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Ragazza con paesaggio è un romanzo di Jonathan Lethem ma il titolo sembra quello di un quadro. Infatti prende le mosse da un precedente racconto dell’autore il cui protagonista è un tormentato pittore che si vede costretto a scendere a patti con la propria bisessualità per via degli ingarbugliati sentimenti che lo legano a una coppia di amici sposati. Il racconto è ambientato sul fantomatico pianeta degli Archisti, per l’appunto lo scenario che fa da sfondo anche al romanzo in questione. Inoltre, Lethem è figlio d’arte ovvero di un pittore. In gioventù pensò di seguire le orme paterne e a tale scopo frequentò un college del Vermont. Piantati gli studi a metà, raggiunse la California servendosi del vecchio metodo hippy dell’autostop. Vi rimase una decina d’anni lavorando come commesso in varie librerie perché ormai aveva capito che il suo scopo nella vita era diventare scrittore. Non gli è però riuscito di recidere completamente i legami con le proprie radici. I suoi libri contengono sempre rimandi alle arti visive e lo stile della sua narrazione è decisamente immaginifico. Lethem è uno scrittore che scrive con gli occhi ed è perciò incline alle contaminazioni. È il genere di scrittore per il quale forme di arte popolare e vilipesa come i fumetti dei supereroi possono tranquillamente permeare lo spirito di un romanzo. È insomma il tipico scrittore dei nostri tempi.

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Karel Thole

Ragazza con paesaggio è dunque un perfetto esempio della strada imboccata dalla narrativa americana nello scorso decennio, la strada di una scrittura ibrida, volutamente in bilico tra il genere e la letteratura «seria». Pubblicato originariamente nel 1998 è stato definito un western dallo stesso Lethem. Ma ha tutta l’aria di un romanzo di fantascienza. L’azione prende il via in un’agonizzante Brooklyn del futuro dove lo strato di ozono è solo un ricordo e la popolazione è costretta a ripararsi dai sempre più infuocati raggi del sole. Forse non è il mondo migliore in cui vivere ma per la tredicenne Pella Marsh è comunque il suo mondo e non vede la ragione per cui lei e la sua famiglia debbano abbandonarlo. Il padre, da poco uscito malconcio da una competizione elettorale, la pensa però diversamente. La decisione è presa: si trasferiranno sul lontano pianeta degli Archisti. Giunti a destinazione, Pella e i suoi fratelli minori si trovano davanti un mondo scarsamente popolato perché gli umani che hanno pensato di stabilirsi tanto lontano dalla Terra sono pochi e ancor meno sono i superstiti dell’antica civiltà indigena, gli Archisti, che si contraddistinguono per alcune stranezze tra cui il fatto di essere ermafroditi. Volendo essere precisi, ogni cosa sul pianeta sembra essere il frutto di una strana ibridazione. Come per esempio minuscole creature onnipresenti sempre impegnate a spiare gli altri e che tutti chiamano cervi domestici sebbene siano più simili a giraffe in miniatura. O come le patate degli Archisti, piante commestibili che tutto sono fuorché patate. L’aggettivo che meglio qualifica il paesaggio in cui si trova catapultata la ragazza è: ambiguo. Anche il fatto che l’autore affibbi l’appellativo di western a questo insolito romanzo pare viziato da una certa ambiguità. Per quale ragione una storia che ricalca motivi e atmosfere che ricordano da vicino Cronache marziane di Bradbury e Noi marziani di Philip Dick, e forse anche il più recente Desolation Road di Ian McDonald, dovrebbe essere un western? Tanto più che la famiglia in fuga dalla Terra si chiama Marsh, un nome che ricorda da vicino quello inglese del pianeta rosso, Mars.

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È lo stesso Lethem a venirci in soccorso spiegando che il romanzo è una rielaborazione del punto di vista del personaggio interpretato da Natalie Wood in Sentieri selvaggi di John Ford, un classico assoluto del genere datato 1956. Molti ricorderanno che pur apparendo in appena un paio di sequenze, il personaggio della Wood occupa comunque un posto centrale nell’economia del film, in quanto è una ragazza che in tenera età fu rapita dagli indiani Comanches e che lo zio, interpretato da John Wayne, cercherà per anni. Da parte sua, John Wayne è un reduce sudista, un cavaliere solitario e spietato che detesta gli Indiani più di ogni altra cosa al mondo e che pertanto vuole trovare sua nipote per ucciderla. Ai suoi occhi, la ragazza è ormai «contaminata», è diventata ella stessa una pellerossa. Il film è una straordinaria metafora delle paure xenofobe che strisciano sottotraccia nella cultura americana. Paure che Wayne incarna benissimo quando dice: «Al diavolo l’ambiguità. Perversione e corruzione spacciate per ambiguità. Non mi fido dell’ambiguità». Parole che non per nulla fanno da epigrafe a Ragazza con paesaggio. Giustamente Lethem rileva che nel suo detestabile rifiuto per tutto ciò che è diverso, meticcio e ambiguo, il personaggio di John Wayne esercita una perversa attrazione sessuale. La scena finale in cui insegue Natalie Wood ha il vago sapore di uno stupro. Fino all’ultimo non riusciamo a capire quali siano le intenzioni dello zio razzista: se vuole uccidere la nipote, come ha già cercato di fare, o abbracciarla, come in effetti farà. Ragazza con paesaggio trova in Efram Nugent il John Wayne della situazione. Efram è un individuo arrogante che adora imporsi sugli altri con la forza della propria personalità e detesta i nativi del pianeta per le stesse ragioni che inducono Wayne a detestare gli Indiani. A suo modo di vedere, gli inoffensivi e cortesi Archisti sono esseri da disprezzare perché ambigui e corrotti. La giovanissima Pella Marsh è al contempo atterrita e attratta da questo adulto odioso. Al suo cospetto, prova brividi di emozioni che la intimoriscono e le fanno desiderare di tornare bambina, di essere meno grande di quel che è. Ma al tempo stesso vuole pure che Efram la noti; vuol essere per lui qualcosa di più di una piccola mocciosa. In un certo senso anche Pella è una creatura ambigua. Ha tredici anni. Sta vivendo quella fase un po’ ibrida dell’esistenza che passa sotto il nome di pubertà. È ancora una bambina ma Efram le fa scoprire la donna che è già in lei. C’è in Pella, come in molti altri personaggi di Ragazza con paesaggio, un’ambiguità sessuale che genera conflitti interiori e sensi di colpa.

