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È il caso di partire dal nome, perché è lì che sempre torniamo: al nome che ci è toccato in sorte o a quello che si è scelto di avere. Jorge Baron Biza non ha mai adottato un nom de plume, nondimeno ha cambiato nome più volte e mai per sua volontà. Ogni volta che i suoi genitori si lasciavano, la coscienza femminista della madre Clotilde esigeva infatti che il figlio prendesse anche il nome della sua famiglia. Nel momento in cui porta a termine il suo primo romanzo, lo scrittore si chiama perciò Jorge Baron Sabattini e non sa se il nome con cui lo consegna alle stampe «debba essere considerato il mio altro cognome, il mio patronimico, il mio pseudonimo, il mio nome d’arte oppure una sfida».

Siamo nel decennio terminale del secolo, Baron Biza ha superato la cinquantina. Dopo una gioventù cosmopolita, vive a Córdoba, in Argentina, ai margini di ogni tipo di mondo, incluso quello letterario. Per molti versi, vive anche ai margini di se stesso. Ha il fegato devastato dall’alcol, i polmoni affaticati dall’asma, l’anima provata da un passato non facile. È a pezzi anche economicamente. Il suo cognome evoca fortune consistenti, ma il padre le ha sperperate tutte in eccessi di varia natura. Gli anni di lavori precari e spesso invisibili, svolti nei sottoboschi del giornalismo e dell’editoria, si rivelano di scarso aiuto ora che Baron Biza ha un suo libro da proporre. Gli editori di Buenos Aires lo rifiutano senza neanche leggerlo. Gli tocca pubblicarlo a sue spese. È il 1998 e nella bandella dell’esordio si autopresenta così: «Un grande flusso di compassione mi investì quando si verificò il primo suicidio in famiglia. Quando accadde il secondo, quel flusso si trasformò in un oceano agitato e senza orizzonte. Al terzo, ogni volta che mettevo piede in una stanza posta al di sopra del terzo piano le persone si affrettavano a chiudere le finestre. In scene come questa è rimasta imprigionata la mia solitudine». I suicidi in questione sono quelli dei genitori e della sorella. Se è vero che la scrittura ha spesso poteri salvifici, così non è stato per Baron Biza. Tre anni dopo l’esordio raggiunse i parenti attraverso una finestra non chiusa.

Per quanto la richiesta dell’autore fosse quella di leggerlo «senza tenere conto dei legami familiari», Il deserto resta un romanzo autobiografico che prende le mosse da un dramma accaduto molto tempo addietro, nel mezzo degli anni ’60, quando il padre sfigura la madre gettandole in viso un bicchiere di vetriolo. Il padre si sparò il giorno seguente, la madre si ucciderà nel 1978, gettandosi anche lei da una finestra, dopo devastazioni fisiche e interiori facili da immaginare. Devastazioni che il figlio scrittore descrive con strazio chirurgico e lenticolare. Al momento dell’uscita, Il deserto ebbe la positiva accoglienza che meritava, diventando presto un libro destinato a restare. Baron Biza fu comunque scontento: «Non ho avuto il successo che speravo e sono povero come prima». In qualunque cosa sperasse, doveva certamente trattarsi di speranze di anni ormai lontani in cui gli scrittori d’avanguardia potevano ancora illudersi di raggiungere un grande pubblico. Baron Biza era un uomo ai margini soprattutto perché viveva in un altro tempo.

Il caso – che non agisce mai veramente a caso – ha voluto che la clinica milanese in cui sua madre andò a farsi curare il viso deturpato si trovasse a poca distanza dal cimitero in cui, sotto falso nome, fu sepolto il corpo imbalsamato di Evita Perón. In fondo, se Il deserto restituisce con precisione fotografica il calvario di una carne sfigurata è perché Baron Biza non ha mai smesso di vivere in quella carne. E quella carne non era soltanto sua madre, ma il volto un’intera epoca di utopie che proprio a partire dagli anni ’60 cominciò anch’esso a sfigurarsi in qualcosa di irriconoscibile. Del resto, un grande scrittore si riconosce spesso proprio da questo: dal suo vivere il presente come fosse un esilio.

Jorge Baron Biza
Il deserto
traduzione di Gina Maneri
La Nuova Frontiera, 2016

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