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Piccolo, riservato e ovviamente non economico, il ristorante di Sally Clarke può sfuggire alla vista dell’avventore occasionale. È però una tipica istituzione del buon vivere londinese, e di Notting Hill in particolare. Vanta una frequentazione di tutto rispetto. Pezzi grossi della BBC, rockstar come Bryan Ferry, scrittori come Salman Rushdie, il duca e la duchessa di Cambridge. Un cartoncino sistemato sui pochi tavoli del locale avverte che i telefoni cellulari sono banditi. La scelta del menù è ridotta. Tre o quattro piatti soltanto, preparati con prodotti rigorosamente di stagione. In passato non era neppure ridotta. Si mangiava l’unico piatto che la signora Clarke aveva deciso di cucinare quel giorno. Non sembrava di cenare in un ristorante ma in un ristretto gruppo di amici. E per chi aveva il privilegio di andarci all’ora di colazione, quella di trovarsi in un salotto privato era qualcosa di più di una sensazione. Era la realtà delle cose. Per anni, all’ora di colazione, il ristorante di Sally Clarke è stato infatti il salotto privato del più grande ritrattista del ventesimo secolo, Lucian Freud, nipote di un altro Freud, l’inventore della psicanalisi. A rigore, il ristorante era chiuso quell’ora. Sally Clarke lo apriva soltanto per il pittore e il suo assistente che entravano attraverso un passaggio segreto, un corridoio che univa il locale all’adiacente negozio di delicatessen. Nella sala da pranzo deserta l’artista faceva colazione, sfogliava i giornali, riceveva ospiti. Passavano amanti vecchie e nuove, mercanti d’arte, qualcuno dei suoi tanti figli (quattordici quelli anagraficamente accertati), corniciai, fornitori di vino, banditori d’asta, bookmaker di fiducia, ex eroinomani usciti di galera, ragazze che lavoravano per la regina.

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Sally Clarke ritratta da Lucian Freud

Della variegata corte faceva parte anche Geordie Greig, giornalista che ha goduto di un ulteriore trattamento di favore: il permesso di riferire su riviste e quotidiani quanto udiva in quei momenti. «In quello spazio tranquillo Lucian parlava di tutto: da quando usciva con Greta Garbo al modo migliore di sferrare un pugno senza rompersi il pollice, da come si fosse infilato al numero 10 di Downing Street per incontrare Gordon Brown a quando era andato in discoteca con Kate Moss o aveva venduto un quadro per una cifra strabiliante». Il permesso di divulgare quei racconti era tutt’altro che scontato. Freud aveva già bloccato la pubblicazione di una sua biografia da lui stesso autorizzata. Si vociferava inoltre di alcuni malviventi dell’East End, gentaglia che aveva bussato alla porta di uno scrittore per dargli un consiglio da non rifiutare: smettere di fare ricerche sulla vita di Lucian Freud. Rimedi tanto estremi erano coerenti col temperamento e i trascorsi di una persona che pur trovandosi a suo agio nella società più alta, tra aristocratici e banchieri, aveva conosciuto da vicino i bassifondi e la gente più rude. Le sue frequentazioni non conoscevano mezze misure. «Viaggio in verticale, invece che in orizzontale» diceva.

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All’inizio degli anni Cinquanta Freud ebbe una vorticosa storia d’amore con Lady Caroline Blackwood, donna di bellezza e arguzia travolgenti, oltre che scrittrice di talento (suo uno splendido libro su Willie Simposn, La duchessa, pubblicato di recente da Codice Edizioni). Lucian e Caroline divennero la coppia più chiacchierata della Londra di allora. L’Inghilterra non era certo pronta alla relazione tra un bohémien ebreo e un’ereditiera. E ancora meno poteva esserlo la madre di lei. Non che Caroline fosse una verginella spaurita, intendiamoci. «Una sirena che si nutre delle ossa degli amanti che ha stritolato fra le sue spire» avrebbe detto di lei il suo terzo marito. Ma intanto bisognava togliere di mezzo il primo, Lucian, che la madre di Caroline giudicava un pericoloso sovversivo. «Arrivò a pagare della gente per farmi ammazzare» racconta Freud. «Venne a Paddington, un posto pieno di delinquenti, e disse: “Non voglio sapere come lo farete. Voglio solo leggere che è stato fatto”». Evidentemente suocera e genero propendevano per gli stessi rimedi. Strano che non siano intesi.

