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Non chiedete a Richard Price quanto di Law & Order ci sia nella nuova serie che ha realizzato per la HBO insieme al regista Steven Zaillian. Glielo hanno già chiesto e non l’ha presa bene. «The night of è l’anticristo di Law & Order». Pare abbia risposto così. L’impressione iniziale potrebbe però essere proprio quella di un episodio di Law & Order dilatato per otto puntate. Lo schema è in sostanza identico. Scoperta di un cadavere, indagine, dibattimento in aula. Il tipico schema di quel filone del genere poliziesco chiamato police procedural, dove l’attenzione non è posta tanto sulla risoluzione del caso quanto sul funzionamento della macchina inquirente. Pure lo scenario è lo stesso: la città degli insonni, New York, seppure proposta in versione molto più tenebrosa. Ventilatori che ruotano in stanze buie, tubi che gocciolano negli scantinati. I punti di contatto sono così evidenti che Law & Order viene perfino sarcasticamente omaggiata in una breve sequenza. Ma le somiglianze ingannano. The night of non è una minestra riscaldata o, sempre per dirla con le parole di Price, «non è come quando infili un cibo precotto in un microonde: scaldi per sessanta secondi e servi in tavola». Bisogna andare oltre le apparenze e la principale apparenza di The night of è che tutto sembra rispondere ai canoni più scontati del poliziesco, a cominciare dal sospettato numero uno.

Kafka insegna. La vittima ideale della macchina giudiziaria è il cittadino modello che finisce incriminato pur non avendo mai fatto nulla di male in vita sua. A renderlo speciale non è la sua pressoché certa innocenza, ma l’ingenua convinzione che l’innocenza sia qualità sufficiente per non essere giudicati colpevoli. Vittime di questo tipo si trovano anche nei polizieschi. In particolar modo nei police procedural, malgrado l’identità dell’assissino venga spesso data per scontata fin dall’inizio proprio per porre in risalto le modalità con cui si arriva a individuare e inchiodare il colpevole. Il genere impone però che il modello Kafka subisca qualche aggiustamento. Pur restando un cittadino modello, la tipica vittima di un poliziesco non si sveglia in casa. Ha la sventura di trovarsi nel luogo di un delitto proprio nel momento in cui il delitto è stato appena commesso. Spesso non sa neppure come ci sia finito o, se lo sa, ha comunque la sensazione di vivere in un brutto sogno. Tutto gli appare confuso e inspiegabile tranne un fatto: attorno a lui è un pullulare di indizi che lo incastrano. Il sospettato di The night of non fa eccezione. Si chiama Nasir Khan, o più semplicemente Naz. Vive a Queens con la famiglia di origini pakistane. Frequenta il college con profitto, indossa camicie button-down bianche. Questa sua noiosa immagine di bravo ragazzo va in crisi la sera in cui prende di nascosto il taxi del padre per recarsi a una festa. Lo vediamo inoltrarsi nelle strade di Manhattan dando inizio a una strana notte, a metà tra Fuori orario e Taxi driver, che lo porterà a risvegliarsi in casa di una ragazza il cui corpo giace martoriato in un letto rosso sangue. Naz decide di fuggire prendendo con sé l’arma del delitto. È la cosa più stupida da fare ovviamente, ma la fa. Si rimette alla guida del taxi e in capo a pochi minuti viene fermato dalla polizia per una banale infrazione. Da qui in avanti è un precipitoso incrociarsi di infelici coincidenze che spalanca a Naz le porte del carcere.

Se la premessa non vi giunge nuova è perché il numero dei polizieschi che partono a questa maniera rasenta l’infinito. Lo scarto arriva dopo, nel momento in cui la macchina della giustizia accoglie Naz sotto le sue ali. In particolare sotto quelle del suo difensore, John Stone. Il nome di Stone ha cominciato a girare per le strade di New York già dalla scorsa estate, prima ancora che la serie andasse in onda. Lo si poteva leggere in un falso annuncio pubblicitario che la HBO ha disseminato nei vagoni della metropolitana. No fee ‘til you’re free prometteva l’annuncio. Niente parcella finché non sarai libero. C’era anche un foto dell’avvocato. Camicia accesa di bianco, un volto sorridente che somigliava molto a John Turturro. Un Turturro dall’aspetto molto più affidabile di quello che l’attore avrebbe poi sfoggiato in tv, tra luglio e agosto. Ingrugnito e scalcinato, affetto da un tremendo eczema ai piedi che l’obbliga a girare in sandali, il «vero» John Stone ha ambizioni assai modeste. La libertà dei suoi assistiti, perlopiù spacciatori e prostitute, è l’ultimo dei suoi problemi. Punta alla via più facile, patteggiare e farsi pagare in contanti. «La verità non ti sarà di nessun aiuto» dice a Naz nell’offrirgli assistenza. Non il migliore dei biglietti da visita. L’antitesi perfetta degli azzimati legali che frequentano i tribunali di Law & Order. Di per sé, neppure un avvocato cinico e male in arnese rappresenterebbe chissà quale novità. Ma Stone non è così cinico né così male in arnese da risultare uno stereotipo. Sardonico e spietato in superficie, si rivela di fatto un concentrato di insicurezze, un cuore tenero, nonché che un uomo dalle risorse inaspettate. In altre parole, è un personaggio profondamente umano. Complesso come sa essere complessa l’umanità. In origine John Stone era stato pensato per James Gandolfini, che aveva anche interpretato l’episodio pilota, girato nel 2013 allo scopo di convincere la HBO a mettere in cantiere l’adattamento americano di una precedente serie della BBC intitolata Criminal Justice. Le perplessità iniziali dell’emittente televisiva e la scomparsa del «boss del New Jersey» hanno tenuto in sospeso il progetto di The night of per un paio di anni. Dopodiché la parte di Stone è stata proposta a Robert De Niro, che non ha potuto accettarla, e infine a Turturro, che pur essendo una terza scelta ne ha ricavato una delle sue interpretazioni migliori.

Lo speciale splendore di John Stone non oscura comunque i molti altri personaggi che popolano la serie, sorretti dalla sceneggiatura magistrale di Richard Price e da un cast straordinario. Riz Ahmed, che molti ricorderanno per Il fondamentalista riluttante e Lo sciacallo, è Naz. Bill Camp un detective solitario che indaga sul caso. Jeannie Berlin un procuratore incline alla manipolazione. Micheal K. Williams, che in The Wire era Omar Little, compare qui nei panni di un carcerato che ha trovato nel Richiamo della foresta di London la sua Bibbia. Una lista soltanto parziale perché il campionario umano ampio e variegato e nessuno dei personaggi è davvero minore, come nessuno è protagonista fino in fondo. Tutti hanno una loro complessità, un lato ambiguo, qualcosa che li condanna e qualcosa che li riscatta. E se il finale vi sembrerà ambiguo, privo di una soluzione definitiva, non è perché gli autori hanno pensato di lasciare una porta aperta a un’eventuale seconda stagione, ma perché la legge, per quanto astratta e assoluta, è amministrata da persone in carne e ossa. E le persone, si sa, non sono quasi mai del tutto giuste o ingiuste, né del tutto colpevoli o innocenti. E proprio questo è il cuore profondo di The night of: ciò che trasforma le nostre coscienze in un labirinto. Ed è sempre questo a farne un capolavoro, oltre che l’anticristo di Law & Order.

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