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«Nel West non ci sono eroi. C’è solo gente che ha paura della vita. Per questo spara, ammazza, rapina», ha dichiarato una volta Sam Peckinpah in un’intervista. Il regista del Mucchio selvaggio parlava certamente con cognizione di causa. Se ne intendeva parecchio, di western, e la sua affermazione merita quindi di essere ponderata. Qual è la vita di cui ha paura la gente del West? È la vita che anche noialtri conosciamo? E se lo è, per quale ragione non la temiamo con la stessa brutale intensità, vale a dire sparando, ammazzando e rapinando? In effetti, la questione è molto più sottile. Ciò che davvero teme la gente del West non è tanto la vita in sé, quanto il fatto di vivere in un mondo ai limiti del barbarico dove i codici morali della civiltà contano poco o nulla. Il tipo dell’antieroe western è solitamente un nomade che passa gran parte del proprio tempo lontano dagli insediamenti urbani, vivendo a contatto diretto con una natura pressoché incontaminata e non di rado ostile. Costui sembra non possedere altro se non gli abiti che indossa e un cavallo. La sola cosa che lo distingue da un selvaggio è la pistola, che peraltro usa con animalesca noncuranza. Per lui sparare ha la semplicità di un istinto. Preme il grilletto ogni qual volta si sente minacciato o ha bisogno di procurarsi qualcosa.

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Se a noialtri esseri civilizzati capitasse di trovarci in una città del West – la mitica Tombstone dell’Arizona per esempio, o la Warlock dell’omonimo romanzo di Oakley Hall, che di Tombstone è la rivisitazione letteraria – saremmo certamente più terrorizzati di questa gente avvezza a sparare, ammazzare e rapinare. Ci sbaglieremmo però di grosso se individuassimo la fonte del nostro terrore nell’alto tasso di violenza e criminalità. Nel nostro mondo esistono luoghi che non hanno molto da invidiare al West, eppure non proviamo la paura di cui parla Peckinpah. Nel nostro mondo possiamo infatti trarre un discreto conforto dalle leggi che puniscono determinate violenze e da chi ha l’incarico di far sì che queste leggi vengano rispettate. Simili garanzie esistono anche nel West. Soltanto sulla carta, però. Nei fatti, mostrano tutta la loro vanità al cospetto delle leggi imposte dalla natura, leggi che hanno la meglio non in quanto più giuste, ma soltanto perché premiano sempre e comunque il più forte. È il dominio assoluto delle leggi di natura ciò di cui ha davvero paura la gente del West, leggi che non sono state scritte per l’uomo e che, proprio per questa ragione, siamo poco disposti ad accettare e comprendere.

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La rappresentazione definitiva di cosa sia il panico terrore del West è opera di Cormac McCarthy e si intitola Meridiano di sangue. Malgrado la sua prima pubblicazione risalga soltanto a una trentina di anni fa, questo romanzo è ormai entrato nel sublime limbo dei libri senza tempo. Harold Bloom lo ha definito «il vero romanzo apocalittico americano», ponendolo un gradino sopra a quanto di meglio hanno scritto maestri quali Don DeLillo, Philip Roth e Thomas Pynchon. Ciò nonostante Meridiano di sangue rimane un capolavoro per addetti alla scrittura. Spesso la sua scarsa presa sul grande pubblico è spiegata con la lingua ostica e barocca di McCarthy. La letteratura abbonda però di testi ben più complessi che sono comunque diventati best seller o quasi. La vera ragione va dunque cercata altrove, probabilmente in ciò che ha indotto qualcuno a considerare Meridiano di sangue il libro più cruento e raccapricciante dopo l’Iliade. In teoria, nemmeno questo dovrebbe costituire un problema, visto che l’uso gratuito della violenza è ormai una costante nelle produzioni cinematografiche e letterarie più commerciali. Per giunta, il romanzo di McCarthy ricalca i tipici motivi del genere western. Riducendolo all’osso, in esso si raccontano le truculente peripezie di un ragazzo che diventa adulto al seguito di una banda di feroci cacciatori di scalpi. A sconcertare il lettore non è che i personaggi si scannino in continuazione, bensì che la loro prepotente ineluttabile follia sanguinaria non abbia alcun perché. Comunque lo si voglia intendere, il West di Meridiano di sangue è il caos allo stato brado. Ma forse «caos» non è la parola adatta. Forse è più giusto parlare dell’ira di un ordine che trascende l’umana comprensione, un ordine così superiore da schiacciarci con la più assoluta e insensata indifferenza. Con quella che ai nostri occhi sembra assoluta e insensata indifferenza. McCarthy non offre la minima consolazione. Una mattanza perenne, la guerra sempiterna: così è, se vi pare. E quand’anche non vi paresse sarebbe lo stesso. L’unica parvenza di ordine umano è incarnata dal personaggio del giudice Holden, la cui spietatezza è pari a quella del Male in persona, una sorta di angelo demoniaco sceso tra noi per annunciarci la sinistra novella: il mondo in cui viviamo è un errore cosmico. Una mano anarchica tiene in pugno il nostro destino, ed è proprio questa mano che ci ha divisi in due sessi, che ci ha creato per agire come animali da combattimento. La guerra «è la forma più autentica di divinazione», dice il giudice Holden.

