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Non tutte le età dell’oro hanno lo splendore dell’oro. Prendiamo gli anni sessanta. In quel decennio di tumultuose speranze l’arte visse senz’altro un’età dell’oro, ma il suo cuore risplendeva d’argento. Perlomeno a New York, in un edificio industriale di mattoni rossi affacciato sulla 47ma strada, nelle vicinanze di Grand Central Station e del palazzo delle Nazioni Unite. Passando per un atrio grigio scuro, si accedeva a un montacarichi, una semplice piattaforma con una grata. Al penultimo piano dello stabile, un ambiente largo centocinquanta metri e lungo trecento. Era quello il cuore dell’arte di allora, la Factory di Andry Warhol chiamata anche Silver Factory perché tutte le pareti e molte altre cose, a cominciare dal water, erano dipinte d’argento. Perché d’argento?

L’aveste chiesto a Warhol, vi avrebbe detto di chiedere a Billy ovvero a Billy Name, che della Factory fu l’angelo custode, oltre che l’arredatore. Difficilmente Billy vi avrebbe dato una risposta definitiva. L’argento era tante cose. Era il colore del futuro, dello spazio, delle tute degli astronauti. Era il colore del passato, della vecchia Hollywood, quando le attrici venivano fotografate in set d’argento. Era il colore del narcisimo, il colore che si stende sui vetri perché diventino specchi. Era infine il colore della stagnola con cui si consumava l’anfetamina, che alla Factory era pane quotidiano o quasi. Quanto alle attività che vi si svolgevano, l’avventore che vi fosse capitato per caso o di proposito si sarebbe imbattuto in Billy che ascoltava la Callas, Lou Reed immaliconito in un angolo, Edie Sedgwick che si truccava davanti a uno specchio, l’assistente di Warhol che scriveva poesie o intelava quadri, mercanti d’arte che si guardavano attorno accompagnati da donne in pelliccia di leopardo, ragazzi perlopiù gay intenti a non far niente malgrado un cartello accanto al montacarichi dicesse «Se non hai un lavoro da fare qui dentro, sei pregato di non entrare».

Al centro di quel mondo, a sorvegliare gli eventi, ovviamente lui, Andy Warhol, seduto su un divano rosso che Billy aveva raccattato in strada. Il senso di quella Babele non era chiaro a tutti. Una studentessa della Columbia University destinata a diventare reporter del Washington Post visitò la Factory con l’intenzione di scriverci una tesina. L’impresa le costò un esaurimento nervoso. Tornò dal suo professore per dirgli di essere giunta alla conclusione che il giornalismo non era per lei. Non sapeva cosa scrivere su quel posto. Il professore la rassicurò così: «Ascolti, ha scelto un argomento che perfino i veterani che trascorrono là dentro giornate intere sono incapaci di gestire. Vengono via che non sanno neanche come si scrive Factory. Scelga un altro soggetto e vedrà che le cose andranno meglio. Dimentichi questa esperienza». Difficile che l’abbia dimenticata. Nessuno di coloro che l’hanno vissuta ci è riuscito. Del resto perché cancellare dalla memoria qualcosa che ha sovvertito nel profondo il modo di pensare?

Nella Factory, Warhol fece arte con immagini e cose che il proverbiale uomo della strada conosceva meglio delle sue tasche: attrici famose, bottiglie di Coca-Cola, banconote, zuppe in scatola, scatole di detersivo. Passò poi a realizzare strani film dove la macchina presa restava fissa per ore sull’Empire State Building senza che accadesse nulla. Quindi produsse dischi che avrebbero cambiato la storia del rock. Ma soprattutto consegnò al passato lo stereotipo del pittore che si macera nella fredda solitudine del suo studio e lo sostituì con una figura di tipo nuovo, l’artista che lavora in una sorta di festa perenne. Warhol fu un aggregatore di persone ed energie. Attirava la gente con un silenzio ineffabile, che alcuni interpretavano come un segno di genio e altri come un indizio di idiozia. Non era una cosa né l’altra.

«Fin da piccolo ho imparato che si ha più potere quando si sta zitti, perché così almeno c’è la possibilità che gli altri comincino a dubitare di se stessi». Dubitare può essere salvifico a volte. Grazie al magnetico silenzio del loro anfitrione, molti reinventarono le proprie vite, altri ancora trovarono un rifugio, una possibilità per esprimersi in libertà. Per alcuni la Factory fu perfino una scuola. Lo fu per Stephen Shore, che vi arrivò diciassettenne dopo avere mollato gli studi. Scattava e sviluppava foto dall’età di sei anni. L’impatto con quella fucina creativa non gli causò alcun trauma. Non ebbe bisogno di giudicare o capire. Gli bastò osservare, un po’ come Warhol. E scattare. Se oggi è possibile farsi un’idea di come fosse la vita in quell’irripetibile età dell’oro che risplendeva di argento lo dobbiamo anche a lui. «In una di quelle immagini ho un sorriso raggiante» dirà a distanza di decenni uno dei frequentatori della Factory. «Ogni tanto la guardo e mi chiedo se sarò mai più così felice».

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