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Ci sono svariati modi di apprezzare la stagione invernale. C’è, per dirne uno, il modo ai limiti del teosofico di John Ruskin, che rifiutava l’esistenza del brutto tempo, convinto che «esistono solo diversi tipi di bel tempo» e che la bellezza delle forme stellate dei fiocchi di neve sia superiore perfino a quella della sacra croce. E c’è, per dirne un altro tra i tanti possibili, il modo smanceroso di Starbucks, che nei locali della sua catena espone il cartello: «Gli amici sono come fiocchi di neve: belli e differenti». Qualunque strada si scelga, l’apprezzamento sarà però sempre figlio di uno sguardo moderno. Visto da una prospettiva più ampia, col volo d’uccello della Storia, l’amore per il freddo ha infatti i tratti della stranezza, se non della follia pura. Anticamente l’inverno era la stagione della perdita, il simbolo del dolore di Demetra per la figlia rapita da Ade. Sentimenti di segno analogo sopravvivono fino al XVIII secolo. Ancora nel 1747 Samuel Johnson, grande letterato d’Inghilterra, dedicava all’inverno versi come questi: «Vasto s’estende l’orrido tuo regno, e il tuo potere io sento che m’usurpa il petto». Il mutamento arriva qualche decennio dopo con William Cowper, un altro inglese, che nel 1783 scriveva di attendere l’inverno senza grande preoccupazione, giacché era ormai diventato difficile «trovare sulla faccia della terra una creatura più confortevole di un inglese accanto al camino in inverno». Cowper fu poeta modesto e in larga parte dimenticato, ma viene riscoperto da Adam Gopnik che individua in lui uno dei primi e significativi esempi di una sensibilità nuova o comunque relativamente recente, frutto delle comodità offerte dalla Rivoluzione industriale a fasce sempre più grandi di persone. Segnatamente, la comodità di riscaldarsi, e dunque di tenersi al riparo dai rigori del gelo, con modica spesa o comunque a costi molto più abbordabili che in passato.

Scrittore e saggista in forza al New Yorker dal 1986, Gopnik è uomo di molteplici e variegati interessi. Studioso di storia dell’arte, nel 1990 ha curato insieme a Kirk Varnedoe una famosa mostra per il Moma di New York; si intitolava High/Low e indagava rapporti tra arte moderna e cultura di massa. In seguito ha scritto un saggio sui legami tra arte, religione e la possibilità di conciliare il pensiero cristiano con il darwinismo. Il suo libro più noto è Da Parigi alla luna (pubblicato qualche anno fa da Guanda), raccolta di articoli scritti tra il 1995 e il 2000, periodo che Gopnik trascorse nella capitale francese come corrispondente per il New Yorker. L’eclettismo divagante è un suo tratto distintivo e plasma anche L’invenzione dell’inverno, malgrado l’obiettivo di partenza sia molto preciso e circoscritto: quello, appunto, di dimostrare come l’inverno sia la stagione più vicina alla sensibilità moderna. Esplorando il tema, Gopnik mette in serrata comunicazione l’alto e il basso, il sacro e il profano, l’estremo e il quotidiano. Muovendosi tra il privato e l’universale, rileva come l’accesso sempre più diffuso al riscaldamento abbia coinciso con una diminuzione del numero dei credenti in Dio. Si rammarica che al giorno d’oggi, nella sua amata Parigi, sia praticamente impossibile pattinare sul ghiaccio, mentre sul finire dell’Ottocento la città vantava sei piste, un «palazzo del ghiaccio» e un posto chiamato Polo Nord. Paventa ovviamente anche la fine dell’inverno, la devastazione del Grande Nord per l’eccesso di riscaldamento prodotto dall’effetto serra, ma lo fa soltanto di passaggio, in chiusura. La dà per assodata dalla scienza, ma sembra preoccuparsene fino a un certo punto, perché solo poche pagine dopo scrive: «Vi sono momenti in cui penso quasi di percepire, con paura, la realtà del cosmo così com’è: null’altro che questo grande, sterminato nulla, vecchio di miliardi di anni, senza segmenti, stagioni o nient’altro al suo interno, dove la verità dell’universo sta nel semplice fatto che, brutalmente, è. Viviamo in un mondo freddo». Non gli si può dar torto.

