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Tante sono le stroncature rifilate a Mother!, tanti i fischi e le derisioni ai festival, che ha poco senso infierire. Diversamente anche dal pubblico, che gli ha assegnato una F, la valutazione più bassa (e pure molto rara) secondo l’indice di CinemaScore, opterei per una qualche forma di indulgenza, collocandomi nella schiera di coloro che vi hanno visto qualcosa di schrödingeriano, un’opera che contiene al contempo un un brutto film e uno bello, anziché tra chi si è detto incerti se conferirgli la palma di peggiore film dell’anno o quella di peggiore film del secolo. Come reprimere infatti un moto di simpatia per una simile follia? Non che Darren Aronofsky avesse mancato di dare ampie dimostrazioni di stranezza in passato, ma con Mother! è riuscito a superarsi o meglio a denudare i suoi meccanismi mentali, rivelandosi meno complesso e indecifrabile di deliri come π, la sperimentale pellicola di esordio a cui deve buona parte della sua reputazione. Qui, assunto e svolgimento sono di una semplicità quasi bambinesca, anzi del tutto infantile e non soltanto nel senso spregiativo del termine. Di infantile, se lo si guarda come andrebbe guardato, Mother! ha il fatto di essere concepito con la logica di un cartone animato seppure di un genere molto particolare. Un cartone animato di tipo educativo, non troppo lontano dal breve filmato con cui, nel lontano 1946, Walt Disney spiegò la fisiologia delle mestruazioni.

Malgrado l’immagine di una cavità sanguinolenta ritorni con insistenza, Mother! affronta però un argomento di gran lunga più agevole delle cosiddette «cose» ma ricorre allo stesso linguaggio dei cartoni animati, che è poi quello delle favole. Tipico di cartoni animati e favole è l’espediente di personificare tutto. Animali e oggetti, per rendere più vivido il senso del racconto, diventano spesso senzianti e dotati di parola, assumendo tratti e movenze umane. In fondo se i cartoni si dicono animati non è tanto perché in essi il disegno si anima ovvero si muove, quanto perché ciò che in essi tutto ciò che si muove ha un’anima. Aronofsky ha cioè adottato il principio per cui un lupo che cammina in posizione eretta può personificare la cattiveria quanto e meglio di un uomo. Trattandosi di una mia e più che opinabile lettura, non credo di svelare alcunché se dico che l’oggetto della personificazione di questo film è la creatività, l’ispirazione o comunque vogliamo chiamare quell’entità o forza o entrambe le cose che ci accompagna nell’invenzione di un’opera d’arte o, più in generale, di ingegno. Un tempo la si sarebbe detta musa, ma oggi il termine ha acquistato un significato leggermente diverso rispetto al passato, così Aronofsky fa una cosa folle. Non rappresenta la creatività né come una musa di mitologica memoria né immagina un artista che riconosce o si illude di riconoscere la propria musa in qualcuno, un qualcuno che il più delle volte è, manco a dirlo, una donna giovane e bella.

Jennifer Lawrence è sì innegabilmente giovane e bella ma qui incarna qualcosa di diverso dalla musa. È l’angelo della creatività, dello spazio in cui l’arte prende forma. Poniamo che l’arte in questione sia la poesia e l’artista un poeta, un uomo di mezza età. Immaginarsi il poeta come Javier Barden e l’ispirazione come una casa solitaria e spersa nella natura è fin troppo facile. Altro paio di maniche è immaginare non tanto che l’angelo manutentore di quella casa possa essere una giovane e bella Jennifer Lawrence, quanto quale possa essere la vita di un tale angelo così personificato. E che vita può essere la sua, se non una vita di incubo? L’angelo si prende cura del focolare, la rimette a nuovo, si addanna come un operaio, scartavetra e stucca, vuole farne un paradiso di isolamento e concentrazione dove vivere in amore e armonia, e ritrovarsi con il poeta, che negli ultimi tempi l’ha un po’ trascurata.

Ma per quanto la casa sia spersa nel nulla, circondata solo dalla natura, gli intrusi non mancano, bussano alla porta, si piazzano in casa con una sfacciataggine inverosimile e, cosa non meno inquietante, senza che il poeta si scomponga più di tanto. Li lascia fare, lascia che si accampino in casa, che aumentino, che portino amici tutti invariabilmente sconosciuti che devastino la casa, il focolare che lei, lo spirito creativo, sta rimettendo a posto con tanta cura e fatica. Lo spirito creativo non si capacita, eppure è normale. Lei non è una vera persona e quella casa non è vera una casa spersa nel nulla ma la testa del poeta. È normale che la vita di quest’ultimo vi entri e si piazzi come fosse a casa sua. Tutto questo però la ragazza non lo sa o non vuole saperlo né tantomeno accettarlo. È sconcertata, reclama rispetto e attenzioni. Soprattutto attenzioni. Non riesci nemmeno a scoparmi, dice al poeta, che provocato la scopa, la ingravida, nasce l’opera, il figlio e qui il film fatalmente deraglia nel delirio, nel parossismo, nel ridicolo. I motivi sono più d’uno, molti sono anche scontati e probabilmente erano ben presenti anche al regista, che ha messo in preventivo di partorire un disastro.

In qualche modo però, eccetto gli ultimi cinque minuti di sbracamento totale in cui l’allegoria biblica (già latente da un po’) deflagra in tutto il suo parossismo, il film resta in piedi, traballa ma non crolla. Aronofsky andrebbe assolto soltanto per avere concepito un simile azzardo, anzi una simile opera suicida, giacché è evidente che pochi spettatori di fronte a qualcosa che da principio sembra un nuovo Funny Games, un nuovo incipit di Arancia Meccanica, insomma l’ennesima rivisitazione di un tema molto esplorato nel cinema, quello della violazione dello spazio domestico, siano disposti a fare il salto che viene richiesto: accettare che non stanno vedendo un film, ma un apologo animato. Va tuttavia riconosciuto anche che se la macchina non finisce fuori strada dopo il primo quarto d’ora lo si deve soprattutto a Jennifer Lawrence, attrice non particolarmente gradevole come persona ma la cui bravura trascende la sua antipatia. Diverso il contributo di Javier Bardem, che pare andare un po’ a rimorchio di Jennifer, a crogiolarsi nel suo fascino da pacioccone, a fare un po’ troppo la gatta morta, sebbene vada riconosciuto pure che il gattamortismo è un tratto del suo personaggio che è chiamato a interpretare e, in fondo, il vizio in cui molti artisti indulgono al cospetto della lora musa. Restebbe infine da risolvere il punto nodale: che senso ha fare un film così? Ma su questo non mi sento all’altezza di esprimermi. D’altra parte, chi l’ha detto che le cose debbano avere per forza un senso?

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