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Tutti sanno che il nichilismo punk ha fatto terra bruciata dei beati sogni d’amore degli anni Sessanta. «L’unico hippie buono è un hippie morto» diceva Johnny Rotten nel 1977. Ma la verità è che gli hippy hanno cominciato a morire molto prima di allora. C’è infatti una data precisa che segna l’inizio della fine, il 9 agosto 1969. Per un tipico capriccio del destino, in quella lontana estate un uomo passeggiò sulla Luna e quattrocentomila giovani si radunarono sotto una pioggia da diluvio universale per il più grande festival della storia del rock. Non fosse stato per Charles Manson, il simbolico sterminatore del popolo di Woodstock, si sarebbe detto che l’era dell’Acquario stava davvero per arrivare. In quella sera di agosto Los Angeles soffocava per il caldo. La temperatura non voleva saperne di scendere sotto i trenta gradi. La città appariva muta e immobile, in attesa soltanto di prendere fuoco. Si dice che i canyon intorno a Hollywood e Beverly Hills giocano strani scherzi. Un rumore percepibile a un miglio di distanza può annegare nel silenzio a poche centinaia di metri. Fatto sta che nessuno udì le grida lanciate da Sharon Tate in una casa appartata al 10050 di Cielo Drive mentre veniva massacrata insieme ad altre quattro persone. La notte seguente il rito si ripeté. Altra abitazione, stesse efferate modalità. E anche questa volta nessuno si accorse di nulla se non quando furono trovati i corpi. Alla notizia degli omicidi i negozi registrarono un forte incremento nella vendita di armi da fuoco. Il prezzo dei cani da guardia salì alle stelle. Frank Sinistra sparì dalla circolazione. Steve McQuenn nascose una pistola sotto il sedile dell’auto. Jerry Lewis fece installare in casa uno speciale sistema d’allarme. Connie Stevens confessò di aver trasformato la propria residenza in una fortezza. La scioccante morte di Sharon Tate, moglie di Roman Polanski e incinta di otto mesi, aveva stretto Los Angeles in una morsa di paura più soffocante del caldo.

La «famiglia» Manson

La «famiglia» Manson

Gli assassini avevano marcato la scena dei delitti con strani messaggi che promettevano «morte ai maiali» e inneggiavano a «Helter Skelter», nota canzone dei Beatles. Quei messaggi condussero gli inquirenti in un ranch situato in una zona quasi inaccessibile a sud della Death Valley. Lì viveva la «Famiglia», una comune di hippie composta da decine di giovani donne al completo servizio di quattro o cinque uomini, fra i cui l’ottantaduenne proprietario del ranch e Charles Manson, guru di questa sorta di setta specializzata in furti, incendi dolosi e orge di sangue denominate Helter Skelter. In un primo momento, quando Manson e altri membri della Famiglia furono incriminati per l’eccidio di Cielo Drive, la stampa underground si oppose a quello che giudicava l’ennesimo caso di persone perseguitate solo perché portavano i capelli lunghi e vivevano in modo non ortodosso. Ma il pubblico ministero Vincent Bugliosi tirò dritto per la sua strada. «Sappiamo entrambi che ha ordinato lei questi omicidi» disse a Manson nel corso del dibattimento. «Bugliosi», rispose Manson, «non sono stato io ma i Beatles. Sono loro che fanno la musica e parlano di guerra. I ragazzi li ascoltano e raccolgono il messaggio. È subliminale». A poco a poco la verità emerse e tutti inorridirono. Charles Manson era un uomo di corporatura minuta che non arrivava al metro e sessanta di altezza ma i tanti anni passati dietro le sbarre gli avevano insegnato come esercitare un dominio sulle persone.

