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KZ Auschwitz, Einfahrt

Nel luogo più oscuro del secolo breve, Martin Amis era già stato. La prima volta nel 1991, con La freccia del tempo, dove la vita di un medico nazista che ha prestato servizio in un lager era raccontata a ritroso, in un turbinare di cambi di identità e scorribande erotiche. C’era poi tornato nel 2000 in altra maniera, dando conto della sua prima visita ad Auschwitz in un memoir scaturito dalla morte del padre. Dopodiché (a meno di non dimenticare qualcosa e evitando di considerare il suo interessamento a Stalin e ai gulag un’estensione della stessa materia) ha atteso quasi un quindicennio per farvi ritorno una terza volta. Come spesso capita ai romanzi di Amis, anche quest’ultimo è stato oggetto di polemiche: era ancora un semplice manoscritto quando si sparse la notizia che La zona d’interesse era stato rifiutato sia dell’editore francese che da quello tedesco. Le voci volevano che all’origine ci fossero le sconsiderate richieste economiche dell’autore, un’ipotesi confermata in parte da Hanser e smentita da Gallimard, che giunse alla sua decisione, perlomeno a quanto ha affermato, «per ragioni letterarie». Nessuno dei due editori ha ammesso un fastidio per il modo all’apparenza irriguardoso con il quale Amis ha trattato l’Olocausto. Probabile tuttavia, se non certo, che la questione abbia pesato.

Amis rigetta l’idea di Adorno per cui scrivere poesia dopo Auschwitz equivarrebbe a un atto di barbarie, e lo fa sposando l’opinione di W. G. Sebald, ossia abbracciando la tesi opposta, e affermando dunque che quello è l’unico luogo cui la mente di una persona è sempre rivolta. In una simile disposizione mentale non c’è alcun elemento di novità, come è nient’affatto nuovo lo scandalo di affrontare un tasto tanto delicato in maniera dichiaratamente scorretta; si pensi all’esempio delle Benevole di Littel, pubblicato in Francia senza grandi problemi. Qual è dunque la questione? Il libro è forse davvero sbagliato nel tono e affetto da una trama informe, come sostengono da Gallimard? Tutt’altro. È una delle opere più riuscite di Amis; superiore di gran lunga ai libri che lo hanno immediatamente preceduto, La vedova incintaLionel Asbo, romanzi che a detta di molti parevano indicare una fase di stanca, se non l’inizio di un declino. Il guaio, per così dire, sta altrove. Sta nel fatto che La zona di interesse non è un romanzo per tutti. Quanto a questo, la giornalista Gina Thomas ha colto un nodo essenziale osservando che il problema consiste nell’umorismo disivolto, sfacciatamente inglese e di non immediata comprensione al lettore straniero, a cominciare ovviamente dal lettore tedesco. La colpa di Amis – sempre che tale la si possa definire – non è tanto quella di avere ambientato una commedia romantica a due passi dal filo spinato di un campo di sterminio, quanto l’avere attribuito a personaggi tedeschi, e per di più nazisti, una arguzia macabra che è tipicamente britannica. La dissonanza è per giunta intensificata dal fatto che l’azione, anziché passare attraverso il filtro livellatore di un narratore onniscente, viene riferita in prima persona e in tempo pressoché reale dai protagonisti. Parliamo infatti di un romanzo a tre voci che si alternano con cadenza regolare per sei capitoli. Ognuna ha un suo carattere e diversi trascorsi; ognuna tende, più che a proporre una propria versione dei fatti, a mostrare e dunque annientare l’immagine che il precedente narratore ha dato di sé.

C’è Angelus Thomsen detto Golo che, col suo metro e novanta di altezza e i capelli di un bianco ghiaccio, incarna l’epitome del perfetto ariano o, come dicono le donne che lo frequentano, dello stronzo islandese. A dispetto delle apparenze e delle ascendenze – è nientemeno che il nipote prediletto di Martin Bormann, segretario personale di un Hitler mai chiamato per nome lungo tutto il romanzo – Golo è un nazista agnostico, più preso dalle sue mire di seduttore seriale che dai non meglio precisati compiti di collegamento tra il Reich e la IG Farben, che in quel di Auschwitz finanzia a scopo di ricerca bellica il Kat Zet III, un ramo della soluzione finale noto ai lettori di Amis in quanto già presente nella Freccia del tempo. Nel momento in cui il romanzo ha inizio, l’agosto del 1942, Golo ha messo gli occhi su una preda conforme «all’ideale nazionale della femminilità giovane, imperturbabile, agreste, concepita per la procreazione e i lavori pesanti». Si chiama Hannah, è madre di due bambine nonché moglie del maggiore Paul Doll, il Kommandant, «la punta di lancia di questo formidabile programma nazionale di igiene applicata» che sono i campi di sterminio, la Zona d’interesse. Tuttavia, Doll è per Golo soltanto il Vecchio Beone, il quale, in quanto voce del romanzo, può a sua volta estarnare una scarsissima opinione di Golo. Comincia col liquidarlo come un omosessuale e, quando l’evidenza dei fatti gli dimostra il contrario, insiste comunque nel vedere in lui un eccesso di effemminatezza. Stando ai parametri nazisti, Doll non è poi così lontano dal vero: Golo legge in segreto Thomas Mann e ha posseduto opere d’arte, un Klee, un Kandinsky minuscolo.