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Dalle tante storie che Geordie Greig ha udito per anni è scaturito Colazione con Lucian Freud. Un ritratto dell’artista fatto con le rivelazioni e i pensieri cui questi si abbandonava nel ristorante di Sally Clarke, spezzando giornate pienissime, fatte di ventiquattro ore. Qualcuno diceva di «ventiquattro donne», alludendo alla sua libido irrefrenabile. Su tanta brama di vivere pesava probabilmente il fantasma di una Germania oscura, quella da cui era fuggito col resto della famiglia nel 1933, dopo la brutale uccisione di un parente avvenuta in pieno giorno, davanti a un caffè di Berlino. Prima di quel tragico evento, Freud ebbe anche modo di trovarsi a pochi metri da Hitler: «Avevo nove anni, e lo fotografai. Ero in giro per la città, a piedi, con la mia governante e, per caso, avevo la macchina fotografica con me. Rimasi affascinato da Hitler: aveva delle guardie del corpo gigantesche mentre lui era minuscolo. Feci un passo indietro e scattai. La politica incombeva su tutto allora, anche su un bambino di nove anni. Qualche volta a scuola un compagno diceva: “Stiamo andando al raduno nazista”. Allora io chiedevo: “Posso venire?”. E loro rispondevano: “No, tu non puoi, ma non ti perdi niente. Cantiamo canzoni”».

Restò affamato di vita anche in tarda età. A ottant’anni passati conservava ancora l’elasticità di un adolescente. La sua presenza fisica reclamava attenzione. «Era sexy, sempre» diceva la sua corniciaia. Ci teneva a rimarcare di essere nato l’8 dicembre, giorno dell’Immacolata Concezione. Precisazione ovviamente ironica per un ateo che non si faceva scrupolo di peccare. Infedele, crudele, padre assente. Figli e compagne lo hanno accusato di tutto, ma lo hanno anche giustificato, accettando gli atteggiamenti più ingiustificabili e più spudoratamente egoisti. «Era magico non meno che maligno, un personaggio ammaliante, di un’intelligenza spaventosa. Aveva un’indubbia vena di perversione, simile al filo d’argento che attraversa le banconote. Adoravo tutto di lui e al tempo stesso ne ero terrorizzata». Così lo vedeva la figlia di una delle sue amanti. E non solo lei. Era il modo in cui lo vedeva chiunque gli fosse vicino. Un modo che gli ha consentito di farla franca sempre e comunque.

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Può sembrare un paradosso ma fu indisciplinato pure da artista. All’apparenza era un pittore tradizionale. Dipingeva ritratti, il genere più convenzionale che un pittore possa scegliersi. Li dipingeva per giunta con una metodo d’altri tempi: dal vero, obbligando i modelli a estenuanti sedute di posa. Convinto che il senso dell’arte andasse cercato nell’osservazione prolungata della figura umana, guardava con sprezzo all’astrattismo e a ogni altra forma di avanguardia. Era contro l’arte del suo tempo e spesso perfino contro quella che praticava lui stesso. «Se qualcuno mi chiede di fargli il ritratto, di solito provo il desiderio opposto, fino a quello di dargli un pugno». Gli piaceva indulgere al suo lato animalesco, scendere nel profondo, come suo nonno Sigmund. In fondo facevano entrambi la stessa cosa. Facevano stendere le persone su letti e divani affinché si mettessero a nudo.

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Geordie Greig
Colazione con Lucian Freud
traduzione di Massimo Parizzi
Mondadori, 2015

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