Finanche il romanzo nel suo complesso ha un che di meticcio, sospeso com’è tra western e fantascienza. E forse non è un caso che Lethem lo abbia ambientato sul pianeta degli Archisti. La pronuncia del termine usato nell’originale inglese, Archbuilders, suona quasi come Arcimboldo, l’artista italiano noto per i suoi eccentrici quadri dove frutta, ortaggi e simili sono assemblati in modo tale da restituire l’illusione di un volto umano. Una pittura meticcia, visto che fondeva il genere del ritratto e quello della natura morta. Ragazza con paesaggio è però molto più di un capriccio. È un romanzo che va dritto al cuore dell’ambigua natura dell’America. Che parlino di Indiani o di abitanti di un pianeta lontano, che celebrino la frontiera del vecchio West o l’immensità degli spazi siderali, che siano veri o inventati, i miti americani nascono da un’insanabile contraddizione: sentirsi al contempo vittime e carnefici, invasori e invasi, purosangue e meticci. Non potrebbe essere altrimenti, visto che l’America ha sulla coscienza un genocidio, visto che ha edificato la propria nazione su una terra che apparteneva ad altri, a quegli Indiani che ha a lungo considerato una minaccia temibile quanto potrebbe esserlo un’orda di alieni malintenzionati e tecnologicamente avanzati.

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Tra gli scrittori che per primi affondarono il coltello in questa piaga della psiche americana va certamente ricordato Thomas Berger e il suo Piccolo Grande Uomo che fu a suo tempo tradotto da Luciano Bianciardi e ispirò un memorabile film con Dustin Hoffman. Il romanzo risale al 1964 ed è in piena sintonia con il gusto per la parodia tipico della letteratura postmoderna di allora: in apparenza un western, nella sostanza una black comedy. Protagonista è «il defunto Jack Crabb – uomo di frontiera, tiratore, cacciatore di bisonti, Cheyenne adottivo», un individuo che è tante cose insieme perché è un uomo bianco che, a partire dall’età di dieci anni, è stato allevato dagli Indiani. È, in altre parole, una persona in bilico tra due opposti, un individuo che non si sente a casa in nessun posto. Ciò non gli ha impedito di fare molte esperienze. In qualità di Cheyenne, ha avuto quattro mogli e ha assistito al massacro della propria gente da parte dei soldati del generale Custer. Nei panni di uomo bianco, ha a sua volta contribuito a uno sterminio, quello dei bisonti, e se l’è vista con pericolose celebrità dell’epoca, tipacci del calibro di Wyatt Earp e Bill Hickok. Ha inoltre combattuto nella storica battaglia di Little Bighorn al fianco di Custer, sebbene avesse a suo tempo giurato di ucciderlo. Jack Crabb – Piccolo Grande Uomo per i Cheyenne – è una contraddizione vivente. Ironia della sorte ha voluto che il non essere né una cosa né l’altra gli abbia sempre consentito di trovarsi al centro di eventi importanti. Crabb è il grande testimone della Storia americana, il solo che la conosca per intero in quanto l’ha vista da entrambi i fronti.

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Il problema è che nessuno può garantire che le cose siano andate come Crabb le racconta. Il romanzo ci viene presentato come la trascrizione di cinquantasette nastri incisi dalla viva voce di Piccolo Grande Uomo quando era ormai più di là che di qua alla venerandissima età di centoundici anni. La presentazione ha il chiaro intento di screditare l’insolito narratore. «Il testo è fedele al racconto del signor Crabb, così come fu trascritto, parola per parola, dai nastri magnetici… Crabb era un buon raccontatore e aveva un orecchio acuto: non so proprio come spiegare certe sue contraddizioni. Noterete questo: mentre il racconto diretto, in prima persona, è sgrammaticato, un personaggio colto come il generale Custer parla in punta di forchetta». Non resta che rassegnarci: la Storia americana, come del resto la Storia in generale, o è faziosa e quindi falsa o è confusa e quindi inattendibile. Più che nel mezzo, la verità è in tutto ciò che è mezzosangue, ambiguo, spurio, promiscuo.

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