell’uomo Renoir meglio della sua teoria turacciolo, non a caso motivo conduttore del libro. Di cosa si tratta? In parole povere, di seguire la corrente. «Quelli che vogliono risalirla sono pazzi od orgogliosi o, peggio ancora, distruttori» sosteneva il pittore. «Di tanto in tanto si deve dare un colpo di timone a destra o a sinistra, ma sempre nel senso della corrente». Al figlio stupito che gli ricordava come il suo nome fosse legato a una delle fondamentali rivoluzioni dell’arte moderna, Renoir ribatteva che i grandi uomini sono semplicemente coloro che sanno guardare e capire. I distruttori invece sono quelli che vogliono applicare soluzioni antiche a problemi nuovi, non rendendosi conto della marcia del tempo.

«Se ho dipinto a tonalità chiare, è perche bisognava dipingere così. Era nell’aria. Vedi, io credo fermamente che un pittore ci guadagnarebbe nel macinare da sé i colori, ma siccome non ci sono più apprendisti e a me piace più dipingere che macinare colori, li compro dal negoziante che sta in fondo a rue Pigalle. Accetto i colori in tubetti e la mia passitvità da turacciolo è stata ricompensata». Intendeva dire che senza la praticità di quei tubetti lui e gli altri pittori non avrebbero mai potuto dipingere all’aria aperta. Senza l’accettazione della marcia del tempo non ci sarebbero stati Monet né Cézanne né Renoir né la rivoluzione che i giornali d’allora, irridendola, chiamarono Impressionismo. Questo il tenore del profluvio di ricordi e lezioni lievi di un uomo straordinario, nelle parole amorevoli di un figlio che fu non da meno. E tale è la vivezza del racconto che l’assenza di illustrazioni non toglie nulla al libro. Anzi gli aggiunge, perché è come se quei quadri dalle tonalità chiare li avessimo visti da sempre. Con gli occhi del cuore.

Adelphi, 2015
Traduzione di Roberto Ortolani

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