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George e Lennie non chiedono tanto, solo di acquistare un pezzetto di terra e viverci. Non è tanto ma sempre più di quanto riescono a tirar su lavorando nel caldo dei ranch dell’Ovest. Non è tanto ma è comunque troppo, se hai il destino contro, se il tuo amico è costretto a ucciderti perché ogni cosa che carezzi diventa cadavere e senza volerlo hai ammazzato la moglie focosa di chi ti ha dato lavoro. La tragica storia di Uomini e topi arrivò in Italia nel 1938 con Bompiani, poco dopo l’uscita negli Stati Uniti dove John Steinbeck si dichiarava nel frattempo sorpreso dal sostanzioso assegno inviatogli dall’agente. Quattro anni prima Pian della Tortilla aveva goduto di una buona accoglienza ma le vendite del nuovo «piccolo grande libro», come lo definì un critico del New York Times, superarono le aspettative. Rilevante seppure per diverse ragioni fu anche l’impatto che ebbe da noi, in un paese ormai prossimo a emanare la vergogna delle leggi razziali. Uomini e topi rappresentò un tessello significativo del cosidetto decennio delle traduzioni. Cesare Pavese, lo ricorderà come un momento fatale: «L’Italia era estraniata, imbarbarita, calcificata – bisognava scuoterla, decongestionarla e riesporla a tutti i venti primaverili d’Europa e del mondo». Parole che acquistano un’immediata concretezza se accostate a quelle di Sergio Garavini, sindacalista torinese cresciuto nella «temperie del Ventennio» e che ricorda così, in Qualcuno era comunista di Luca Telese, l’impatto delle trasgressioni culturali rappresentato dalle traduzioni di Caldwell e Steinbeck a opera di Vittorini, Montale e dello stesso Pavese: «Lessi Uomini e topi e piansi di rabbia per l’ingiustizia del mondo. Sono arrivato in fabbrica, da sindacalista, per una scelta di campo. Perché senza rendermene conto avevo sovrapposto all’alfabeto della letteratura progressita degli anni quaranta le facce autentiche e per me bellissime dei compagni delle fabbriche, della gente che possedeva solo l’etica del lavoro».

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Quanto allo specifico letterario, reminiscenze evidenti della novella di Steinbeck emergono dal titolo di un romanzo di Vittorini, Uomini e no. Ancora più sostanziali sono per forza di cose le tracce riscontrabili in Paesi tuoi di Pavese, che tradusse Uomini e topi poco prima di gettarsi nella composizione del suo breve romanzo d’esordio. Il contesto storico in cui Pavese e altri leggevano gli americani, l’influenza che le loro traduzioni hanno esercitato a vari livelli, il valore di rivolta simbolica che incarnavano agli occhi della cultura ufficiale fascista: basterebbero questi elementi a fare della versione che Pavese ci consegnò di Uomini e topi un patrimonio della nostra letteratura e dunque a giustificare il fatto che per lungo tempo sia rimasta l’unica disponibile. A ciò si aggiunga che Pavese era un traduttore scrupoloso, capace di soluzioni felici, inferiore forse soltanto a Bianciardi tra gli scrittori che nel Novecento si cimentarono in questa disciplina agra. Con Uomini e topi, fece nel complesso un buon lavoro, soprattutto alla luce delle difficoltà imposte dai tempi. Se a volte il suo Steinbeck si mostra non sufficientemente crudo e esplicito nei dialoghi, se un epiteto come bitch viene fin troppo morbidamente restituito con «gatta», non è per sprovvedutezza bensì per la necessità di prevenire la censura. Il successo dei libri che giungevano dall’America fu tale che il regime dovette chiudere un occhio, ma tollerò comunque a denti stretti e «sempre pronto a profittare di un passo falso, di una pagina più cruda, d’una bestemmia più diretta, per pigliarci sul fatto e menare la botta».

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Alla lunga però, al di là dei suoi peccati veniali e in parte obbligati, e malgrado i suoi pregi letterari, lo Steinbeck di Pavese non poteva scampare l’inconveniente che sempre finisce per affliggere qualunque traduzione, quello di invecchiare più dell’originale. Dopo quasi ottanta anni era fatale riavvicinare Uomini e topi alla lingua corrente e Bompiani lo ha fatto affidandolo nuovamente a uno scrittore, Michele Mari. Nell’introduzione al volume, Luigi Sampietro illustra in termini molto puntuali il lavoro svolto a suo tempo da Pavese, ma non si pronuncia in alcun modo su quello di chi è stato chiamato a succedergli. Un silenzio opportuno, che consente al lettore di accostarsi a questa nuova versione con l’orecchio sgombro, senza altre indicazioni se non i tratti fondamentali dello stile di Steinbeck. Del resto quando Sampietro definisce «screziato di piemontese» e sostenuto da «elisioni, impennate e sprezzature» l’italiano che Pavese fa scaturire dai dialoghi sgrammaticati dell’originale, diventa pressoché impossibile non notare come Mari si sia mosso in direzione affatto diversa conferendo ai personaggi una lingua molto più consona alla loro condizione di illetterati, ovvero più asciutta e quasi bruta, ignara del congiuntivo e tenacemente radicata nell’imperfetto. L’assenza di colori dialettali evidenti, tratto ormai fin troppo consolidato delle traduzioni odierne, ha però il benefico effetto di attenuare l’irruenza di questo parlato, velandolo quel tanto da risospingerlo verso il limitare della parola stampata. Mari è in possesso di un italiano tra più abbacinanti in circolazione, frutto di letture diversissime, incluse quelle indimenticate e truculente della sua «sanguinosa infanzia». Una ricchezza qui mai esibita e tuttavia percepibile con la nettezza di un’eco muta. Si ha così l’impressione che lo scrittore abbia contenuto le proprie possibilità espressive con un’intenzione precisa, quasi vi vedesse un’equivalente della forza straordinaria, involontariamente omicida di Lennie Small.

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Da sempre in Mari si agita un’attrazione verso le energie irrefrenabili e animalesche, i mostri generati dall’insonnia della natura. Si pensi a Di bestia in bestia, il cui titolo suona tanto come una dichiarazione di poetica quanto come una mini-autobiografia condensata in un settenario. Il Lennie di Uomini e topi, che Sampietro definisce un mostrum naturae, sembra concepito apposta per alimentare le fantasie di uno scrittore come Mari, che infatti se ne è appropriato in Roderick Duddle, il più romanzesco dei suoi romanzi, dove compare identico praticamente in tutto tranne che per la fine, meno penosa di quella assegnatagli da Steinbeck, a conferma dell’affetto che Mari nutre per i mostri. Tanto affetto ha generato un Uomini e topi con la ruvidezza lucente dell’epica, in cui la denuncia sociale del racconto si fa più sfumata e lascia emergere il «naturalistico mitico» che era in Steinbeck, quel suo modo di scrivere «sì realistico, ma solo in superficie». Ed è anche per questo che la versione di Mari ci appare come la risposta ideale al dubbio che Pavese si poneva nel 1947, ripensando al decennio delle traduzioni: «Ora, il tempo è mutato e ogni cosa si può dirla, anzi è più o meno stata detta. E succede che passano gli anni e dall’America ci vengono più libri che una volta, ma noi oggi li apriamo e chiudiamo senza nessuna agitazione. Una volta anche un libro minore che venisse di là, anche un povero film, ci commuoveva e poneva problemi vivaci, ci strappava un consenso. Siamo noi che invecchiamo o è bastata questa poca libertà per distaccarci?»

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