Era nato nel 1934 a Cincinnati, in Ohio, da una ragazza sedicenne di nome Kathleen Maddox e da un uomo molto più vecchio la cui identità è rimasta in parte avvolta nel mistero. Quando il piccolo Charlie aveva ancora cinque anni, Kathleen pensò bene di rapinare insieme al fratello una stazione di servizio nonché di farsi arrestare. Il bambino andò a vivere con una zia fin quando sua madre non fu rimessa in libertà. Nel 1947 Kathleen cercò di sbarazzarsi del figlio affidandolo a un istituto ma il carattere nervoso e paranoico di Charlie poco si adattava alle regole. Scappò e alla tenera di età di tredici anni mise in fila una ragguardevole serie di reati, fra cui due rapine a mano armata. A sedici rubò un auto e partì per la California seguendo le orme di sua madre, vale a dire rapinando stazioni di servizio lungo la strada. Fu arrestato e poco prima che il tribunale per i minori si pronunciasse riguardo l’eventualità di rilasciarlo sulla parola, Charlie sodomizzò un ragazzo puntandogli un rasoio alla gola. La prodezza gli fece guadagnare un trasferito immediato al riformatorio federale di Petersburg, in Virginia. Ormai era considerato un soggetto pericoloso che non poteva essere lasciato libero di circolare. Inaspettatamente il «soggetto pericoloso» cambiò. Mantenne una buona condotta riuscendo a ottenere la libertà condizionata. Sposò una cameriera e riprese a rubare auto. L’idea fissa di raggiungere la California lo fece però finire nuovamente in carcere, questa volta con una condanna a tre anni. Quando uscì la moglie lo aveva mollato da tempo, per cui Charlie decise di cambiare vita, se così si può dire. Si mise a fare il magnaccia cominciando con una sedicenne di nome Judy. I risultati furono quelli di sempre, arresti e condanne da scontare. Nel 1961 gli fu assegnato un soggiorno speciale di dieci anni nel penitenziario di McNeil Island, Stato di Washington. A questo punto Charlie cominciava a considerare il carcere come una specie di casa, la sola che avesse mai avuto. Quando era dentro si muoveva con una sicurezza che non riusciva ad avere nel mondo esterno. La prigione lo aveva trasformato in una specie di attore capace di nascondere la sua ostilità dietro una facciata di simpatia. Sebbene fosse praticamente analfabeta sapeva sempre come parlare e conquistare l’attenzione degli altri. Era anche diventato un adepto di Scientology e si applicava in modo quasi fanatico nello studio della chitarra. La svolta giunse nel gennaio 1964 quando I Want to Hold Your Hand conquistò il primo posto della hit parade americana. I Beatles divennero un ossessione per Charlie. Il suo interesse non era però quello di un fan. Si trattava piuttosto di folle gelosia, di un profondo moto di risentimento. Era convinto che quei quattro ragazzotti di Liverpool avessero usurpato un posto che spettava a lui. Diceva che se soltanto ne avesse avuto la possibilità sarebbe diventato più grande dei Beatles.

Il 21 marzo 1967, primo giorno di primavera, Charlie fu rilasciato e accompagnato a Los Angeles. Quello stesso giorno chiese e ottenne il permesso di andare a San Francisco, il posto ideale per un delinquente psicolabile e carismatico come lui. Il quartiere di Haight-Ashbury, infiammato dall’imminente Summer of Love, era infatti meta di ragazzi fuggiti di casa bisognosi di affetto e di nuove psichedeliche esperienze. Mascherato da hippy, Charlie radunò attorno a sé una nutrita schiera di seguaci composta per lo più da ragazze sedicenni. Per la verità, le sue preferenze andavano alle preadolescenti ma in mancanza di meglio sapeva «accontentarsi» di minorenni, purché si prendessero cura di lui sotto ogni aspetto. Charlie si trasferì con il suo harem nella Death Valley dove, a suo dire, c’era un buco che portava al centro della terra, il buco nel quale la Famiglia si sarebbe nascosta mentre in superficie bianchi e neri si scannavano tra loro fino alla distruzione totale. Quel che accade dopo è storia tristemente nota. Al processo Vincent Bugliosi dimostrò che l’eccidio di Cielo Drive aveva un movente preciso. I Beatles parlavano a Manson inviandogli messaggi in codice attraverso i testi delle loro canzoni, in particolare attraverso un brano del loro ultimo disco, il White Album. La band gli diceva di massacrare un buon numero di bianchi facendo credere che fosse opera dei neri. Ne sarebbe scaturita una guerra civile destinata a consegnare il potere nelle mani della sua Famiglia. Secondo Bugliosi questo è quel che l’imputato pensava nella sua testa bacata, ma nella delirante dichiarazione resa al termine del dibattimento Manson replicò che Helter Skelter «significa solo quello che significa. Perché date la colpa a me?»

Charles Manson è ancora richiuso in un carcere di massima sicurezza. Dal suo punto di vista non se la passa così male. In fondo le prigioni gli sono sempre piaciute, anche se non come il sole, il deserto e le donne. Inoltre non ha mai smesso di esercitare il suo fascino satanico. Continua a ricevere lettere di ragazzi che vogliono entrare nella Famiglia. Riceve più lettere di qualunque altro detenuto della storia americana. Verrebbe quasi voglia di chiedersi perché, non fosse che non ci può essere risposta al modo assurdo in cui i sogni di un’intera generazione sono morti in una torrida notte d’agosto insieme al corpo martoriato di una giovane donna incinta. Del resto, qualcuno ha detto che non c’è verso di separare la giocosa libertà della Summer of Love dal coltello insanguinato di Manson. Ma se così è, perché mai hanno inventato la California?

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