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C’è una peculiarità nella fotografia – la fotografia com’era in passato, quando la rivoluzione digitale doveva ancora imporsi – che va ricondotta al modo in cui conserva il futuro e alle ragioni che inducevano i selvaggi, che in effetti selvaggi non erano, ad averne un sacro timore. Se a costoro sembrava una diavoleria capace di rubare l’anima è per via di un aspetto a loro ben chiaro ma che sfuggiva agli uomini progrediti. Capivano cioè che l’immagine di una persona immortalata in una foto è come un invisibile buco nero che risucchia il futuro della persona stessa. E cosa mai può restare dell’anima di una persona spossessata del futuro? Il fenomeno è particolarmente apprezzabile nelle foto in cui gli immortalati appaiono anziché come sono adesso, avanti con gli anni se non addirittura passati a miglior vita, com’erano da bambini, radunati in gruppo nel cortile di una scuola, in posa su due schiere parallele, alla maniera delle squadre di calcio: gli spilungoni in piedi, davanti ai bassi accovacciati. Può anche darsi che sia un’illusione retrospettiva, ma guardando simili foto sembra di carpire il futuro, cogliere distintamente quel che diventeranno quei volti ancora innocenti; quali adulti accoglieranno i corpi che ci appaiono un po’ sgraziati e non ancora sviluppati; la vita che si prefigura; cosa saranno quei bambini, se ricchi o squattrinati, se famosi o semplici ignoti; se banditi o scrittori.

Qualcosa di analogo lo si sperimenta a volte pure in letteratura, in certi scritti da prime armi, soprattutto se postumi, in romanzi come Lo spirito della fantascienza, che leggiamo ora, a distanza di tre decenni dalla sua scrittura, nella splendida traduzione di Ilide Carmignani e, va aggiunto, in un volume con una copertina altrettanto degna di nota, dove vengono esibite curiose pietre fossili, in effetti particelle di polvere cosmica fotografate al microscopio. Non è la prima né sarà l’ultima volta che si attinge al grande di mare di carte lasciato da Roberto Bolaño. La teoria dei libri postumi, già assai copiosa, ha avuto inizio con Il gaucho insopportabile e 2666, ed è quindi proseguita con Il Terzo Reich, I dispiaceri del vero poliziotto, cui vanno aggiunti titoli non ancora tradotti quali El secreto del mal e Sepulcros de vaqueros. La compiutezza è fatalmente disomogenea. In alcuni casi si tratta di opere ormai licenziate o quasi, in altri di testi risalenti a periodi più giovanili. Lo spirito della fantascienza appartiene a quest’ultima specie. È datato 1984, quando Bolaño, prossimo alla trentina e all’esordio come romanziere insieme ad Antoni García Porta con Consigli di un discepolo di Jim Morrison a un fanatico di Joyce, viveva già a Blanes, sulla Costa Brava, dove mise su famiglia. L’ordinata calligrafia che riempie i tre quaderni del manoscritto e la firma posta in calce testimoniano che il testo, rivisto e corretto, era giunto a uno stadio molto avanzato, se non quasi chiuso. Non lo si può dunque considerare incompiuto in senso stretto, al più accontonato. Del resto sollevare dubbi sull’opportunità di darlo alle stampe sarebbe comunque ozioso e ingiusto. Le sole carte che hanno diritto all’oblio sono quelle distrutte. Gli scrittori lo sanno bene: ogni testo, abbozzato o compiuto che sia, è di per sé postumo e comporta le stesse conseguenze del concedersi a un obiettivo fotografico.


