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Finché morte non ci separi. La formula può variare a seconda del rito, ma il succo resta: il matrimonio è per sempre. Per quanto sia diventata dissolubile, la promessa non ha perso il suo fascino, ha solo mutato di accento. Quel che un tempo era un vincolo definitivo oggi somiglia più a un empito. In fondo ci si sposa ancora nella speranza che duri e proprio perché la speranza è appesa agli umori dei coniugi, proprio perché sono ormai in molti a separarsi assai prima di spirare, le coppie che resistono felici e contente vengono studiate come esemplari rari; sono oggetto di ammirata e invidiosa attenzione, nonché motivo di speculazione. Ci si chiede come sia possibile, come facciano, cosa nascondano. Perché se è vera la vecchia teoria per cui dietro a un grande uomo c’è sempre una grande donna, a maggior ragione dietro a un matrimonio riuscito deve esserci un segreto ben conservato. E dove c’è un segreto deve esserci per forza una storia come quella raccontata in Fato e furia, il romanzo di Lauren Groff che Barack Obama, bibliofilo notoriamente esigente, ha messo in cima alle sue preferenze per l’anno 2015. La moglie Michelle ha invece indicato The light of the World, un memoir nel quale l’autrice, la poetessa Elizabeth Alexander, riflette sull’improvvisa scomparsa del marito. Malgrado appartengano a generi diversi, i due libri hanno molto in comune. Entrambi parlano di un matrimonio felice che solo la morte ha spezzato. In entrambi i casi il decesso è prematuro. In entrambi i casi a morire anzitempo è il marito, sicché il peso della perdita, dello sguardo retrospettivo, è lasciato alla donna. In entrambi i casi, infine, l’unione coniugale appare tutt’altro che sorpassata. Non è una prigione né un ricettacolo di rancori e tradimenti, ma un patto luminoso.

Si dirà che per Barack e Michelle è fin troppo facile riconoscersi in visioni positive del matrimonio, essendo loro, almeno in apparenza, la coppia più perfetta del pianeta. Caso vuole però che il romanzo scelto dall’ormai quasi emerito presidente degli Stati Uniti sia stato anche tra i più letti e discussi dell’anno. A originare un così vasto interesse, oltre la qualità della scrittura, non è stato tanto l’argomento quanto il modo di trattarlo. Il matrimonio in questione è quello di Lotto e Mathilde. Lotto è talmente bello e solare che dà per scontato il fatto di essere apprezzato e desiderato. Vuole fare l’attore. L’altezza eccessiva e lo scarso talento dovrebbero indurlo a propendere per altre strade, ma la sua famiglia è ricchissima e può dunque permettersi scelte sbagliate. Mathilde non è meno bella, ma il suo è lo splendore di una principessa di ghiaccio e dal passato nebuloso, per non dire oscuro. Tanto oscuro che la madre di Lotto prova a ostacolare il matrimonio, negando i viveri. Ovviamente i due giovani non si danno per vinti. Del resto, che importa vivere di stenti in un seminterrato del Greenwich Village, se si vive al fianco della persona amata? Per giunta, Mathilde è una ragazza piena di risorse. È lei quella che lavora sodo, che si fa in quattro per quadrare i conti, che sbriga le faccende di casa senza far pesare a Lotto i suoi insucessi di attore, bensì sostendolo in tutto. Non che ci siano soltanto rose e fiori. Gli sposi non hanno figli, per dirne una, malgrado lui li desideri e lei non si dichiari contraria pur tendendo a eludere l’argomento. Nemmeno questo mette però a repentaglio un’armonia così perfetta da generare invidie e sospetti. Quale sia il segreto lo si scopre nel passaggio dalla visione romantica di lui a quella più oscura e gotica di lei. Il romanzo si compone infatti di due parti, quasi due libri distinti, molto diverse tra loro. Nella prima osserviamo il matrimonio attraverso gli occhi di Lotto, resi un po’ ciechi dall’eccessiva fiducia di chi è abituato a piacere e piacersi. Nella seconda, quando è lo sguardo di lei a guidare il racconto, emerge un lato inaspettato e rabbioso, la conferma che al cuore di un buon matrimonio c’è sempre un nocciolo di segreti ben custoditi.

La struttura bipartita di Fato e furia non è certo una novità. La si è vista di recente in una seguitissima serie tv, The affair, dove la relazione adulterina tra uno scrittore e una cameriera viene sviscerata di episodio in episodio alternando i punti di vista degli amanti. Ma la somiglianza maggiore, seppure su un piano letterario molto diverso, è quella con L’amore bugiardo. Nel thriller romantico di Flynn Gillian, poi diventato un film diretto da David Fincher, alla narrazione del doppio binario si aggiunge un elemento distintivo ancora più significativo: un preciso modello di trama, quello della Moglie Fenice, per usare l’azzeccata definizione del giornalista Boris Kachka. Chi è la moglie fenice? È la donna che da principio sembra occupare un ruolo silente e dimesso per poi acquistare forza, rivelandosi il vero burattinaio della relazione. Ed è proprio la natura della moglie a far sì che lui e lui raccontino storie diverse, pur vivendo uno stesso matrimonio. Come è la diversità di prospettive, la cecità di uno di fronte ai segreti dell’altro, a funzionare da collante, a cementificare il rapporto. Che il partner ignaro sia quasi sempre l’uomo non deve stupire. Accadeva anche nell’Ottocento, ai tempi di George Eliot, che in Middlemarch scriveva: «Se lui avesse idea da cosa lei era stata attratta… sarebbe rimasto mortificato». La trama allora dominante ruotava perlopiù attorno ai rituali del corteggiamento, agli ostacoli che si frapponevano alle nozze. La trama del matrimonio, peraltro titolo di un bel romanzo di Jeffrey Eugenides di qualche anno fa, rappresentò un tassello importante nell’ascesa della classe media. L’epica romantica, anticamente appannaggio esclusivo di cavalieri e fanciulle aristocratiche, accoglieva ora la più vasta umanità dei comuni mortali.

Quella stessa trama, complice la diffusione del benessere economico e di molte altre cose, ha però finito per esaltare gli egotismi e incrinare l’unione coniugale, aprendo le porte all’idea di matrimonio come tomba dell’amore. «Ogni coppia, ogni matrimonio, erano malati. Quest’idea, come un salasso, mi purgava. Ero infelicemente normale, ero normalmente infelice» si lamenta Leonard Michaels in Sylvia, libro in parte autobiografico e in parte romanzo che racconta di un amour fou nell’infuocato Greenwich Village dei primi anni ’60, un matrimonio che si risolve in tragedia, nella convinzione di lei, Sylvia, che l’amore sia un godimento a tempo pieno da cui non è possibile uscire incolumi. Ma i tempi stanno cambiano, cantava Dylan proprio allora. E sono cambiati. Le donne come Sylvia appartengono al passato, quelle di oggi sono mogli fenici. Almeno nei romanzi. La vita, si sa, è un’altra storia.

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