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È la stagione delle foglie brunite. La stagione del fuoco rallentato, come la chiamava John Cheever. La stagione in cui, secondo Rilke, la terra fa sentire il suo vero odore. La stagione che George Eliot avrebbe sempre cercato, volando di paese in paese, se fosse stato un uccello. La stagione, diceva Jane Austen, che spinge ogni poeta degno di essere letto al tentativo di descriverla o a versi pieni di sentimento. E proprio un poeta americano, Archibald MacLeish, l’ha definita «la stagione dell’uomo» in un verso di Autunno immortale, un titolo che sembra ispirare tutt’altri pensieri vista la finitudine in cui è ingabbiata la vita umana. Ne sa qualcosa Howard Amberson che giunto all’eta decisamente autunnale di settantaquattro anni capisce che tenere un diario non gli basta. Gli serve qualcosa di più dei ricordi, di ciò che ha vissuto. Vuole trovare delle spiegazioni, conoscere il mondo che non ha mai visto. Per lui e sua moglie, la salute è ormai quella che è, il capolinea si approssima.

Che senso ha aspettare l’ora fatale standosene in casa? Non sarebbe forse più giusto provare a sapere cosa stanno lasciando? Propone perciò alla moglie di salire in macchina assieme al loro gatto per mettersi in viaggio sulle strade dell’America e scoprire cosa c’è al di fuori della piccola città in mezzo all’Ohio in cui hanno trascorso l’esistenza. Da queste premesse parte L’ultima stagione, romanzo struggente e indimenticabile di Don Robertson pubblicato nel 1974, amato da molti ma poi scomparso dalle librerie. Da noi arriva adesso per la prima volta, tradotto con devozione da Nicola Manuppelli. Finalmente, è il caso di aggiungere. Perché Don Robertson, che vanta un ammiratore d’eccezione come Stephen King, sa raccontare la vita come va raccontata ovvero senza fronzoli, con l’amore di un fuoco rallentato e le parole più esatte e naturali che un lettore possa desiderare, le parole dell’autunno che attende tutti noi, le parole dell’ultima stagione appunto, la stagione dell’uomo.

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