Bolaño, poi, è postumo in maniera speciale. Forse è il più postumo degli scrittori. E non per via della morte prematura che in parte attendeva o quanto meno temeva. E nemmeno perché si trova ora nella paradossale situazione di seguitare a pubblicare da morto, tanto che alla lunga i libri postumi risulteranno quasi certamente più numerosi di quelli usciti in vita. È postumo per via della sua poetica, anzi della sua filosofia di vita letteraria. Bolaño, si sa, riteneva che a dare linfa alla letteratura non fossero i grandi autori ma i marginali, i dimenticati, i minori. I panni dello scrittore lontano dal successo li ha vestiti anche lui a lungo, malgrado fosse ben consapevole del proprio valore. Se ciò sia stato per un destino subìto o per una scelta più o meno consapevole non ha molto senso stabilirlo. Sappiamo però ciò che ha scritto al riguardo: «Non credo nel trionfo. Tra i trionfatori uno può incontrare gli esseri più miserabili della terra, e fin lì io non ci sono arrivato. E non credo di avere lo stomaco per arrivarci». A prova della sua sincerità, la costanza con cui si sottoponeva all’umiliazione di partecipare ai concorsi letterari nei quali era previsto un premio in denaro. I premi erano come bufali, diceva, mentre lui era un pellerossa che doveva cacciarli per campare. Non per nulla, ai premi come antitesi della gloria letteraria ed espendiente per sbarcare il lunario, Bolaño ha dedicato «Sensini», il racconto che apre Chiamate telefoniche, fondamentale per capire l’essenza del suo pensiero. Il tema era però già ben presente nello Spirito della fantascienza, nella volontà di Jan Schrella di partecipare a ogni concorso o premio letterario, con l’idea di «un anno di tempo per diventare famoso e guadagnare quanto un impiegato del livello più basso».

Jan Schrella è l’alias dichiarato di Roberto Bolaño, un giovane che ricomparirà in seguito nei Detective Selvaggi col nome di Arturo Belano, quale fondatore del realismo viscerale, e che troviamo qui nel mezzo degli anni Settanta, appena diciassettene, giunto dal Cile nel Distrito Federal dove divide con l’amico Remo Morán un misero appartamento in un edificio che ha lo stesso colore della divisa della Wermacht. Jan trascorre gran parte del suo tempo in casa divorando romanzi di fantascienza e scrivendo lettere visionarie ai suoi autori preferiti: chiedendo per esempio a Ursula K. Le Guin se non sia «la nostra capacità di tradurre la parola morte la nostra arma?» Remo conduce un’esistenza contraria. È sempre fuori, in giro con il poeta José Arco. Esplora la vita turbinosa della megalopoli, in sella a una moto che non sa ben guidare. Indaga su una irragionevole proliferazione di riviste letterarie. Si apre alle incognite dell’amore e dell’eros. La storia dei due personaggi si dipana attraverso tre forme distinte di racconto. Una epistolare, quella in cui Jan scrive ai suoi scrittori di fantascienza; un’altra dialogica che vede uno Jan più maturo venire intervistato dopo avere vinto un premio letterario; e infine un più convenzionale racconto in prima persona dove Remo – destinato a riapparire come voce narrante in un successivo romanzo di Bolaño, La Pista di ghiaccio – ci mostra di fatto quel che accade ai due ragazzi, anzi quel che è accaduto, perché tra donne e poesia, fantascienza e motociclette, il romanzo è soprattutto un inno allo spirito della giovinezza, e la giovinezza, volta com’è al futuro, radicale e irruenta per inclinazione, provvisoria e fuggevole per legge di natura, è condannata alla stessa prefigurazione retrospettiva degli scolari immortalati in gruppo. Sebbene non uniforme nella sua qualità, Lo spirito della fantascienza, vanta pagine straordinarie come quelle finali ambientate in un bagno pubblico. La loro vivezza è appunto quella di uno scatto, di una foto che cattura non solo l’educazione sentimentale e letteraria di Bolaño ma anche quel che lo scrittore diventerà, quel suo modo unico di osservare il mondo da una prospettiva che sa essere al contempo esterna e interna, spietata e pietosa, laterale e frontale, una prospettiva che trova nei Detective selvaggi la realizzazone più evidente e dove lo scrittore, in un susseguirsi vorticoso di istantanee, è insieme comparsa e protagonista, sconfitto e vittorioso. In una parola, postumo.

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