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Non meno inquietante per il lettore è che McCarthy non sembra prendere alcuna posizione al riguardo. Il suo silenzio instilla inevitabilmente il sospetto che egli sia d’accordo con il malefico giudice. Per molto tempo non fu dato sapere cosa pensasse davvero McCarthy. Prima dell’intervista concessa a Oprah Winfrey nel 2007, a 73 anni ormai suonati, si era limitato a descrivere, vivendo un eremitaggio impenetrabile. Su di lui si raccontavano molte cose. Si diceva avesse vissuto per anni senza casa, spostandosi per il Texas da un motel all’altro, mangiando nelle tavole calde, portando i suoi panni sporchi nelle lavanderie a gettone, facendo il bagno nei fiumi. Difficile resistere alla tentazione di pensare che avesse modellato su di sé il personaggio del giudice Holden, malgrado fossero speculazioni prive di senso. Meridiano di sangue è il tipico capolavoro che vive di vita propria, un romanzo di tale e sinistra bellezza da sembrare il parto di uno scrittore fantasma e ineguagliabile. Lo stesso McCarthy – pur riprendendo gli stessi temi, pur continuando ad ambientare le sue storie indietro nel tempo e nei selvaggi paesaggi del Sudovest, in quegli sterminati territori dove il confine tra Messico e Texas è solo una linea arbitraria tracciata sulle carte geografiche – non ha più cercato di scrivere qualcosa di simile. Non del tutto perlomeno. Sette anni dopo avere portato a termine la sua trilogia della frontiera con Città della pianura, Cormac McCarthy è tornato a farsi vivo con Non è un paese per vecchi. Con una facile battuta, si potrebbe dire che nemmeno questo è un libro per tutti. La verità è pero un’altra: questo è sicuramente il libro più accessibile che egli mai abbia scritto.

Per certi versi, lo si potrebbe definire una rivisitazione in chiave pulp e vagamente tarantinesca di Meridiano di sangue, che a sua volta era una revisione del vecchio modo di raccontare il West, revisione che trova un suo antenato nel già menzionato Warlock di Oakley Hall, romanzo del 1958 che ha esercitato un’influenza fondamentale per gli scrittori della generazione di Cormac McCarthy. L’ambientazione di Non è un paese per vecchi è a prima vista insolita. I luoghi sono quelli abituali di McCarthy, Texas e dintorni messicani, ma niente più natura incontaminata, niente più cavalli selvaggi, niente più lupi della prateria che ululano alla luna. L’azione si svolge perlopiù in anonimi motel e strade interstatali, perché la storia è molto più vicina ai giorni nostri, una storia del 1980 per l’esattezza. L’inizio del romanzo descrive una tipica situazione alla McCarthy: un uomo a caccia di antilopi nel deserto. Tutto cambia però quando l’uomo si imbatte in un paio di fuoristrada, un bel po’ di cadaveri e una cartella contenente due milioni e mezzo di dollari. L’uomo non ci mette molto a stabilire che si tratta di un traffico di eroina andato storto. È inoltre abbastanza sveglio da capire che sarebbe meglio lasciare la cartella dov’è. Prenderla significherebbe fare la fine dell’antilope, poiché gente poco incline al dialogo si metterebbe sulle sue tracce con due soli pensieri in testa: riempirlo di pallottole e recuperare il denaro. Spesso, però, la mossa più furba è anche quella meno stuzzicante, per cui l’uomo raccoglie la cartella e fa ritorno alla roulotte dove vive insieme alla moglie, un’insipida ragazzetta diciannovenne. Costui ha praticamente il doppio degli anni di lei. Si chiama Moss ed è un veterano del Vietnam. Forse è proprio per questo che commette consapevolmente lo sbaglio più grosso della sua vita: perché vuole mettersi alla prova, perché nell’intimo confida di essere ancora un buon soldato. Moss ha però fatto male i suoi conti. Oltre ai trafficanti di droga, dovrà infatti vedersela anche con un killer psicopatico di nome Anton Chigurh che ingaggia con Moss un confronto all’ultimo sangue il cui esito finale è segnato in partenza. Chigurh è una evidente reminescenza del terribile giudice Holden. Ma la disumana spietatezza che in Meridiano di sangue corrispondeva a una visione del mondo credibile, per quanto angosciante e apocalittica, qui diventa una trasposizione letteraria di Terminator con tratti ai limiti del ridicolo. Chigurh se ne va in giro con una bombola di ossigeno e una pistola ad aria compressa con cui elimina le sue prede. Agisce come un automa. Non sembra spinto da alcuna motivazione reale se non quella di uccidere chiunque incroci il suo cammino. In sostanza, è un personaggio affatto inverosimile, ma probabilmente l’intenzione di McCarthy è proprio questa. Chigurh in inglese si pronuncia come sugar, «zucchero», ma può anche essere inteso come una variante di chigger, parola che in inglese indica una specie di acari, i trombiculidi, il cui morso è accompagnato da un dolore intenso.

