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«Era l’ora sacra del la siesta». In queste parole, attacco del quarto capitolo del secondo romanzo di Albert Cossery, il primo dei cinque da lui scritti in Francia, è condensato l’indispensabile sull’uomo e la sua opera. Quanto alla vita, nell’introdurre ai lettori italiani il libro in questione, I fannulloni nella valle fertile, Giuseppe A. Samonà, autore tra l’altro della raffinata traduzione pubblicata da Einaudi, prova a sintentizzarla alla maniera di un «haiku giapponese» o una «finta nota biografica alla Perec». Cossery nasce al Cairo nel 1913 per trasferirsi a Parigi nel 1945, dove vivrà perlopiù in un albergo fino alla morte, sopraggiunta nel 2008. L’haiku di una lunga esistenza dunque, quasi centinaria, scarsamente movimentata sebbene vissuta in un secolo tumultuoso, giacché Cossery fece di tutto per non movimentarla. La sacralità del riposo postprandiale andava, per lui e per i suoi personaggi, inquadrata in una filosofia tutta imperniata sull’ozio, con il sonno a fare da chiave di volta e rifugio, barricata contro «la funesta presenza degli esseri e delle cose». Tale era il suo distacco, la sua sfiducia nella possibilità di cambiare «un mondo avvilente e miserabile», da affermare, come fece in un’intervista, che era soltanto il bisogno di pisciare a strapparlo dal letto, comunque mai prima di mezzogiorno. Da questa sua condotta di vita, ispirata a una gaudente inattività, non si discostò mai. Il Cossery ultranovantenne trascorreva ore seduto nei caffè di Saint-Germain-des-Prés a osservare il prossimo, proprio come faceva da giovane, anche se in un’altra città, la capitale egiziana, e in altri caffè, quelli della Cittadella, in cima a tutti lo stesso «caffè degli specchi» in cui era solito rintanarsi pure Nagib Mahfuz.

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Nonostante la famiglia godesse di un relativo agio, al mondo borghese, che stancamente disprezzava, Cossery preferiva l’umanità cenciosa e furfantesca dei bassifondi. Un po’ come l’ex professore di filosofia che in Mendicanti e orgogliosi, suo terzo romanzo, sceglie un’esistenza da straccione tossicodipendente e contabile di un bordello pur di restare uno spirito libero, salvo poi ritrovarsi assassino di una prostituita e finire tra i sospettati di un improbabile poliziotto omossessuale. Alla base della sua formazione letteraria pare ci fossero Delitto e castigo, letto in un’età in cui sarebbe indicato tutt’altro genere di libri, e il personaggio di Julien Sorel, che non smise mai di ammirare; ma anche i film che vedeva insieme alla madre analfabeta e alle cui storie si ispirarono i suoi primi tentativi di scrittura; e la scuola francese cui venne mandato, un po’ perché rientrava nella tradizione della buona società egiziana, un po’ perché era vicino casa e si confaceva quindi all’indole di famiglia, la pigrizia. Pur scrivendo in francese, Cossery seguiterà a pensare con la lingua materna, l’arabo, come resteranno per sempre legati a quel mondo temi, luoghi e caratteri dei suoi libri.

