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Volendo ridurlo all’essenziale, il sogno americano di un bimbo del secondo Novecento consisteva in un dubbio amletico. Aspirare a essere supereroe o astronauta? È forse più nobile mascherarsi con calzamaglia e mantello per volare tra i grattacieli di New York o indossare una tuta spaziale invece e, salendo a bordo di un razzo, puntare alle stelle? Nato a Washington nel 1963, dunque giusto in tempo per rientrare nella generazione dei baby boomer – quella che più ha subito il fascino di un simile dilemma – Michael Chabon ha abbracciato entrambe le possibilità, quanto meno da scrittore. Un primo importante passo lo ha compiuto all’inizio del millennio guadagnandosi il Pulitzer con Le fantastiche avventure di Kavalier e Clay, nel quale raccontava di due cugini ebrei che, trovatisi a dividere lo stesso letto in una buia notte del 1939, stringevano un sodalizio: unire i rispettivi talenti – una spiccata propensione a architettare trame e una grande abilità nel disegnare – per dare vita a un supereroe, l’Escapita, il cui nemico principale se non esclusivo era Adolf Hitler. Il romanzo restituiva in maniera molto puntuale seppure immaginaria il contesto sociale e culturale in cui nacquero personaggi come Superman, e insisteva sulla questione ebraica non a caso.

Molti autori e disegnatori dell’età dell’oro del fumetto americano erano infatti ebrei o figli di immigrati ebrei con pochi soldi ma molti sogni e tanta voglia di sfondare; giovani che sublimavano la loro ansia di riscatto con la passione per il pulp, una narrativa sì truculenta ma che proponeva una distinzione tra bene e male sempre ben marcata, come ben riconoscibili sono del resto i tratti ebraici dei primi supereroi: esseri votati al sacrificio e ai cui strabilianti poteri si accompagna spesso una qualche forma di esilio e marginalità dal consesso umano. Tratti presenti pure, sebbene in chiave molto diversa, in Sognando la luna, il libro col quale Chabon chiude magistralmente un cerchio, esplorando, a distanza di quasi un ventennio dalla sua incursione nel mondo del fumetto, l’altra faccia del sogno dei bimbi americani. Rispetto a Kavalier e Clay, che era un romanzo a pieno titolo, immerso in tutto e per tutto nella massa incandescente della pura invenzione, Sognando la luna si presenta al lettore in una forma di gran lunga più ibrida, quella di un falso memoir.

Vi troviamo Mike Chabon, un quasi alter ego dello scrittore che raccoglie le confessioni del nonno materno, reso ciarliero tanto dalla consapevolezza di essere ormai giunto al capolinea quanto dalla nuvola palliativa dei farmaci che gli vengono somministati per lenire i dolori di un tumore osseo. Il vegliardo, un ingegnere aerospaziale di Filadelfia che fin da piccolo si è dimostrato particolarmente incline a mettersi nei guai, ha alle spalle una vita picaresca, segnata da una profonda ossessione per la figura di Wernher von Braun. Avendo assistito da soldato alla liberazione del campo di concentramento in cui veniva prodotto il V-2, il nonno sa bene e accetta con fatica che il direttore della NASA, lo scienziato che ha portato l’uomo sulla luna, sia lo stesso Wernher von Braun che progettò i missili basilistici lanciati su Londra dai nazisti sul finire del secondo conflitto mondiale nella speranza di ribaltarne le sorti. Nelle riviste di fantascienza che il nonno leggeva da bambino, la faccia oscura della luna era popolata da principesse pallide e disponibili, e i razzi servivano a raggiungere i sogni.

Diventato adulto, il nonno ha dovuto scoprire che i sogni non sono mai come ce li dipingiamo. Un razzo, anziché spezzare le catene della gravità e aprire la strada verso nuovi mondi, può rivelarsi un laccio ulteriore. Con il suo fascino spesso foriero di delusioni, il miraggio del viaggio spaziale è tuttavia soltanto uno dei tanti temi del libro, anzi per molti versi non è che la cornice metaforica di un racconto più ampio, nel quale convoglia l’intera vita di un uomo, fatta di speranze, avventure, fallimenti e soprattutto dell’amore per sua moglie, un’enigmatica e tormentata donna francese. Una vita che il nonno – il cui nome resta sempre taciuto – lascia in eredità al nipote perché la scriva, perché gli trovi un significato, perché gli dia un ordine che non sia quello confuso dei suoi ricordi. In altri e più semplici termini: perché ne ricavi una storia. Il nipote trasforma però la storia in qualcosa di più complesso. La infarcisce di invenzioni, ma soprattutto mescola i ricordi del nonno con i suoi, dimostrando che il vero motore delle storie non consiste nel contrasto tra realtà e finzione, ma nel desiderio irrealizzabile di ricordare e raccontare tutto, anche ciò che non è mai accaduto; dimostrando che von Braun aveva ragione nel dire: «Il lato oscuro della luna non esiste. È tutta oscura».

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