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Malgrado l’apparente linearità della trama, i personaggi di Non è un paese per vecchi si comportano spesso in modo poco plausibile. Per non parlare di certe stranezze, la più macroscopica delle quali è l’uso del cellulare in un anno in cui la telefonia mobile non esisteva ancora. McCarthy descrive gli eventi fissando con precisione estrema dettagli incongrui. Il suo è un falso realismo che cozza volutamente contro una lunga serie di palesi anacronismi. Là dove Meridiano di sangue si poneva come una mitografia revisionista del genere western, Non è un paese per vecchi cerca di trasferire l’incerta dimensione temporale di quella epopea sul piano della contemporaneità o comunque di un passato molto recente. La premeditata sfasatura del romanzo è incarnata dallo sceriffo Bell, altro nome dai forti echi simbolici. Anche Bell è un veterano, ma di una guerra più antica del Vietnam, la seconda guerra mondiale, ed è proprio per una colpa di cui si è macchiato in quel conflitto che ha deciso di fare lo sceriffo. Ma quantunque animato da nobili intenzioni, egli conclude ben poco. Non riesce a impedire che Moss e molti altri vengano brutalmente assassinati né a catturare il terribile Chigurh. Per dirla tutta, non arresta nessuno e non cerca nemmeno di salvare dalla pena di morte un uomo che egli reputa innocente. L’incidenza di questo sceriffo sul corso degli eventi è nulla. In pratica non fa che assistere alla mattanza. È un puro spettatore, un testimone. Mentre il sangue scorre, tra un capitolo e l’altro, Bell offre saggi della sua visione del mondo attraverso brevi monologhi. Non è così in là con gli anni, è appena cinquantenne, ma parla come un vecchio fatto e finito, blaterando la ben nota solfa delle cose che non sono più quelle di una volta: «Stupri, incendi, assassini. Droga. Suicidi. Io ci penso a queste cose. Perché il più delle volte, quando dico che il mondo sta andando in malora, e alla svelta, la gente mi fa un mezzo sorriso e mi dice che sono io che sto invecchiando». Bell è uno sceriffo capace solo di lamentarsi e rimpiangere. In quanto rappresentante della legge, l’unico risultato che sembra in grado di raggiungere è dimostrare che l’ordine costituito dall’uomo nulla può contro il caos supremo della Natura e le violenze che ne derivano. Un momento illuminante è quando Bell dice la sua sull’aborto: «Mi sono ritrovato seduto vicino a una signora, la moglie di non so chi. E continuava a parlare della destra che aveva fatto questo e della destra che aveva fatto quest’altro. Non sono nemmeno sicuro di aver capito qual era il punto… Alla fine mi ha detto: Non mi piace la direzione in cui sta andando questo paese. Voglio che mia nipote sia libera di abortire. E io le ho risposto guardi signora, secondo me non si deve preoccupare della direzione in cui va il paese. Per come la vedo io, non c’è il minimo dubbio che sua nipote potrà abortire, ma sarà libera anche di mandare lei al Creatore. E in pratica il discorso è finito lì». Uno sceriffo di vedute alquanto ristrette, dunque. Un uomo che non ci penserebbe due volte a votare per un Bush o per un Trump. Il classico repubblicano per cui la parola «progresso» non è che un sinonimo di degenerazione. Dalle sue parole traspare però una strana e toccante forma di compassione per un’umanità condannata a scannarsi in base a una legge di natura. Il triste fatalismo di Bell è, alla resa dei conti, la nota più calda di un romanzo altrimenti gelido e senza speranza. E sebbene sia del tutto inadeguato per l’ingrato compito di riportare nel mondo un po’ di ordine e giustizia, questo sceriffo è comunque uno spettatore con un’anima. Magari non salverà nessuno né capirà granché del mondo, ma guarderà le disgrazie della gente e ne soffrirà. Una magra consolazione, è vero. Del resto, i romanzi di Cormac McCarthy sono scritti essenzialmente per chi è disposto a sapere cosa significa avere paura della vita. La paura che si prova in quel pianeta tinto di rosso e senza tempo chiamato West.

 

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