D’altra parte, la massima preoccupazione estetica del Vecchio Beone è quella di porre rimedio al tanfo di carne bruciata, non foss’altro che a causa del fastidio che procura alla moglie, con la quale Doll ha non pochi problemi, non ultimo quello di una relazione sessuale per nulla soddisfacente. La presenza del Kommandant sembra servire da portavoce alla banalità del male, tanto che lui stesso con forza asserisce: «Io sono un uomo normale con bisogni normali. Sono assolutamente normale. È questo che nessuno sembra capire». In effetti – e proprio in questo consiste uno dei maggiori pregi del romanzo – Doll sarebbe normale se si limitasse a essere un uomo senza particolari qualità, anziché un compendio di difetti e di pochezze. Più che banale, Doll è un uomo ridicolo, patetico, grottesco. Per assurdo, ben più normale di lui è l’ebreo Szmul, la terza voce narrante, l’uomo più triste della storia del mondo in quanto a capo degli uomini più tristi del Lager, gli schiavi dell’SK, la Squadra Speciale che adempie al proprio ufficio «in mezzo ai morti, con le forbici, le pinze e le mazzuole, i secchi con gli avanzi di benzina, le siviere, le macine». In soldoni, è il capo degli ebrei che assistono i nazisti nell’opera di sterminio e smaltimento dei cadaveri.

Quella di Szmul è, ovviamente, la normalità dell’impossibile: non abituarsi al Lager, non impazzire, parlare, conservare un sentimento di fratellanza. Le parti nelle quali prende la parola sono le più brevi. La sua stringatezza è il contraltare della stolida verbosità di Doll e, seppure più indirettamente, dell’estetismo donnaiolo di Golo. Parla poco perché è il solo a rendersi conto del fatto che, neppure conoscendo ogni singolo minuto della storia umana, sarebbe possibile trovare «alcun esempio, alcun modello, alcun precedente». Parla poco anche perché, consapevole del suo destino, assume la ieratica laconicità del santo, dell’uomo che si è svuotato di sé; e tale è questa sua consapevolezza che, nel riconoscersi martire di una degenerazione unica nella Storia, si sofferma a considerare come la parola martire derivi «dal greco martur, che significa testimone». Szmul seppellirà il thermos contenente le sue essenziali memorie sotto un arbusto di uva spina, certo che «per questa ragione non tutto di me morirà». È importante notare, a questo proposito, come Amis si preoccupi di mostrarci il modo in cui le parole dei tre narratori sono giunte a noi. Nelle primissime righe del romanzo vediamo un notes aperto su un ceppo e le sue pagine smosse da un vento indiscreto, mentre il proprietario, Golo Thomsen, è tutto preso dall’incedere di un nuovo oggetto del desiderio, la moglie di Doll. Più avanti ecco il marito, l’uomo che si credeva normale, interrotto nella stesura dei suoi vaniloqui dalla cameriera che bussa alla porta. Simili dettagli sembrano evocare l’antico espediente romanzesco del manoscritto ritrovato in un baule. Altrettanto significativo è che, a guerra finita, uno dei personaggi si ritrovi a fare il traduttore, quasi a lasciare intendere che il romanzo nel suo complesso vada preso come la riscrittura di un testo già dato, il riflesso di uno specchio dell’orrore. Il che spiegherebbe perché Auschwitz faccia da sfondo a una commedia d’amore dove il sesso è soltanto un ricordo. Spiegherebbe inoltre perché un’anomalia tedesca venga resa con umorismo britannico e forse anche come mai la traduzione di Maurizia Balmelli abbia la sola pecca di essere migliore dell’originale.

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