La verità banale, anzi brutale, come dice Gopnik, è scritta nel secondo principio della termodinamica e annuncia la morte termica. Parlare di un’invenzione dell’inverno potrà dunque suonare inappropriato. Come si può inventare qualcosa che non soltanto già c’è, ma corrisponde alla «realtà del cosmo così com’è»? E infatti la vera invenzione è il titolo dell’edizione italiana. Il titolo originale, Winter, sarà forse sembrato troppo algido, ecco allora il tocco sognante, suggestivo: l’invenzione. In tutto ciò è andato purtroppo perduto il sottotitolo, Five Windows on the Season, che annuncia in modo piano la struttura del libro e il metodo usato dall’autore. Il saggio si compone infatti di cinque parti, ognuna delle quali osserva l’inverno da una determinata prospettiva. All’inverno romantico, quello della presunta invenzione, fanno seguito l’inverno degli spazi estremi, quello rigenerativo del Natale, quello ricreativo che fa del freddo un’occasione di svago e infine l’inverno della memoria, che assieme al romantico offre forse i momenti migliori di un libro comunque sempre brillante e generoso di spunti. Le cinque parti vengono chiamate finestre non tanto perché ognuna di esse offre un affaccio diverso sul medesimo panorama, quanto perché la finestra intesa alla lettera, come elemento architettonico cioè, con i suoi infissi e i suoi vetri, è la stella polare del viaggio. Il libro si apre con un ricordo di Gopnik dodicenne che assiste per la prima volta all’infuriare di una tempesta di neve: «Io ero in piedi, dietro il vetro sottile della finestra panoramica che dava sulla terrazza e osservavo, dall’altra parte, la prima neve tracciare il profilo del paesaggio». Da questo ricordo personale l’autore risale al principio dell’Ottocento, all’invenzione del riscaldamento centralizzato, a quando l’inverno si libera del suo carattere minaccioso e diventa un fenomeno da contemplare.

Uno dei dipinti più noti di Caspar David Friedrich mostra una donna affacciata alla finestra. È poco più che una sagoma perché il pittore l’ha ritratta di spalle e un po’ in controluce. Vediamo poco pure di ciò che c’è fuori. Protagonista assoluta è la finestra. Gopnik non fa menzione di questo quadro, probabilmente perché il paesaggio che si intravede sembra quello di una giornata di sole, ma indica in questo pittore di navi stritolate dai ghiacci il primo grande maestro invernale. Il legame di Friedrich con l’inverno era di ordine personale e tragico: suo fratello morì a tredici anni sotto i suoi occhi mentre pattinava sul ghiaccio. Il fardello luttuoso ha fatto di lui un ponte ideale tra l’inverno mediterraneo di Demetra e il nuovo mondo del Nord, dove il freddo non è più solo dolore ma anche viatico al sublime. «Per Friedrich – scrive Gopnik – l’inverno è la pillola rossa di una coscienza risvegliata. L’estate è Matrix, la menzogna; l’inverno è la verità. Può darsi che sia una verità crudele, ma almeno è reale». È evidente che nell’inverno di Friedrich, come in altri dei tanti inverni su cui Gopnik si sofferma, la dimensione poetica prevale sul fatto fisico e dunque sul realismo in senso stretto. E qui è finalmente possibile riconoscere un’invenzione seppure di tipo immaginifico: fare dell’inverno una spazio della mente, una forma di moderno umanesimo, con tutto ciò che questo comporta. Se in epoche lontane l’inverno era qualcosa da superare, ora è un tempo dolce al quale aggrapparci, perché malgrado sia un sentimento moderno, l’invaghimento per la stagione fredda ha mutato il nostro immaginario e i luoghi in cui fisicamente abitiamo, non risparmiandoci momenti un po‘ kitsch come lo slittino che scalda il cuore del tycoon morente di Quarto potere.

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