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Quattro uomini, una città. Un pittore, un attore, un architetto, un avvocato. Ognuno con le sue ambizioni in una città, New York, dove l’ambizione è spesso l’unica cosa che le persone hanno in comune. Il pittore culla sogni di gloria negli uffici di una rivista d’arte dove è impiegato come centralinista. L’aspirante attore sbarca il lunario facendo il cameriere in un ristorante di lusso. L’architetto, frustrato rampollo di una ricca famiglia dell’Upper East Side, lavora in uno studio di grande prestigio. L’avvocato ha la stoffa per una grande carriera ma è piagato da un passato tormentoso e segreto. A unire percorsi tanto lontani, in un luogo dove si bada soprattutto a se stessi, è la forte amicizia nata quando i quattro studiavano in un’università del New England. Si chiamano JB, Willelm, Malcolm e Jude. Li vediamo arrivare a Manhattan in un anno imprecisato ma verosimilmente sul finire dello scorso millennio, assieme al nutrito esercito di giovani che ogni autunno si insediano sull’isola pronti a battersi e dannarsi per il successo. Willelm e Jude possono permettersi soltanto «un cesso di appartamento». Malcolm vive con qualche senso di colpa l’agiatezza che ha ereditato. JB progetta di rappresentare in una sequenza di quadri il corso quotidiano delle loro vite, al momento animate ancora da feste, progetti, amori, relazioni più o meno occasionali e soprattutto da quel gioioso senso di avventura che sempre si accompagna alla giovinezza. La sequenza di quadri prosegue nel tempo, tallonando i giovani per tre decenni, ritraendoli nel loro diventare uomini, cinquantenni, nel loro farsi una posizione, nel venire a patti con la propria sessualità seppure per vie talvolta tortuose, come nel caso di Willelm, che deve rincorrere diverse donne prima di ammettere la sua attrazione per Jude. Tutto ciò lo osserviamo nei quadri di JB, ma soprattutto in un romanzo di Hanya Yanaginara, Una vita come tante, le cui dimensioni imponenti superano non di poco il migliaio di pagine nella titanica e cristallina traduzione di Luca Briasco.

Geoffrey Chadsey, «Boys in the Band» (2006)

Geoffrey Chadsey, «Boys in the Band» (2006)

L’impressione resta comunque vicina a quella di una sequenza di quadri e non perché il libro sia un susseguirsi immagini raggelate e chiuse in se stesse, com’è tipico di tanta arte figurativa. Al contrario, la narrazione procede fluente e sinuosa, con un calore da grande saga. Se si ha la sensazione di contemplare una mostra sull’amicizia, concepita alla maniera di una retrospettiva della vita dei quattro personaggi, è per altri ragioni. Per esempio, l’assenza di qualunque riferimento storico. Nessuno degli eventi che hanno segnato la vita della New York attuale è presente nel romanzo, a cominciare dal traumatico attacco alle Torri Gemelle. La città è perfettamente dipinta, più che riconoscibile nelle sue vibrazioni, ma appare sospesa in uno strano vuoto temporale, come un quadro appeso a una parete. Le memorie di decenni da poco trascorsi affiorano soltanto da piccole cose di natura perlopiù artistica o letteraria, la copia consunta di un romanzo DeLillo, le foto di Lorna Simpson. C’è poi lo sguardo di Yanagihara, quello di una scrittrice che si sofferma sull’amicizia, tema oggi non particolarmente esplorato dalla letteratura. Uno sguardo per forza di cose da pittore ovvero distante. Parliamo infatti di un’amicizia tra uomini e gli uomini, diversamente dalle donne, confidano con più difficoltà debolezze e paure. «Non tanto perché non sappiano parlarne – precisa Yanagihara – quanto perché a volte non sanno neanche dare un nome a ciò che provano». Infine Jude. Il post-uomo, come lo definisce JB. Per lungo tempo gli altri tre amici non lo vedono mai con nessuno, ignorano da dove venga e perfino di che razza sia. «È post-sessuale, post-razziale, post-identità, post-passato» dice di lui JB, scherzando ma non troppo. È un orfano bellissimo, Jude. Attorniato da amici che gli vogliono bene, adottato dal suo professore di legge. La sua diffidenza costante, le tendenze autodistruttive, il disgusto di sé, le cicatrici che porta addosso, queste e altre cose indicano che Jude è un post-tutto, una persona dominata da un dolore che precede ogni cosa. Il tempo rivelerà un’infanzia di abusi vissuta tra monaci pedofili e a mano a mano che questo passato di orrori viene alla luce, Una vita come tante dismette i contorni del romanzo di gruppo per assumere quelli del ritratto del post-uomo, con gli amici a fare da sostegno, da cornice affettiva. Si è detto in America che con questo libro la letteratura ha trovato il suo grande romanzo gay. In realtà è molto di più. È il grande romanzo del post-amore, di un tempo in cui le relazioni sono alimentate da sentimenti sempre più fluidi e indefinibili secondo le vecchie categorie, tranne forse quella dell’amore di questo tempo, l’amicizia appunto.

Todd Hido, «3878» (from «Interiors/Motels»)

Todd Hido, «3878» (from «Interiors/Motels»)

 

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