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Di Parigi, città in cui dimorò per quasi due terzi della sua vita, non c’è praticamente traccia nella sua opera. Eppure cose da raccontare ne avrebbe avute, giacché l’ozio non gli impediva di dedicarsi al piacere, tutt’altro. Si vantava di avere sedotto tremila donne, gareggiando con Albert Camus, altro grande ammaliatore. Frequentò personalità di riguardo quali Giacometti, Juliette Greco, Boris Vian, Marcello Mastroianni. Ma tutto ciò restò eclissato a vantaggio della nebbia dei ricordi di gioventù. Allo stesso modo, Cossery si tenne lontano da circoli letterari dove il suo nome era tuttavia noto già prima dell’arrivo nella rive gauche. Nel 1941 aveva raccolto cinque racconti in un volume che si guadagnò l’apprezzamento di Lawrence Durrell e Henry Miller. Quest’ultimo si adoperò perché Gli uomini dimenticati da Dio venisse pubblicato anche negli Stati Uniti, evidenziando come l’autore raggiungesse «abissi di disperazione, di avvilimento e di rassegnazione che neanche Gor’kij o Dostoevskij hanno registrato». In Italia il libro arrivò grazie a Rizzoli soltanto nell’anno della morte dello scrittore, accompagnato da una bella prefazione dove, quanto alla costante rievocazione dei luoghi natii, Emanuele Trevi osserva: «come l’amato Gogol’, che scriveva Le anime morte nelle locande di Roma, Cossery ha dato forma al suo Egitto nella prospettiva di un esilio volontario, che è simile a quella di un cannocchiale rovesciato. Potente catalizzatore di soluzioni estetiche, la lontananza semplifica il tratto e lo costringe a un indelebile nitore». Sempre a questo proposito, e non meno acutamente, Samonà osserva che il realismo di Cossery, agli antipodi rispetto a quello di Mahfuz, ha un che di spettrale. Il suo «è un Egitto di fantasmi. Da lontano, dall’interno di un esilio in certo modo scelto e amato, Cossery fruga in un mondo di pura memoria – ed ecco che la realtà diventa onirica, surreale, pietosa e comica, grottesca».

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È però possibile individuare anche un’altra origine, tanto dell’attaccamento all’Egitto quanto del nitore spettrale in cui questa affezione viene a manifestarsi. Chi ha provato ad attardarsi nel letto al mattino avrà probabilmente sperimentato come il prolungato fluttuare nel dormiveglia produca, se non si è più giovanissimi, immagini ricorrenti, spesso legate a luoghi e momenti circoscritti del passato, e sempre contrassegnate da una strana, torpida nitidezza. Non per nulla il sonno, il come si dorme, ciò che precede e segue questa attività e soprattutto il limite tra i due mondi costituiscono motivo di costante riflessione per i personaggi di Cossery, nonché una maniera di ragionare per sensazioni, simile ad altri stati di semicoscienza, se non di coscienza aumentata; vedi ovviamente l’ottundimento causato dall’hashish. Pensieri per sensazioni come questi, contenuti nei Fannulloni nella valle fertile: «Aveva l’impressione di nuotare contro corrente in mezzo a un fiume dai gorghi perfidi. Di tanto in tanto, con supremo sforzo, riusciva a liberarsi; alzava la testa e respirava profondamente. Poi, di nuovo, si trovava immerso in quegli abissi di una dolcezza che annichiliva. I fiotti d’un sonno immenso e corruttore lo ricoprivano interamente. Ancora una volta, risalì alla superficie per respirare».

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La speciale lucidità del torpore protratto, un misto di sovraeccitazione e ovattamento dei sensi, concorrono non soltanto alla definizione dello stile, del particolare realismo dell’autore, ma anche, e forse soprattutto, al suo modo di praticare la scrittura. Cossery fu scrittore parchissimo perché scriveva poco e lentamente, al ritmo di una frase al giorno, se non di una settimana o più. Frasi che ripensava e limava con la metodicità di chi si rigira in un letto. La sua idea era che «la scrittura non deve esistere a detrimento della vita». E chissà che il suo attaccamento all’Egitto non fosse anche un modo per tenere la vita, Parigi, al riparo dalla letteratura. Come è anche probabile che l’ostinata opposizione a qualsiasi forma di accadimento, tipica dei personaggi di Cossery – vedi il Rafik dei Fannulloni nella valle fertile, che si adopera per dissaduere il fratello dal cercarsi un lavoro e il padre vedovo dal risposarsi – è che l’accadere appartiene all’inerzia dell’esistere, mentre la letteratura si esplica in una contemplazione riottosa, parente di quella di Bartlebly, sebbene volta, come nota ancora Samonà, allo sfondamento del muro, all’affrancamento da tutto, «dove si trova la libertà».

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